DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
✝ArcipreturaDI CAPALBIO

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PUBBLICATA IL 22 AGOSTO 2026

XXI Domenica del Tempo ordinario

XXI Domenica del Tempo Ordinario — Anno A

Messa di Ringraziamento per la guarigione

Is 22,19-23 · Sal 137(138) · Rm 11,33-36 · Mt 16,13-20

Fratelli e sorelle, questa sera – questa domenica – la Parola che abbiamo ascoltato non mi parla soltanto come pastore che vi presiede: mi parla dentro una storia che è la mia. Voglio condividerla con voi con semplicità, senza farne il centro della celebrazione – il centro resta, come sempre, l'Eucaristia, il rendimento di grazie di tutta la Chiesa – ma perché la Parola di oggi mi ha aiutato a rileggere quanto ho vissuto, e forse può aiutare anche qualcuno di voi a rileggere ciò che sta vivendo.

Il salmo che abbiamo appena pregato lo dico con parole che sento mie: «Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore [...] nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto» (Sal 137,1.3). Non è un ringraziamento generico, astratto. È il ringraziamento di chi ha gridato in un giorno preciso – e io quei giorni li ricordo bene – e in un giorno preciso ha ricevuto risposta. Sant'Agostino, commentando questo salmo, insiste sul fatto che il rendimento di grazie autentico avviene «davanti agli angeli», cioè non resta chiuso nel segreto del cuore ma diventa lode pubblica, comunitaria: è esattamente ciò che sto facendo ora, davanti a voi, come parte della Chiesa e non fuori da essa.

La prima lettura, tratta da Isaia, racconta l'investitura di Eliakìm come nuovo maggiordomo del re: «lo pianterò come un piolo in luogo solido» (Is 22,23). È un'immagine che chi ha attraversato una malattia grave riconosce bene, anche se a prima vista sembra lontana dal tema del ringraziamento. Perché la malattia – e in particolare il tumore, questa parola che fa paura solo a pronunciarla – è proprio l'esperienza di un terreno che cede sotto i piedi: certezze, progetti pastorali, persino il corpo stesso, tutto diventa improvvisamente precario. Anch'io l'ho provato. E allora la promessa di Isaia acquista per me un peso diverso: Dio è colui che, quando tutto vacilla, sa piantare di nuovo un piolo fisso in luogo solido. Non si tratta di un ritorno meccanico a come le cose erano prima – il testo di Isaia, non a caso, si ferma proprio sulla soglia della promessa, senza nascondere che anche i pioli più saldi possono un giorno cedere (cfr. Is 22,25) – ma della certezza che la stabilità vera non viene mai da noi stessi: è sempre un dono ricevuto, giorno per giorno, dalla fedeltà di Dio, non un possesso definitivo che la guarigione mi consegna una volta per tutte.

San Paolo, nella seconda lettura, mi offre lo sguardo che tiene insieme tutto questo senza pretendere di spiegarlo: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?» (Rm 11,33-34). È una parola che ho imparato a fare mia in questi mesi: il mio ringraziamento non nasce dall'aver capito perché proprio a me, perché in questo modo, perché ora sono qui a poter celebrare con voi. Nasce, al contrario, dal deporre la pretesa di capire, e dal riconoscere che «da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose» (Rm 11,36) – anche il tempo della prova, anche il tempo della guarigione. Per questo la lettura non si chiude con una spiegazione, ma con una dossologia: «A lui la gloria nei secoli». È il punto più alto a cui un ringraziamento può arrivare: quando smette di cercare ragioni e diventa lode.

E poi il Vangelo, che ci porta a Cesarea di Filippo. Gesù fa ai discepoli due domande, e sono domande diverse. La prima – «chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?» – è una domanda a cui si può rispondere per sentito dire, ripetendo opinioni altrui. La seconda – «ma voi, chi dite che io sia?» – è una domanda a cui nessuno può rispondere al posto nostro. Devo confessarvi che la malattia, attraversata e ora superata, mi ha costretto a questo passaggio: da una conoscenza di Cristo che, pur essendo la mia vita e il mio ministero, poteva ancora restare in parte teorica, professionale, a una domanda personale, che non lasciava scampo. San Giovanni Crisostomo, commentando questo passo, fa notare che la risposta di Pietro – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – non nasce da un ragionamento umano, ma è un dono: «né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio». Anche il riconoscimento grato che faccio oggi non è semplicemente il frutto di una diagnosi favorevole: è, in ultima analisi, una grazia che non mi appartiene, e di cui posso solo dire grazie.

C'è infine una parola del Vangelo che vorrei lasciarvi come sigillo di questa celebrazione: «le porte degli inferi non prevarranno». Non voglio leggerla in modo trionfalistico, come se la mia guarigione fosse una vittoria definitiva sulla morte – so bene che non è così, e so che accanto a me, in questi mesi, ho incontrato fratelli e sorelle che continuano a lottare, o che non ce l'hanno fatta, e li porto nel cuore anche in questo momento di grazia. Ma posso leggerla come un segno, un anticipo, una «primizia», per usare un linguaggio caro a san Paolo: ogni volta che la vita prevale, in mezzo a noi, sulle porte della morte, stiamo intravedendo qualcosa della vittoria definitiva di Cristo, quella pasquale, verso cui tutto è orientato, e verso cui cammina anche chi oggi non può ancora dire, come me, di essere guarito.

Per questo il mio ringraziamento di oggi non voglio che resti una cosa privata tra me e Dio: lo affido a voi, comunità che mi è stata vicina con la preghiera anche quando non potevo dirlo apertamente, e lo innesto in quello che stiamo già facendo in questa Eucaristia – che di per sé, nel suo nome stesso, è «rendimento di grazie». Il pane e il vino che tra poco porteremo all'altare portano dentro anche la mia storia, il mio grido, la risposta che ho ricevuto. E diventano, per tutti noi, un invito a fidarci di quel Dio le cui vie restano imperscrutabili, ma la cui fedeltà, come il piolo piantato in luogo solido, non manca mai.