Appendice III
Quando la devozione comincia a prevalere sulla Messa
Quando la devozione comincia sistematicamente a prevalere sulla Messa, il problema non è semplicemente una certa «disorganizzazione» pastorale da correggere con qualche aggiustamento organizzativo: è uno spostamento strutturale del baricentro della fede, con conseguenze che si fanno sentire nel tempo sulla comprensione del mistero cristiano e sulla qualità della vita ecclesiale. Il meccanismo è sottile e di solito non intenzionale: nessuno sceglie «di non andare più a Messa» per andare alla novena; gradualmente, le devozioni diventano l’asse portante della vita spirituale, e la Messa si riduce a una cornice, a un appuntamento tra gli altri, a qualcosa che si fa se c’è tempo.
Questo sovvertimento si vede con chiarezza sul piano del tempo ecclesiale. Quando la devozione prevale, spesso la comunità vive con grande intensità il «mese di maggio» dedicato alla Madonna, la novena del santo patrono, il triduo in onore di un’immagine considerata miracolosa, le funzioni della Via Crucis: e invece Avvento e Quaresima scorrono quasi inosservati, il Triduo pasquale è considerato un impegno opzionale per i più praticanti, le domeniche del Tempo ordinario non hanno un volto riconoscibile né un significato percepito. Il risultato è che il mistero pasquale, che dovrebbe essere il criterio unificante di ogni celebrazione, si dissolve in una costellazione di feste e pratiche senza un centro chiaro. La comunità ha molte «religiosità» ma non ha la liturgia: ha pratiche ma non ha la forma.
La dimensione temporale è correlata a una dimensione teologica. Molte devozioni nascono sottolineando aspetti specifici del mistero: la passione di Cristo (la via crucis, il Sacro Cuore), una dimensione del mistero mariano (il rosario, le apparizioni), la vicinanza di un santo in un momento di difficoltà. In sé, questi accenti particolari sono preziosi: aiutano il credente a entrare nel mistero da angolazioni diverse, a portare a Dio le proprie preoccupazioni concrete, a sentirsi accompagnato nell’intercessione dei santi. Ma quando la devozione a un aspetto del mistero diventa la via ordinaria di accesso a Dio, e la Messa si riduce a sfondo generico, questi accenti particolari finiscono per sostituire il tutto: si coltiva una passione senza risurrezione, una croce senza Spirito, una Madonna senza la Pasqua del Figlio, un santo potente senza la mediazione unica di Cristo.
Il Direttorio avverte esplicitamente contro quei «modi imperfetti o errati di devozione» che, entrando in concorrenza con l’economia sacramentale, finiscono per allontanare dalla genuina rivelazione biblica e dall’esperienza oggettiva dei sacramenti. Una comunità che recita molte preghiere ma ascolta poco la Parola proclamata, che frequenta tridui e novene ma quasi non partecipa alla Messa domenicale, non è semplicemente «più devota»: è una comunità in cui la fede rischia di essere nutrita più da accenti parziali che dal centro pasquale. Accenti parziali che, senza il centro, possono degenerare: la devozione a un santo può scivolare verso la superstizione, il rosario può diventare formula magica, il pellegrinaggio può ridursi a gita devozionale senza incidenza sulla vita.
Infine, il prevalere della devozione sulla Messa tende ad alimentare una forma di soggettivismo religioso difficile da correggere in un secondo momento. Le pratiche popolari, più flessibili e personalizzabili di una liturgia con forma fissa, permettono a ciascuno di scegliere «la sua» devozione in base alla sensibilità personale, alla storia familiare, alle paure e ai bisogni del momento. Quando questo movimento individuale non è continuamente ricondotto alla preghiera comune della Chiesa, si passa dalla fede ecclesiale – in cui il «noi» liturgico plasma e purifica il «io» – a una fede a misura del singolo: si può essere assidui a certe pratiche e al tempo stesso rimanere estranei alla vita sacramentale, alla comunità concreta, alla domenica. Una religiosità intensa ma solitaria, personale ma non ecclesiale.
La risposta a questa deriva non è spegnere la pietà popolare con interventi autoritativi che alienerebbero le persone più fragili e più fedeli. È restituire alla Messa domenicale il suo posto reale, concreto, visibile: non come uno degli appuntamenti religiosi della settimana, ma come il gesto fondante da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. Quando la Messa domenicale è celebrata con cura, con fedeltà alla forma della Chiesa, con sobrietà che lascia emergere la grandezza del mistero, con gioia che viene non dall’animazione esterna ma dalla certezza della Risurrezione: allora diventa essa stessa il miglior antidoto al devozionalismo, perché mostra concretamente che il mistero pasquale di Cristo è più ricco e più vivo di qualsiasi devozione parziale, e che la preghiera della Chiesa è più ampia e più solida di qualsiasi pietà individuale.