Omelia per la Domenica di Pentecoste – Anno A
Pentecoste non è la festa di un sentimento religioso più intenso, né il ricordo commosso di un entusiasmo originario ormai perduto. È, piuttosto, il giorno in cui la Chiesa comprende di non essere nata da un progetto umano, da una strategia pastorale, da una convergenza di temperamenti o da una qualche spontanea aggregazione di discepoli. La Chiesa nasce dal soffio di Dio. Nasce quando lo Spirito Santo, promesso dal Risorto, scende sugli apostoli e trasforma un gruppo impaurito in un corpo vivo, una stanza chiusa in un cenacolo missionario, una memoria ferita in annuncio pubblico, una comunità ripiegata su di sé in popolo convocato per tutte le genti.
Il racconto degli Atti degli Apostoli è solenne e quasi liturgico: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Non è un dettaglio cronologico. Luca ci dice che un tempo giunge a compimento. La Pentecoste ebraica, festa delle settimane, cinquanta giorni dopo Pasqua, memoria del dono della Legge e rendimento di grazie per le primizie, diventa ora il giorno del dono nuovo: non una legge scritta su tavole di pietra, ma lo Spirito scritto nei cuori; non più soltanto il Sinai avvolto da tuoni e fuoco, ma il Cenacolo investito da vento e lingue come di fuoco. L’antica alleanza non viene abolita, ma portata alla sua pienezza. Dio non ritira la sua promessa: la conduce a compimento.
Il vento e il fuoco sono segni antichi della presenza divina. Il vento richiama il respiro primordiale che, all’inizio della creazione, aleggiava sulle acque. Richiama anche quel soffio vitale che Dio insufflò nelle narici dell’uomo perché diventasse essere vivente. Lo Spirito è la vita di Dio comunicata all’uomo: non una forza anonima, non una suggestione interiore, non un’energia indistinta, ma il dono personale del Padre e del Figlio, «Dominum et vivificantem», Signore e datore di vita, come professiamo nel Credo.
Il fuoco, poi, purifica, illumina, scalda, trasforma. Non distrugge ciò che Dio ama, ma consuma ciò che impedisce all’uomo di vivere secondo Dio. Lo Spirito non viene per adornare superficialmente la nostra esistenza religiosa, ma per bruciare la paura, la doppiezza, la tiepidezza, la sterile nostalgia, l’autosufficienza. La sua azione non è decorativa: è creatrice. Egli non rende la Chiesa semplicemente più efficiente, ma più santa; non la rende più rumorosa, ma più ardente; non la rende più accomodante, ma più fedele.
E il primo frutto della discesa dello Spirito è la parola. Gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue». Qui si compie il grande rovesciamento di Babele. A Babele gli uomini avevano tentato di costruire una città e una torre per farsi un nome, per salire al cielo con le proprie forze, per occupare il posto di Dio. Il risultato era stato la confusione: una lingua frantumata, una comunione perduta, una dispersione inevitabile. A Pentecoste, invece, gli uomini non salgono al cielo: è Dio che discende. Non cercano di farsi un nome: ricevono il Nome da annunciare. Non costruiscono una torre: diventano tempio. E non parlano per affermare se stessi, ma perché ciascuno possa udire «nelle proprie lingue le grandi opere di Dio».
Questo è un punto delicato e bellissimo. Lo Spirito non cancella le differenze, non appiattisce le lingue, non uniforma i volti, non produce un’umanità indistinta. Ciascuno ascolta nella propria lingua. La cattolicità della Chiesa non è monotonia, ma comunione; non è confusione, ma armonia; non è somma disordinata di individualismi, ma unità nella ricchezza dei doni. Lo Spirito è il nemico tanto dell’omologazione quanto della dispersione. Dove c’è lo Spirito, la diversità non diventa divisione e l’unità non diventa dominio.
San Paolo, nella seconda lettura, lo dice con una limpidezza mirabile: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio». La Chiesa vive di questa architettura spirituale: molti doni, un solo Spirito; molte membra, un solo corpo. Il carisma, se è autentico, non isola mai chi lo riceve. Non diventa un titolo di superiorità, non autorizza protagonismi, non fonda piccole signorie personali dentro la comunità. Il carisma è sempre dato «per il bene comune». Quando un dono non edifica il corpo, quando produce rivalità, disprezzo, vanità, contrapposizione sterile, allora bisogna avere il coraggio evangelico di chiedersi se venga davvero dallo Spirito Santo o piuttosto da quella sottile idolatria di sé che può insinuarsi perfino nelle cose religiose.
