II. «Concedi la pace ai nostri giorni»
L’attesa che consola · II domenica di Avvento, 6 dicembre 2026
Letture: Is 40,1-5.9-11 · Sal 84 · 2Pt 3,8-14 · Mc 1,1-8
Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni;
e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato
e sicuri da ogni turbamento,
nell’attesa che si compia la beata speranza, e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.
— Messale Romano, embolismo dopo il Padre nostro
Obiettivo. Comprendere che la pace chiesta e scambiata nella Messa è dono del Risorto e compito nella storia: l’attesa del Signore non allontana dal mondo, ma rende capaci di consolarlo.
Ascoltare la Parola
«Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1). Si apre qui la seconda parte del libro di Isaia, rivolta a Israele esiliato in Babilonia. La consolazione non è un sentimento vago: è una parola «al cuore di Gerusalemme» (40,2), che annuncia la fine della schiavitù e apre una strada nel deserto. Il Dio che viene ha i tratti del pastore che «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (40,11).
Il salmo responsoriale offre l’immagine più alta della pace biblica: «Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 84,11). La pace, shalom, non è assenza di conflitto, ma pienezza di relazioni giuste: tra Dio e il suo popolo, tra le persone, con la terra.
La seconda lettera di Pietro affronta il problema di una comunità che si chiede perché il Signore tardi. La risposta è sorprendente: il ritardo è pazienza di Dio, che vuole che tutti giungano alla conversione (2Pt 3,9). I credenti sono chiamati ad aspettare e insieme ad «affrettare» la venuta del giorno di Dio (3,12), attendendo «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (3,13), e cercando di essere trovati «in pace» (3,14). Il Battista, nel deserto, prepara questa via con un battesimo di conversione (Mc 1,4): la pace del Regno comincia con un cuore riconciliato.
Riconoscere il rito
Dopo il Padre nostro il sacerdote prolunga l’ultima domanda – «liberaci dal male» – con una preghiera che la liturgia chiama embolismo, cioè «inserzione». In essa si chiede la pace «ai nostri giorni», dentro la storia concreta, e subito si guarda al compimento, con le parole della lettera a Tito: l’attesa della «beata speranza» e della manifestazione del Salvatore (cf. Tt 2,13). L’assemblea risponde con la dossologia: «Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli». Anche qui, come nell’acclamazione dopo la consacrazione, la Messa si rivela tempo di Avvento.
Segue il rito della pace. Il sacerdote non si rivolge al Padre ma al Signore Gesù, ricordando la sua promessa: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). La pace, prima di essere scambiata, viene chiesta e ricevuta. Con questo rito, secondo l’Ordinamento generale del Messale Romano, la Chiesa implora la pace e l’unità per sé e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole prima di comunicare al Sacramento (n. 82).
La Lettera circolare della Congregazione per il Culto divino sul significato rituale del dono della pace (2014) ha ricordato che il gesto va compiuto con sobrietà, con chi è vicino, senza canti che lo prolunghino e senza spostamenti che ne alterino il senso. Non è un momento di festa sociale: è il segno di una pace che non produciamo noi, ma che ci viene donata e che siamo chiamati a portare.
Vivere il mistero
Il percorso diocesano di quest’anno si lascia interpellare anche dalla riflessione dei Vescovi italiani sulla pace. La preghiera eucaristica per la pace non è evasione: chiede che la pace di Cristo diventi storia «nei nostri giorni». Papa Leone XIV, nel suo primo saluto dalla loggia di San Pietro, ha parlato di una pace «disarmata e disarmante»: è la pace di chi l’ha ricevuta come dono e non la impone con la forza.
Consolare è un ministero. Isaia lo affida a messaggeri anonimi; il vangelo al Battista, che è soltanto «voce». Ogni comunità cristiana è chiamata a essere voce di consolazione per chi vive l’esilio della solitudine, della malattia, della precarietà del lavoro, della fragilità dei nostri paesi che si spopolano.
Il segno di pace, infine, non è credibile se non ha radici nella vita. L’Avvento è tempo propizio per un gesto di riconciliazione concreto e per il sacramento della Penitenza: la «via del Signore» si prepara raddrizzando i sentieri che abbiamo reso tortuosi.
Dalla Tradizione
«Giovanni era la voce per un tempo; Cristo è la Parola eterna fin dal principio». Ioannes vox ad tempus, Christus Verbum in principio aeternum.
Agostino, Discorso 293,3
Agostino osserva che la voce serve a portare la parola da un cuore all’altro, e poi passa; la parola invece rimane. È l’umiltà del Battista, ed è il compito della Chiesa: essere voce che consola perché altri incontrino la Parola.
Per il dialogo
- Chi, nella nostra comunità o nel nostro territorio, attende una parola di consolazione?
- Lo scambio della pace è per noi un gesto formale o esprime davvero una riconciliazione? Che cosa potrebbe restituirgli verità?
- Quale «sentiero tortuoso» sono chiamato a raddrizzare prima del Natale?
Un gesto per la settimana
Compiere un gesto concreto di riconciliazione verso una persona con cui la relazione si è incrinata. Là dove è possibile, le parrocchie o i vicariati propongano in questa settimana una celebrazione penitenziale comunitaria.
Nella celebrazione domenicale
Il sacerdote pronunci l’embolismo con calma e chiarezza, perché l’assemblea ne colga il legame con l’Avvento. Il gesto della pace sia sobrio, secondo le indicazioni dell’Ordinamento generale del Messale Romano e della Lettera circolare del 2014; si può premettere una brevissima monizione che richiami il tema della settimana.
Preghiera conclusiva
Dio di ogni consolazione,
che parli al cuore del tuo popolo
e prepari nel deserto una strada per il tuo ritorno,
rendici voce che annuncia la tua Parola.
Concedi la pace ai nostri giorni
e fa’ di noi artigiani di riconciliazione,
nell’attesa che venga il nostro Salvatore Gesù Cristo,
che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.