Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria
15 agosto
Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab · Sal 44 (45) · 1 Cor 15,20-27a · Lc 1,39-56
Fratelli e sorelle carissimi,
il cielo si squarcia oggi davanti ai nostri occhi, e l'apostolo Giovanni, dalla sua Patmos, ce ne consegna la visione: «Un segno grande apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» [1]. Alla nostra attenzione filologica non sfugga la contiguità che il testo sacro istituisce fra la chiusura del capitolo undicesimo dell'Apocalisse e l'apertura del dodicesimo: l'arca dell'alleanza vista nel tempio celeste e la donna vestita di sole non sono, nella redazione giovannea, due visioni accostate per caso, ma un unico dittico teologico [2]. L'arca che custodiva le tavole della Legge, la manna e il germoglio di Aronne diviene, nella tipologia riconosciuta dalla tradizione patristica, figura di colei che ha custodito nel proprio grembo il Verbo fatto carne. Se l'arca antica, costruita di legno incorruttibile e rivestita d'oro purissimo, non poteva conoscere la corruzione, tanto meno poteva conoscerla l'arca vivente della nuova ed eterna alleanza.
È precisamente questo l'argomento di convenienza teologica che sorregge la definizione dogmatica proclamata da Pio XII nel 1950 con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus: il medesimo privilegio che preservò il corpo verginale di Maria da ogni ombra di corruzione nel concepimento immacolato richiedeva, per intima coerenza, che quel medesimo corpo non conoscesse la dissoluzione del sepolcro, ma fosse, al termine del suo corso terreno, assunto nella gloria celeste in anima e corpo[3]. Non si tratta, si badi, di un'apoteosi mitologica né di un privilegio arbitrariamente concesso, bensì della logica interna dell'Incarnazione che giunge al proprio compimento nella creatura che più intimamente vi ha preso parte.
La riflessione teologica su questo mistero è, in realtà, remota. Già Ireneo di Lione, nel secondo secolo, aveva colto in Maria la ricapitolazione di Eva: il nodo dell'disobbedienza, annodato da Eva per la sua incredulità, viene sciolto da Maria mediante la sua fede[4]. Ma è nei secoli successivi, e in particolare nell'VIII secolo, che questa intuizione trova la propria piena esplicitazione teologica: Giovanni Damasceno, nelle sue omelie sulla Dormizione, non pretende di raccontare un fatto cronachistico di cui possieda documentazione storica, ma proclama una convenienza teologica già custodita da tempo nella memoria liturgica dell'Oriente cristiano — era conveniente, insegna il Damasceno, che il grembo il quale aveva accolto il Creatore non fosse dissolto nella corruzione della terra, ma che, come la vita ne era uscita, così vi ritornasse rivestita di gloria [5]. Sulla medesima linea si pone Modesto di Gerusalemme, che nel secolo precedente celebra il transito di Maria non come una fine, ma come un passaggio verso la vita, un vero e proprio trapasso nel senso più pieno e mistagogico del termine [6].
Torniamo, fratelli, al testo che la liturgia oggi ci consegna a integrazione della visione apocalittica: san Paolo, scrivendo ai Corinzi, proclama Cristo «primizia di coloro che sono morti» [7], principio di una raccolta che si estenderà a tutti coloro che gli appartengono, ciascuno secondo il proprio ordine. Ebbene: se Cristo è la primizia assoluta, Maria ne è la prima, singolarissima estensione. In lei il frutto della Pasqua non resta promessa differita, ma si mostra già raccolto, già maturo, già portato a compimento in una creatura della nostra medesima carne. Ecco perché il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium, ha potuto definire l'Assunta «segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio pellegrinante» [8]: non un privilegio che ci allontana da lei, ma un anticipo che ci avvicina al nostro proprio destino.
E qui, fratelli, tocchiamo il cuore mistagogico della solennità odierna. Il Vangelo che abbiamo ascoltato non narra un'assunzione, ma una visitazione: Maria che si alza e va in fretta verso la montagna, Maria che porta Cristo a Elisabetta prima ancora che la teologia sappia dirne il nome. Sant'Ambrogio, commentando questo episodio, non lascia sfuggire il parallelismo con Davide che danzava ed esultava dinanzi all'arca dell'alleanza in cammino verso Gerusalemme[9]: come allora l'arca suscitava la gioia esultante del re, così ora l'arca vivente della nuova alleanza fa sussultare di gioia il precursore ancora chiuso nel grembo materno. E proprio in quella casa, dinanzi al saluto della cugina, Maria intona il canto che è già, in germe, il canto della propria gloria: «D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» [10]. Il Magnificat non è retorica di umiltà, ma profezia esatta: Colui che è potente ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili; e nell'Assunzione noi vediamo, in atto, che cosa significhi essere davvero innalzati da Dio — non con un trono di questo mondo, ma con la gloria della risurrezione anticipata.
Che cosa significa, dunque, per noi, oggi radunati in questa liturgia, contemplare la Vergine assunta in cielo? Non significa guardare un privilegio a noi precluso, ma riconoscere, in lei, la primizia della nostra stessa carne glorificata. Il nostro corpo, che portiamo con tanta fatica, che la malattia consuma e che la morte un giorno scioglierà, non è destinato all'oblio: è destinato alla gloria che già risplende in Maria. Per questo la Chiesa, quando celebra l'Eucaristia, non compie un gesto puramente spirituale e disincarnato: ci nutre di un pane che è, secondo l'espressione di sant'Ignazio di Antiochia, «farmaco di immortalità» [11], pegno della medesima gloria che oggi contempliamo già compiuta in colei che ci ha generato Cristo nella carne.
Sia lode, dunque, oggi e sempre, a Colei che, assunta in cielo, non cessa di essere per noi Madre, Arca dell'Alleanza, Donna vestita di sole, primizia della nostra speranza. Amen.
[1]Ap 12,1 (traduzione CEI 2008).
[2]Cfr. Ap 11,19–12,1: la visione dell'arca celeste e l'apparizione della donna sono unite senza soluzione di continuità nel testo greco, secondo una lettura tipologica attestata già nell'esegesi patristica e mariana antica.
[3]PIO XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950, n. 44 (parafrasi dell'argomento di convenienza ivi svolto).
[4]IRENEO DI LIONE, Adversus haereses III, 22, 4.
[5]GIOVANNI DAMASCENO, Homilia I in Dormitionem Beatae Mariae Virginis (PG 96).
[6]MODESTO DI GERUSALEMME, In dormitionem Sanctissimae Deiparae (PG 86).
[7]1 Cor 15,20 (CEI 2008).
[8]CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen Gentium, n. 68.
[9]Cfr. AMBROGIO DI MILANO, Expositio Evangelii secundum Lucam II, 19, sul parallelo fra 2Sam 6,14-16 e Lc 1,41.
[10]Lc 1,48.
[11]IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Ad Ephesios 20, 2: φάρμακον ἀθανασίας.