La Pentecoste ci ricorda che la Chiesa non vive anzitutto di organizzazione, per quanto l’organizzazione sia necessaria; non vive anzitutto di programmi, per quanto i programmi possano essere utili; non vive anzitutto di competenze, per quanto le competenze siano preziose. La Chiesa vive dello Spirito Santo. Quando lo dimentica, può anche apparire attiva, ma diventa interiormente sterile; può moltiplicare parole, ma perdere la Parola; può creare strutture, ma non generare figli; può parlare molto di missione, ma non avere più il fuoco dell’annuncio.
Per questo il Vangelo ci conduce non nella piazza, ma nel Cenacolo; non nel clamore del mondo, ma nel silenzio di una sera pasquale. «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù». Le porte sono chiuse. È l’immagine di ogni comunità che ha paura, di ogni cuore che si difende, di ogni fede che teme di esporsi. I discepoli hanno visto la morte del Maestro; portano addosso il peso del tradimento, della fuga, della sconfitta. Eppure il Risorto non aspetta che siano coraggiosi per visitarli. Entra proprio là dove sono chiusi. Non li umilia, non li rimprovera, non comincia facendo l’elenco delle loro incoerenze. Dice: «Pace a voi».
La pace del Risorto non è semplice tranquillità psicologica. Non è assenza di problemi, né quiete sentimentale, né equilibrio diplomatico. È la pace che nasce dalle piaghe gloriose. Gesù mostra le mani e il fianco: la sua pace non cancella la croce, la attraversa. Non è una pace senza ferite, ma una pace più forte delle ferite. Le piaghe restano, ma non sanguinano più morte: irradiano misericordia. La Chiesa riceve lo Spirito guardando le piaghe del Signore. Questo è decisivo. Senza le piaghe di Cristo, lo Spirito rischierebbe di essere frainteso come entusiasmo vago; senza lo Spirito, le piaghe resterebbero soltanto memoria dolorosa. Invece, nel Risorto, le piaghe diventano sorgente di pace e lo Spirito diventa potenza di riconciliazione.
«Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». La Pentecoste è inseparabile dalla missione. Lo Spirito non viene per rinchiuderci in un’intimità devota, ma per inviarci. Certo, Egli consola; ma consola per rendere capaci di testimonianza. Certo, illumina; ma illumina perché la verità sia annunciata. Certo, guarisce interiormente; ma guarisce perché le ferite non diventino alibi per sottrarsi all’amore. Una Chiesa che invoca lo Spirito ma non accetta di essere mandata tradisce il dono ricevuto. Una comunità che cerca consolazione senza conversione, fervore senza obbedienza, emozione senza missione, non è ancora entrata pienamente nel mistero della Pentecoste.
Poi Gesù compie un gesto di straordinaria densità: «Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo». Il verbo richiama la creazione. Come all’inizio Dio aveva soffiato nell’uomo l’alito della vita, così ora Cristo soffia sui discepoli l’alito della nuova creazione. La Pasqua non resta esterna all’uomo: entra nel suo respiro. Lo Spirito Santo fa dell’uomo perdonato una creatura nuova. La Chiesa nasce da questo soffio, non da un atto notarile; nasce da una effusione, non da una delibera; nasce da Cristo vivente che comunica il suo Spirito.
E subito il dono dello Spirito è legato al perdono: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». È impressionante. Noi forse avremmo collegato lo Spirito anzitutto alla sapienza, alla forza, alla predicazione, ai miracoli. Gesù invece lo collega immediatamente alla remissione dei peccati. Perché? Perché il primo segno della nuova creazione è l’uomo riconciliato con Dio. Il peccato è la vera anti-Pentecoste: divide, chiude, muta il fratello in estraneo, rende incomprensibile la lingua dell’amore. Il perdono, invece, riapre il passaggio dello Spirito. La Chiesa è mandata nel mondo non come assemblea di impeccabili, ma come casa del perdono; non come tribunale di puri, ma come luogo in cui la misericordia di Dio raggiunge l’uomo nella verità.
Questo non significa banalizzare il peccato. Al contrario. Solo chi prende sul serio il peccato può comprendere la grandezza del perdono. Lo Spirito Santo non è indulgente complicità con il male; è santità che risana. Non chiama bene il male, ma rende possibile al peccatore rialzarsi. Non dissolve la verità nella misericordia, né irrigidisce la misericordia in una fredda amministrazione della colpa. Egli è lo Spirito della verità e della grazia: mostra la ferita e vi versa l’olio; smaschera la menzogna e restituisce la libertà; conduce alla confessione della colpa e alla gioia della riconciliazione.
