DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 15 AGOSTO 2026

XX Domenica del Tempo ordinario

XX Domenica del Tempo Ordinario — Anno A

16 agosto 2026

Is 56,1.6-7 · Sal 66(67) · Rm 11,13-15.29-32 · Mt 15,21-28

Fratelli e sorelle,

la liturgia di questa domenica ci conduce ai margini: al confine tra Israele e le nazioni, tra la casa di preghiera e la strada da cui viene un grido. Non è un margine geografico soltanto — Tiro e Sidone, terra fenicia, terra d'idoli — ma la soglia stessa del disegno di Dio, colto nel momento in cui si dilata oltre i confini che gli uomini gli avevano assegnato. Isaia lo aveva annunciato, il salmo lo canta come desiderio, Paolo lo interpreta come mistero doloroso e fecondo, il Vangelo lo mostra accadere in un dialogo che a prima lettura sconcerta, e che i Padri hanno amato scrutare come pochi altri testi evangelici.

Il profeta apre l'orizzonte con una promessa che sembra eccedere ogni prudenza pastorale: la casa del Signore sarà «casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). Non è un dettaglio che Gesù stesso, secoli dopo, riprenderà queste identiche parole per purificare il tempio, denunciando chi ne aveva fatto covo di ladri invece che dimora aperta alle genti (cfr. Mt 21,13): l'oracolo di Isaia e il gesto di Gesù si rispondono a distanza, e la pagina che oggi ascoltiamo — l'incontro con la donna cananea — ne è, per così dire, l'anticipo narrativo, la profezia già in atto prima ancora della sua proclamazione plateale a Gerusalemme. San Girolamo, commentando questo brano di Isaia, non esita a leggervi la vocazione dei pagani inscritta fin dentro il culto stesso d'Israele, non come concessione tardiva ma come orizzonte originario mai pienamente compreso. Il salmo responsoriale non fa che tradurre in preghiera la medesima attesa: «Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti» (Sal 66,4) — un ritornello che nella sua ripetizione quasi liturgica lascia intendere come la lode di Israele non possa dirsi compiuta finché non vi si uniscono, in coro, le nazioni.

Ma è Paolo, nella lettera ai Romani, a custodire l'aspetto più drammatico di questo mistero. L'Apostolo delle genti scrive da uomo lacerato: annuncia ai pagani proprio perché spera, per questa via indiretta, di ridestare la gelosia salutare del suo popolo secondo la carne (Rm 11,14), e conclude con un'affermazione che la Chiesa ha imparato a custodire come pietra angolare di ogni teologia delle relazioni con Israele: «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Non si tratta di una formula di cortesia. È la garanzia che la fedeltà di Dio non si lascia condizionare dall'infedeltà degli uomini — né quella d'Israele, né la nostra —, e che la storia della salvezza, per quanto attraversata da rifiuti e incomprensioni reciproche, resta sorretta da una promessa che nessuna disobbedienza può annullare. Il Concilio Vaticano II ha fatto proprio questo versetto nella dichiarazione Nostra aetate, dove si afferma che gli Ebrei restano carissimi a Dio, che li ha chiamati con vocazione irrevocabile (Nostra aetate, n. 4); e la Commissione per i rapporti religiosi con l'Ebraismo, nel documento del 2015 che a questo stesso versetto ha voluto intitolarsi, ha ribadito come il mistero d'Israele non sia un capitolo chiuso della storia sacra, ma una ferita e insieme una promessa ancora aperta dentro la fede della Chiesa.

È dentro questo orizzonte — casa aperta a tutti i popoli, lode universale attesa, doni irrevocabili non ritrattati — che va ascoltato il Vangelo, altrimenti rischiamo di fermarci allo scandalo della superficie e di perdere la sapienza che vi hanno scorto i Padri.

Gesù si è ritirato in terra pagana. Una donna cananea — la Scrittura sceglie apposta un nome carico di memoria, quello degli antichi abitatori idolatri della terra promessa — gli grida dietro invocandolo con un titolo squisitamente israelitico: «Figlio di Davide» (Mt 15,22). E Gesù, per la prima e unica volta in tutto il Vangelo di Matteo, non risponde. Non una parola. I discepoli, infastiditi più che compassionevoli, chiedono che venga accontentata solo per liberarsene. Allora arriva la parola più dura: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 15,24).

