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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Appendice II — Liturgia e pietà popolare: un’alleanza da purificare

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Appendice II

Liturgia e pietà popolare: un’alleanza da purificare

Ogni volta che la Chiesa parla di pietà popolare, affiora quasi inevitabilmente una duplice reazione nei pastori e nei liturgisti: da una parte l’affetto per le feste patronali, le processioni, i rosari, i pellegrinaggi ai santuari, i tridui e le novene che hanno accompagnato la fede di intere generazioni; dall’altra il timore che tutto questo rischi di diventare folklore religioso, magia o superstizione, religione privatizzata e sentimentale, in concorrenza pericolosa con la liturgia ufficiale. Per anni la discussione si è giocata quasi solo su questo asse: o si difendeva la pietà popolare come il «vero cattolicesimo» del popolo minuto contro le astrazioni dei teologi, o la si guardava con sospetto come zavorra da sopportare in attesa di una liturgia finalmente «pura». Il Direttorio su Pietà popolare e Liturgia (2002) ha cercato di superare questa dialettica sterile, proponendo un rapporto regolato da criteri oggettivi, in cui liturgia e pietà popolare convergono, ciascuna a suo modo e al suo livello, verso l’unico mistero di Cristo.

Il primo punto fermo è non negoziabile: la liturgia è il centro della vita della Chiesa, e nessun’altra espressione religiosa può sostituirla o essere posta sullo stesso piano. La liturgia è il culto pubblico ufficiale della Chiesa, l’atto in cui Cristo esercita il suo sacerdozio e il popolo viene associato alla sua lode e alla sua intercessione; la pietà popolare, nelle sue molteplici forme, appartiene a un altro livello: più flessibile, più spontaneo, più legato alle culture e alle storie locali. Non si tratta di una distinzione dettata da snobismo intellettuale o da disprezzo del popolo: si tratta di una distinzione teologica oggettiva che tutela la fede delle stesse persone che amano la pietà popolare. Equiparare una novena alla Messa significa, alla lunga, svuotare entrambe.

Detto questo, la pietà popolare non è una periferia senza importanza pastorale. È spesso il luogo in cui la fede tocca la vita nella sua concretezza più umana: il corpo che cammina in processione per ore, il rosario recitato in famiglia la sera unendo voci diverse, le lacrime davanti all’immagine della Madonna Addolorata che dicono un dolore che non trova altre parole, il voto mantenuto dopo la guarigione inaspettata che esprime la gratitudine che la liturgia formale non sempre riesce a raccogliere. Sono forme di religiosità profonda, radicate nell’esperienza personale e collettiva, che esprimono domande e attese reali. Giovanni Paolo II ha parlato della pietà popolare come di un «vero tesoro del Popolo di Dio», che «ha bisogno di essere continuamente evangelizzata»: il tesoro non si butta, ma neppure si lascia incolto.

Le radici storiche e antropologiche della pietà popolare aiutano a capire sia il suo valore sia i suoi rischi. La pietà popolare nasce spesso nei momenti in cui la liturgia ufficiale risultava inaccessibile al popolo: il latino incomprensibile, il coro che cantava al posto dell’assemblea, il prete che celebrava «di spalle» in modo incomprensibile. In questo vuoto di partecipazione liturgica reale, il popolo ha sviluppato forme proprie di preghiera – processioni, rosari, novene, via crucis – che rispecchiavano le proprie attese, i propri linguaggi, le proprie sensibilità. Dopo la riforma liturgica post-conciliare, che ha radicalmente modificato le condizioni di partecipazione alla liturgia ufficiale, queste forme non sono scomparse: alcune si sono rinnovate, altre sono sopravvissute per inerzia, altre ancora hanno trovato nuova linfa in contesti di crisi o di rivitalizzazione religiosa. Non si può giudicarle senza tenere conto di questa storia.

Il Direttorio chiede con chiarezza che i pii esercizi non vengano mescolati alla liturgia, perché hanno struttura, ritmo e finalità differenti. Questa richiesta non è di ordine estetico o rubricistico: è di ordine teologico. Quando si inserisce un Rosario dentro la Messa, quando si moltiplicano gesti devozionali durante il Canone eucaristico, quando si sovrappongono preghiere e formule estranee al Messale alle parti costitutive del rito, la struttura sapiente Parola–Eucaristia–Comunione si spezza, e il popolo perde la capacità di riconoscere l’essenziale di ciò che celebra. Il risultato non è una liturgia «più devota»: è una liturgia deformata che non riesce più a svolgere la sua funzione.

La via positiva, più feconda della semplice proibizione, è quella indicata dal Direttorio: integrare le espressioni di pietà popolare nel grande flusso dell’anno liturgico, facendo sì che esse preparino e prolunghino la celebrazione sacramentale invece di sostituirla. Un rosario meditato in famiglia la sera può essere una preparazione alla Messa del giorno dopo; una via crucis comunitaria del venerdì può condurre all’adorazione eucaristica; un pellegrinaggio può culminare in una celebrazione eucaristica che dà senso al cammino. Quando questo orientamento è proposto con pazienza e senza imporre rotture brusche, la pietà popolare non scompare ma si arricchisce: diventa più biblica, più pasquale, più ecclesiale, più capace di nutrire la fede invece di sostituirla.

Il rapporto fecondo tra liturgia e pietà popolare può essere sintetizzato con tre verbi complementari: riconoscere, purificare, integrare. Riconoscere il valore affettivo, missionario e antropologico delle devozioni del popolo, senza trattarle con sufficienza o con disprezzo clericale che aliena le persone invece di educarle. Purificare con pazienza e rispetto ciò che è in contrasto con il Vangelo o con la forma liturgica, senza imporre rotture brusche che ferirebbero la fede delle persone più semplici, le più fragili e spesso le più devote. Integrare, orientando progressivamente ogni espressione devozionale verso il mistero pasquale celebrato nella liturgia, affinché rosari, processioni, pellegrinaggi, novene diventino vie che conducono all’Eucaristia, non sostituti di essa. Quando questo lavoro paziente avviene, la tensione tra liturgia e pietà popolare si dissolve non per eliminazione di una delle due, ma per l’integrazione di entrambe nel grande orizzonte del mistero pasquale.