Ecco perché la Pentecoste parla con tanta forza anche al nostro tempo. Viviamo in un’epoca ricchissima di parole, ma spesso povera di linguaggio vero; iperconnessa, ma frammentata; sensibile alla comunicazione, ma non sempre capace di comunione. Molti parlano, pochi ascoltano. Molti rivendicano, pochi edificano. Molti alzano la voce, pochi cercano la verità. Pentecoste non aggiunge semplicemente un’altra voce al frastuono del mondo: restituisce alla parola la sua vocazione originaria, che è servire la comunione e annunciare le opere di Dio.
Anche nella Chiesa abbiamo bisogno di questa purificazione. Abbiamo bisogno che lo Spirito ci liberi dalla parola amara, dalla parola inutile, dalla parola vanitosa, dalla parola che divide, dalla parola che ferisce per il gusto di ferire, dalla parola che si traveste da zelo ma nasce dall’orgoglio. Abbiamo bisogno di ricevere lingue di fuoco: non lingue di cenere, spente e rassegnate; non lingue di pietra, dure e incapaci di misericordia; non lingue di vento umano, rumorose e inconsistenti; ma lingue illuminate dallo Spirito, capaci di dire la verità con carità e la carità nella verità.
La sequenza di Pentecoste, il meraviglioso Veni Sancte Spiritus, chiama lo Spirito «dulcis hospes animae», dolce ospite dell’anima. È una delle espressioni più raffinate della tradizione latina. Lo Spirito è ospite, ma non estraneo; è dolce, ma non debole; entra nell’anima non per violentarla, ma per abitarla; non per sostituirsi alla libertà, ma per renderla finalmente vera. Dove entra lo Spirito, l’uomo non diventa meno umano: diventa più umano, perché viene restituito alla sua forma originaria, quella impressa da Dio. La grazia non distrugge la natura: la guarisce, la eleva, la compie.
Per questo la Pentecoste è anche una festa profondamente ecclesiale e profondamente personale. Ecclesiale, perché lo Spirito raduna il corpo di Cristo, distribuisce i carismi, sostiene i ministeri, custodisce la fede apostolica, rende viva la liturgia, feconda i sacramenti, mantiene la Chiesa nella verità intera. Personale, perché nessuno può delegare ad altri la propria docilità allo Spirito. Si può appartenere esteriormente alla Chiesa e restare interiormente chiusi nel proprio cenacolo. Si può conoscere la dottrina e non lasciarsi convertire. Si può partecipare ai riti e non consegnare il cuore. Lo Spirito non manca; spesso manca la nostra disponibilità a lasciarci condurre.
Domandiamoci allora, con semplicità seria: quali porte sono ancora chiuse in noi? Quale paura impedisce al Risorto di mandarci? Quale rancore rende muta la lingua della carità? Quale peccato ha bisogno di essere consegnato alla misericordia? Quale dono abbiamo ricevuto e stiamo trattenendo per noi? Quale parte della nostra vita resta ancora sottratta al soffio di Dio?
La Pentecoste non è il ricordo di ciò che accadde una volta; è la grazia di ciò che può accadere oggi. Anche oggi il Signore entra dove le porte sono chiuse. Anche oggi dice: «Pace a voi». Anche oggi mostra le sue piaghe, non per accusarci, ma per guarirci. Anche oggi soffia sulla sua Chiesa. Anche oggi dona lo Spirito Santo.
E allora invochiamolo davvero. Non come ornamento finale della preghiera, ma come necessità vitale. Vieni, Spirito Santo, perché senza di te la Chiesa diventa istituzione senza anima, la liturgia rito senza fuoco, la dottrina formula senza sapienza, la morale peso senza amore, la missione fatica senza gioia. Vieni, Spirito Santo, e ridona unità a ciò che è diviso, calore a ciò che è freddo, luce a ciò che è oscuro, parola a ciò che è muto, perdono a ciò che è ferito, vita a ciò che in noi si è spento.
La Chiesa non ha bisogno di inventare un altro fuoco. Ha bisogno di custodire quello ricevuto. Non ha bisogno di una Pentecoste diversa. Ha bisogno di lasciarsi nuovamente raggiungere dall’unica Pentecoste, quella che nasce dalla Pasqua del Signore, quella che fa dei timorosi degli apostoli, dei peccatori dei perdonati, dei dispersi un solo corpo, degli uomini fragili il tempio vivo di Dio.
E se oggi sapremo aprire anche solo una fessura, lo Spirito entrerà. Perché Egli è vento, e il vento trova passaggi che noi non immaginiamo. È fuoco, e il fuoco può riaccendere anche le braci che sembravano morte. È soffio, e dove soffia torna la vita.