Che fare di questo silenzio e di questa durezza, che tanto disturbano la sensibilità moderna? San Giovanni Crisostomo, nella cinquantaduesima delle sue Omelie sul Vangelo di Matteo, propone un'immagine che vale la pena custodire: il silenzio del Signore non è disprezzo, ma la pazienza del medico che non applica subito il farmaco, lasciando che la ferita si manifesti in tutta la sua profondità, perché la fede della donna, messa alla prova, possa rivelarsi in tutta la sua grandezza e divenire catechesi per i discepoli di ogni tempo. È lo stesso Crisostomo a cogliere, con una formula che i monaci di Bose amano ancora citare, il senso ultimo dell'episodio: Cristo è uscito dai propri confini e questa donna dalla propria terra, e proprio in quel duplice sconfinamento — di Dio verso l'uomo, dell'uomo verso Dio — l'incontro è divenuto possibile.

La donna non si scoraggia, non si offende, non rivendica un diritto. Si prostra e supplica: «Signore, aiutami!» (Mt 15,25). E qui giunge la parola più dura di tutte: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26). Sant'Agostino, nel Discorso 77, legge in queste parole non un insulto ma un invito nascosto, e costruisce un contrasto che è insieme esegetico ed ecclesiologico: i figli d'Israele, seduti a tavola, custodi della Legge e dei Profeti, si erano nel loro complesso inorgogliti di un possesso che credevano esclusivo, mentre questa donna, venuta dalle tenebre dell'idolatria, non rivendica nulla e accetta persino il nome di «cagnolino» senza risentimento. Ed è proprio in quell'accettazione umile — osserva Agostino — che il cane diventa figlio: bussando con insistenza, portando pazientemente ciò che poteva suonare come offesa, la donna ottiene misericordia; se se ne fosse andata offesa, sarebbe rimasta ciò che si sentiva chiamare, ma restando e insistendo, da cane si è fatta figlia della casa.

La sua replica è un piccolo capolavoro di fede intelligente: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,27). Non contesta la priorità d'Israele nell'economia della salvezza — la conferma, anzi, riconoscendo che il pane è anzitutto dei figli — ma scopre nella casa del Padre uno spazio, sotto la tavola, che la logica stessa dell'elezione non esclude. È l'intuizione che salda insieme, senza confonderle, la priorità di Israele affermata da Paolo e l'apertura ai popoli annunciata da Isaia: la casa resta una, la tavola resta una, ma la misericordia che vi abita eccede ogni calcolo di appartenenza.

A questo punto Gesù pronuncia parole che in tutto il Vangelo di Matteo trovano un solo altro precedente, quello del centurione pagano di Cafarnao (Mt 8,10): «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,28). Non è senza significato che le due uniche volte in cui Matteo registra una lode così assoluta della fede, i destinatari siano entrambi pagani, mentre ai discepoli lo stesso evangelista riserva più spesso l'espressione opposta, quella «poca fede» che intride il racconto della barca sul lago e di Pietro che affonda. È un rovesciamento che i Padri hanno colto senza timore: non per svalutare Israele — di cui Paolo, nella seconda lettura, difende con ardore i doni irrevocabili — ma per mostrare come la fede, dove sorge, sorprenda sempre chi crede di possederne il monopolio.

Fratelli, questa pagina ci consegna insieme una consolazione e un esame. La consolazione è che nessuno resta escluso dalla casa di preghiera: la tavola del Padre ha posto anche per chi si presenta senza titoli, purché sappia supplicare con l'umiltà di chi non rivendica ma domanda. Come ha scritto Papa Francesco, la Chiesa non è una dogana, ma la casa paterna dove c'è posto per ciascuno con la sua vita difficile (Evangelii gaudium, n. 47) — un'immagine che la donna cananea, ventuno secoli prima, aveva già intuito bussando a una porta che sembrava chiusa e trovandola, alla fine, spalancata. L'esame riguarda invece la nostra fede: quanto somiglia a quella dei figli seduti a tavola, sicura di sé e talora assopita nell'abitudine, e quanto a quella della donna che grida, insiste, accetta di essere messa alla prova e non demorde? Il silenzio di Dio, quando lo sperimentiamo nella preghiera, non è mai il segno della sua assenza: è, come insegna Crisostomo, il tempo in cui la ferita del nostro desiderio viene scavata più a fondo, perché la grazia, quando giunge, non trovi un cuore distratto ma un cuore che sa di aver molto domandato e molto atteso.

Chiediamo al Signore, in questa Eucaristia — casa di preghiera aperta oggi a noi come lo fu a quella donna di Tiro e Sidone — la fede grande che non si scoraggia del silenzio, l'umiltà che non si offende della prova, e la memoria fedele di quei doni irrevocabili che Dio continua a custodire per il suo popolo antico e per il popolo nuovo, finché — secondo la promessa — tutti i popoli non lo lodino insieme, alla stessa tavola, con lo stesso pane. Amen.