OMELIA SAN BERNARDINO DA SIENA
San Bernardino non è soltanto un santo da venerare, né un patrono da ricordare con devozione annuale. È un uomo che torna oggi davanti alla nostra comunità come una parola viva, quasi come un esame di coscienza. La liturgia che la Chiesa ci consegna nella sua festa è severa e luminosa insieme: ci parla di vigilanza, di predicazione, di croce, di unità. Sono quattro parole che sembrano scolpite nella vita stessa di san Bernardino: un uomo che ha vegliato sulla Chiesa del suo tempo, che ha predicato Cristo con ardore instancabile, che ha scelto la sapienza paradossale della croce e che ha lavorato per ricomporre città, famiglie, coscienze e comunità divise.
Nella prima lettura, san Paolo si congeda dagli anziani della Chiesa di Efeso. È una pagina commovente: Paolo sa di non rivedere più quei volti; sa che la Chiesa non sarà risparmiata dalla prova; sa che il gregge potrà essere minacciato non soltanto da nemici esterni, ma anche da turbamenti interni. Per questo dice: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge». È una parola di straordinaria attualità. Prima di vigilare sugli altri, bisogna vigilare su se stessi. Prima di correggere il mondo, bisogna lasciarsi correggere da Dio. Prima di difendere la verità con la bocca, bisogna custodirla nel cuore.
San Bernardino fu precisamente questo: un uomo vigilante. Non un agitatore, non un moralista da piazza, non un predicatore di parole vuote, ma un custode. Custodì la fede in un tempo difficile, segnato da tensioni sociali, rivalità tra città, lotte tra fazioni, cupidigia, usura, vendette familiari e decadenza dei costumi cristiani. La sua predicazione non fu evasione devota, ma medicina forte. Egli sapeva che una società si ammala quando dimentica Dio, quando il denaro diventa padrone, quando la parola non serve più alla verità ma all’inganno, quando la convivenza si spezza in gruppi contrapposti, quando ciascuno cerca il proprio interesse e non il bene comune.
Per questo la sua predicazione fu così incisiva: perché non partiva da un’ideologia, ma dal Vangelo. Non voleva semplicemente rendere gli uomini più educati, più disciplinati o più rispettabili. Voleva riportarli a Cristo. Ed è qui che la seconda lettura ci offre la chiave profonda: «Noi predichiamo Cristo crocifisso». Paolo non dice: predichiamo una morale, una cultura, una strategia, un programma sociale. Dice: predichiamo Cristo crocifisso. Perché solo lì, nella croce, si rivela la vera sapienza di Dio.
Il mondo cerca spesso una sapienza diversa. Cerca l’efficienza, il successo, il consenso, l’apparenza, la forza. Anche oggi si ammira chi vince, chi prevale, chi si impone, chi sa vendere bene la propria immagine. Ma il cristianesimo nasce da un Crocifisso. Nasce da Colui che non salva dominando, ma donandosi; non conquista schiacciando, ma amando; non redime con la violenza, ma con il sangue versato. Questa è la “stoltezza” di Dio, più sapiente della sapienza degli uomini. Questa è la “debolezza” di Dio, più forte della forza degli uomini.
San Bernardino comprese profondamente questa verità. Il Nome di Gesù, che egli diffuse con tanto zelo attraverso il monogramma IHS, non era per lui un simbolo decorativo, né un segno esteriore da collocare sulle case o nelle piazze per semplice consuetudine. Era una professione di fede. Quel Nome diceva tutto: Gesù, cioè il Salvatore. In quel Nome c’è la croce, c’è il perdono, c’è la riconciliazione, c’è la conversione, c’è la possibilità di ricominciare. Bernardino non predicava se stesso; predicava il Nome. Non cercava discepoli dietro di sé; conduceva tutti a Cristo. E proprio qui si vede il vero predicatore: non trattiene le persone attorno alla propria figura, ma le consegna a Dio.
San Paolo dice agli anziani di Efeso: «Vi affido a Dio e alla parola della sua grazia». È una frase bellissima. Paolo non dice: vi affido alla mia memoria, alla mia opera, alla mia organizzazione. Dice: vi affido a Dio. Il santo autentico fa questo: non occupa il posto di Dio, ma lo indica; non lega a sé, ma libera; non crea dipendenza dalla propria persona, ma educa alla fede adulta. Così san Bernardino, nella tradizione francescana dell’Osservanza, fu riformatore non perché inventò un cristianesimo diverso, ma perché richiamò i cristiani alla freschezza esigente del Vangelo. La vera riforma nella Chiesa non è mai tradimento della forma ricevuta; è ritorno alla sorgente. Non è capriccio del presente; è fedeltà più pura a ciò che la Chiesa ha sempre creduto, celebrato e vissuto.
Il Vangelo ci porta ancora più in profondità. Gesù, nell’ora suprema, prega: «Perché tutti siano una sola cosa». Non prega soltanto per gli apostoli presenti, ma anche per quelli che crederanno attraverso la loro parola. Dunque prega anche per noi, per questa comunità, per Capalbio, per ogni famiglia, per ogni battezzato. E non chiede una unità qualsiasi. Dice: «Come tu, Padre, sei in me e io in te». L’unità cristiana non è un compromesso diplomatico, non è il semplice quieto vivere, non è una facciata educata dietro la quale continuano rancori, gelosie e divisioni. È partecipazione alla comunione stessa del Padre e del Figlio nello Spirito Santo.
