DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Appendice I — Il giorno del Signore, tra Eucaristia e assenza del presbitero

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Appendice I

Il giorno del Signore, tra Eucaristia e assenza del presbitero

La domenica è il giorno in cui si vede, più che altrove, che la liturgia non è un’aggiunta alla vita cristiana ma la sua forma concreta più visibile. Non è semplicemente il giorno «in cui si va a Messa», come se fosse un dovere settimanale da adempiere tra mille altri impegni; è il giorno in cui il tempo cristiano viene misurato a partire dalla Pasqua. La tradizione ha usato per la domenica tre nomi carichi di significato: dies Domini (il giorno del Signore), dies solis (il giorno del sole, nell’astronomia antica), e dies Resurrectio nis (il giorno della risurrezione). I tre nomi si illuminano a vicenda: è il giorno del Signore perché è il giorno in cui il Sole di giustizia ha vinto le tenebre della morte; è il giorno della risurrezione perché in esso il Cristo risorto raduna la sua Chiesa, le parla, la nutre, la invia.

La tradizione cristiana ha sempre compreso la domenica come la prima e l’ottava: il primo giorno della settimana (il giorno dopo il sabato ebraico, il giorno in cui le donne trovano il sepolcro vuoto), e insieme l’ottavo giorno, quello che supera il ciclo settimanale dei sette giorni e appartiene già al tempo escatologico. La domenica è dunque il segno del mondo nuovo inaugurato dalla risurrezione di Cristo: ogni domenica è una piccola irruzione dell’eternità nel tempo, un assaggio della vita del mondo che viene, un anticipo della pienezza escatologica. Proprio per questo la domenica non appartiene al singolo ma alla Chiesa: è il giorno in cui il popolo viene convocato, non solo il giorno in cui ciascuno, privatamente, «soddisfa un precetto».

Il nesso tra domenica ed Eucaristia è strutturale, non accessorio. Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Dies Domini (1998) ha scritto che «la domenica non è il sabato cristiano: è il giorno del Signore in senso del tutto proprio, il giorno del cristiano». E ha precisato che la partecipazione all’Eucaristia domenicale è «il cuore della domenica», la forma concreta con cui il popolo cristiano esprime la propria identità di corpo del Cristo risorto. Non si può separare la domenica dall’Eucaristia: farlo significa ridurre la domenica a un giorno di riposo generico o a una pratica religiosa qualunque, perdendo ciò che la costituisce come giorno del Signore.

Questo nesso va custodito con cura oggi, quando si presentano due derive opposte e ugualmente problematiche. La prima è la moltiplicazione frammentante delle Messe: molte celebrazioni eucaristiche allo stesso orario o a orari molto ravvicinati, con pochi partecipanti ciascuna, celebrate spesso in fretta per rispettare il calendario, senza il tempo per la Parola, per il silenzio, per la comunione reale tra i presenti. In questo modo la domenica si frammenta in una serie di piccoli riti quasi privati, e l’Eucaristia rischia di diventare un servizio distribuito a domanda invece che il gesto comunitario della Chiesa radunata. La seconda deriva è la rassegnazione all’assenza: soprattutto in contesti di carenza di clero sempre più acuta, l’abitudine a celebrare la domenica senza Eucaristia, sostituita da qualunque altra forma di preghiera, come se questa scelta fosse neutra rispetto all’identità del giorno.

Là dove, per motivi reali e non evitabili, non è possibile celebrare l’Eucaristia la domenica, la comunità non viene invitata a rinunciare a radunarsi: viene invitata a radunarsi «in attesa» della celebrazione eucaristica, custodendo il desiderio della mensa del Signore come tensione spirituale che impedisce di rassegnarsi alla situazione come normale. La forma di queste assemblee – Liturgia della Parola, preghiera comune, talvolta distribuzione della comunione con particole consacrate in altra celebrazione – non deve imitare la Messa né farla dimenticare: deve custodirne il desiderio e sottolineare la differenza. Una domenica senza Eucaristia non è una domenica «equivalente» alla domenica con Eucaristia: è una domenica ferita, segnata dalla mancanza, in cui la Chiesa riconosce proprio nella privazione la preziosità insostituibile del dono eucaristico.

I Sussidi per le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero approvati dalle Conferenze Episcopali indicano con cura i limiti di queste celebrazioni: chi presiede – diacono o laico/a incaricato/a dall’autorità competente – non mette in atto i gesti e le parole che appartengono alla presidenza eucaristica. Non recita la preghiera eucaristica, non usa le formule riservate al sacerdote, non si colloca davanti all’altare come se stesse offrendo il sacrificio. La sua presidenza è un servizio alla convocazione: guida la preghiera, introduce le letture, propone un commento o una riflessione preparata, conduce la preghiera universale. Se è prevista la distribuzione della comunione, questa avviene con le particole consacrate in un’altra celebrazione, e questo dato – che il pane consacrato viene «da fuori», da una celebrazione eucaristica altrove – dice simbolicamente qualcosa di importante: la comunità non si auto-nutre, ma riceve il dono della mensa da una tradizione che la precede e la abbraccia.

La risposta pastorale più coraggiosa e più fedele al senso della domenica non è moltiplicare le assemblee senza presbitero come soluzione stabile, ma ripensare con creatività e con coraggio le strutture pastorali: favorire un’unica Eucaristia domenicale per più comunità, educando i fedeli a spostarsi anche a distanza; valorizzare la chiesa matrice o la cattedrale come centro della vita eucaristica domenicale; ridisegnare la mappa delle celebrazioni in base alle risorse presbiteri disponibili, accettando che alcune comunità non possano avere una Messa propria ogni domenica. Queste scelte sono faticose e impopolari, ma restituiscono alla domenica la sua forma più vera, e alla comunità la consapevolezza di dipendere da un dono che non può darsi da sola.