I. «Nell’attesa della tua venuta»
Vegliare nell’Eucaristia · I domenica di Avvento, 29 novembre 2026
Letture: Is 63,16b-17.19b; 64,2-7 · Sal 79 · 1Cor 1,3-9 · Mc 13,33-37
Mistero della fede.
℟. Annunciamo la tua morte, Signore,
proclamiamo la tua risurrezione,
nell’attesa della tua venuta.
— Messale Romano, acclamazione dopo la consacrazione
Obiettivo. Scoprire che la vigilanza chiesta dal vangelo non è un’ansia morale ma una forma eucaristica dell’esistenza: la comunità che celebra è la comunità che attende.
Ascoltare la Parola
L’Avvento si apre con un grido. «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19b): è la voce di un popolo tornato dall’esilio che trova la città in rovina e sente Dio lontano. Il profeta non nasconde la colpa – «siamo divenuti tutti come una cosa impura» (64,5) – ma non si arrende a essa, perché l’ultima parola è una confessione di fiducia: «Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma» (64,7). L’attesa biblica nasce dentro la ferita, non accanto a essa.
Paolo scrive ai Corinzi che non manca loro alcun carisma «mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,7). È la stessa comunità alla quale, pochi capitoli dopo, trasmetterà ciò che ha ricevuto dal Signore circa la Cena, concludendo: «finché egli venga» (11,26). Per Paolo l’attesa non è un sentimento privato: è la condizione della Chiesa radunata attorno alla mensa.
Il brevissimo vangelo di Marco consegna una parabola: un uomo parte, lascia la casa ai servi, affida a ciascuno il suo compito, e al portiere ordina di vegliare. Le quattro ore indicate – «alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino» (Mc 13,35) – non sono casuali. Scandiscono esattamente la notte della Passione nel vangelo di Marco: la sera della Cena (14,17), la notte del Getsemani, il canto del gallo del rinnegamento di Pietro (14,72), il mattino della consegna a Pilato (15,1). E il verbo «vegliate» ritorna proprio nel Getsemani, dove i discepoli invece si addormentano (14,34-41). La vigilanza evangelica si impara dunque in quella notte che comincia con l’Eucaristia.
Riconoscere il rito
Subito dopo la consacrazione il sacerdote proclama: «Mistero della fede». Non è lui a rispondere, ma l’assemblea: l’acclamazione è parola del popolo di Dio, che professa ciò che si è appena compiuto. In essa si distinguono tre tempi: il passato della morte, il presente della risurrezione, il futuro della venuta. L’Eucaristia è memoriale non solo di ciò che è stato, ma anche di ciò che deve ancora venire.
La formula riprende quasi alla lettera 1Cor 11,26 e fa eco all’antica invocazione aramaica Maranathà, conservata da Paolo (1Cor 16,22), dalla Didachè nel contesto della preghiera eucaristica (10,6) e dall’ultima pagina della Scrittura: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). La parola può essere letta come implorazione («Signore nostro, vieni!») o come confessione («il Signore nostro viene»): la liturgia tiene insieme entrambe. Il Catechismo ricorda che nella celebrazione eucaristica la Chiesa si rivolge verso colui che viene e implora la sua venuta (cf. CCC 1403).
La stessa struttura ritorna nell’anamnesi della Preghiera eucaristica III, dove la Chiesa offre il sacrificio celebrando il memoriale del Figlio morto, risorto e asceso al cielo, «nell’attesa della sua venuta». Ogni domenica, dunque, l’assemblea compie ciò che il vangelo chiede al portiere: sta sulla soglia e veglia.
Vivere il mistero
Vegliare non significa scrutare segni catastrofici, né vivere nella paura del giudizio. Nella parabola il padrone affida la casa e «a ciascuno il suo compito» (Mc 13,34): la vigilanza è fedeltà operosa alle responsabilità ricevute. L’attesa cristiana ha la forma del servizio.
Il contrario della vigilanza è il sonno, cioè l’abitudine che spegne l’attesa. Anche la Messa può diventare un gesto ripetuto senza desiderio. La domanda dell’Avvento è semplice: quando partecipo all’Eucaristia, attendo ancora qualcuno? Nelle nostre comunità, spesso piccole e disperse sul territorio, l’assemblea domenicale – anche quando è ridotta – resta il luogo in cui la Chiesa tiene accesa la lampada per tutti.
Il progetto diocesano propone la preghiera di adorazione eucaristica come prolungamento della celebrazione. In Avvento essa può assumere il tono della veglia: restare con il Signore nella notte, là dove i discepoli nel Getsemani non seppero restare.
Dalla Tradizione
«Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n’è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l’altra porterà una corona di divina regalità».
Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15,1
«Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna al Dio di Davide. Chi è santo si avvicini; chi non lo è si converta. Maranathà. Amen».
Didachè 10,6
Per il dialogo
- Che cosa attendo, concretamente, quando partecipo alla Messa domenicale?
- La nostra assemblea vive la domenica come una «veglia» o come un’abitudine? Che cosa aiuterebbe a riscoprirne l’attesa?
- Quale «compito» mi è stato affidato nella casa (Mc 13,34), in famiglia, in parrocchia, nel paese?
Un gesto per la settimana
Ogni sera, accendendo la corona d’Avvento in famiglia o concludendo la preghiera personale, ripetere l’acclamazione: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Chi può, dedichi un tempo all’adorazione eucaristica durante la settimana.
Nella celebrazione domenicale
Si curi che l’acclamazione dopo la consacrazione sia cantata e sia davvero dell’assemblea. È opportuno mantenere la medesima formula («Annunciamo la tua morte…») per tutto il tempo di Avvento, così che diventi familiare e riconoscibile come la parola propria di queste settimane.
Preghiera conclusiva
Signore Gesù, che vieni nella notte,
tu hai affidato a ciascuno di noi la tua casa:
non trovarci addormentati quando bussi.
Ogni volta che spezziamo il pane nel tuo nome
rendi più vivo in noi il desiderio del tuo volto,
finché tu venga.
Maranathà: vieni, Signore Gesù. Amen.