Qui dobbiamo essere sinceri. Una comunità cristiana può fare molte cose: feste, processioni, iniziative, restauri, incontri, attività. Ma se perde l’unità, perde il suo segno più convincente. Gesù lo dice chiaramente: «Perché il mondo creda». Il mondo crede quando vede cristiani riconciliati; il mondo si allontana quando vede cristiani divisi, litigiosi, incapaci di perdonare, pronti a giudicarsi, a parlarsi alle spalle, a difendere ciascuno il proprio piccolo territorio. L’unità non è un ornamento della Chiesa: è parte della sua missione.
San Bernardino fu grande anche per questo: perché la sua parola cercava di spegnere gli odi e ricondurre le città alla pace. Non era una pace debole, costruita sull’ambiguità. Era una pace evangelica, che nasce dalla verità, dalla penitenza, dal perdono, dalla restituzione del maltolto, dalla conversione concreta. Non basta dire “pace” se non si rinuncia all’orgoglio. Non basta invocare l’unità se ciascuno pretende di restare al centro. Non basta chiamarsi cristiani se poi il cuore rimane chiuso nella durezza.
Il Salmo ci ha fatto pregare: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice». È una parola decisiva. L’uomo si divide quando cerca eredità sbagliate: prestigio, possesso, potere, riconoscimento, sicurezza mondana. Il cristiano invece dice: la mia eredità è il Signore. Chi ha Dio come eredità non ha bisogno di divorare il fratello. Chi ha Dio come rifugio non deve difendersi con l’arroganza. Chi ha Dio come calice sa che la vita non si salva accumulando, ma donando.
Per questo Paolo può dire: «Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno». E aggiunge le parole del Signore Gesù: «Si è più beati nel dare che nel ricevere». Anche questo è profondamente bernardiniano. Bernardino predicò contro l’avarizia, contro l’usura, contro l’ingiustizia economica, perché sapeva che il denaro, quando diventa idolo, distrugge l’anima e corrompe la città. Una comunità è cristiana non soltanto quando prega, ma quando sa soccorrere i deboli; non soltanto quando celebra, ma quando vive la carità; non soltanto quando onora il patrono, ma quando imita il patrono.
Oggi, dunque, celebrare san Bernardino patrono di Capalbio significa domandarci con serietà: quale Nome sta scritto sulla nostra vita? Il Nome di Gesù o il nome del nostro io? Il Nome del Crocifisso o il nome dei nostri interessi? Il Nome che salva o i nomi effimeri delle nostre ambizioni?
San Bernardino ci direbbe, con la franchezza dei santi, che non basta portare Cristo nelle tradizioni se poi lo si espelle dalle scelte. Non basta custodire una festa se non si custodisce la fede. Non basta ornare le strade se non si purificano i cuori. Non basta invocare il patrono se poi non si accetta il Vangelo che egli ha predicato.
E tuttavia questa parola non è motivo di tristezza, ma di speranza. Perché Dio non ci chiama per accusarci, ma per edificarci. Paolo dice: «La parola della sua grazia ha la potenza di edificare». La grazia edifica. Ricostruisce ciò che è caduto. Risanà ciò che è ferito. Riaccende ciò che si è spento. San Bernardino, passando per le città d’Italia, non trovò comunità perfette; trovò peccati, divisioni, miserie, rivalità. Ma non si rassegnò. Predicò, ammonì, pianse, pregò, indicò Gesù. E molte coscienze si rialzarono.
Anche noi abbiamo bisogno di rialzarci. Abbiamo bisogno di tornare al centro. Il centro non siamo noi, non sono le nostre simpatie, non sono le nostre divisioni, non sono le nostre abitudini, non sono nemmeno le nostre opere, per quanto buone. Il centro è Cristo. Cristo crocifisso e risorto. Cristo sapienza di Dio. Cristo nostra pace. Cristo Nome santo nel quale ogni uomo può essere salvato.
Chiediamo allora a san Bernardino di proteggere Capalbio non come un custode muto del passato, ma come un padre che richiama i figli alla fede viva. Gli chiediamo di custodire le famiglie, gli anziani, i giovani, i malati, chi lavora, chi è solo, chi porta ferite nascoste. Gli chiediamo di insegnarci una parola cristiana: limpida, coraggiosa, non volgare; forte, ma non superba; vera, ma sempre ordinata alla salvezza. Gli chiediamo di liberarci dalle piccole inimicizie che impoveriscono la vita comunitaria. Gli chiediamo di renderci capaci di dare più che di ricevere, di servire più che di pretendere, di perdonare più che di accusare.
E soprattutto gli chiediamo di ricondurci al Nome di Gesù. Quel Nome sia scritto non soltanto sulle immagini, sugli stendardi o sulle facciate, ma nella mente, sulle labbra e nel cuore. Perché dove il Nome di Gesù è amato, lì la croce non fa più paura; dove la croce è accolta, lì nasce la vera sapienza; dove nasce la vera sapienza, lì la comunità ritrova unità; e dove i fratelli sono una cosa sola, il mondo può ancora credere che il Padre ha mandato il Figlio per la salvezza di tutti.