DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 16 MAGGIO 2026

Ascensione del Signore

Carissimi,

la solennità dell’Ascensione del Signore non è la festa di una lontananza, ma la festa di una presenza nuova. Non celebriamo Gesù che se ne va, ma Cristo che porta la nostra umanità nel cuore stesso di Dio. Non contempliamo un distacco, ma un compimento. Il Risorto non abbandona la terra: la apre al cielo. Non lascia i suoi discepoli più poveri: li rende Chiesa, li rende testimoni, li rende sacramento vivo della sua presenza nel mondo.

Il libro degli Atti ci consegna una scena solenne e insieme molto concreta. Gli apostoli sono ancora legati a una speranza troppo terrena: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». È la domanda di sempre: quando cambieranno le cose? Quando vedremo finalmente il successo? Quando Dio farà trionfare ciò che noi aspettiamo? Ma Gesù non risponde dando date, calcoli o programmi politici. Risponde indicando una missione: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni».

Ecco il primo grande insegnamento dell’Ascensione: il cristiano non vive di curiosità sul futuro, ma di fedeltà nel presente. Non gli è chiesto di possedere i tempi di Dio, ma di abitare il proprio tempo con la forza dello Spirito. Il Signore non consegna ai suoi una mappa dettagliata della storia; consegna una responsabilità. Non dice: “guardate il cielo e attendete che tutto si risolva”; dice: “sarete miei testimoni fino ai confini della terra”.

È significativo che, mentre Gesù sale al cielo, gli apostoli restino con lo sguardo fisso verso l’alto. È un gesto comprensibile: chi ama vorrebbe trattenere. Chi ha visto il volto del Risorto vorrebbe restare in quella luce. Ma gli angeli intervengono quasi con una santa severità: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Non è un rimprovero contro la contemplazione; è un rimprovero contro una contemplazione sterile, che non diventa obbedienza, missione, carità, storia. Il cielo cristiano non è evasione dalla terra. È la misura alta con cui il credente impara ad abitare la terra.

La fede cattolica, nella sua sapienza più antica, ha sempre custodito questo equilibrio: guardare in alto senza disprezzare ciò che è in basso; cercare le cose del cielo senza fuggire le responsabilità della terra; vivere nel tempo con il cuore già orientato all’eterno. Per questo la liturgia ci educa ogni giorno con quelle parole così semplici e così grandi: Sursum corda, «in alto i nostri cuori». Non dice: “via dalla realtà”, ma “in alto il cuore”, perché solo un cuore elevato può restare fedele dentro la realtà senza diventare schiavo della paura, dell’interesse, dell’apparenza, del compromesso.

San Leone Magno, parlando dell’Ascensione, ha una formula mirabile: Ascensio Christi, provectio nostra, «l’ascensione di Cristo è il nostro avanzamento». Dove è salito il Capo, là è chiamato a giungere anche il Corpo. Cristo non entra nella gloria del Padre come un estraneo alla nostra carne, ma portando con sé la nostra umanità. Le sue piaghe gloriose non vengono cancellate: restano il segno eterno dell’amore. Il Figlio eterno, fatto uomo, introduce nella vita trinitaria ciò che ha assunto da noi. Questo è il cuore dottrinale della festa: in Cristo, la nostra carne non è più destinata soltanto alla polvere, ma alla gloria; non è più chiusa nella fragilità, ma chiamata alla comunione con Dio.

La seconda lettura, dalla Lettera agli Efesini, ci fa pregare perché Dio illumini «gli occhi del nostro cuore». È una espressione bellissima. Non basta avere gli occhi del corpo; occorrono gli occhi del cuore. Gli occhi del corpo vedono ciò che appare; gli occhi del cuore riconoscono ciò che vale. Gli occhi del corpo misurano il successo, la forza, la convenienza; gli occhi del cuore comprendono la speranza, l’eredità, la potenza della risurrezione. San Paolo non chiede per i cristiani una vita più comoda, ma una vista più profonda. Perché il vero dramma dell’uomo non è soltanto soffrire: è non capire più verso dove cammina.

L’Ascensione ci ridona la direzione. L’uomo moderno spesso corre molto, ma non sa più dove andare. Accumula esperienze, informazioni, immagini, parole; ma perde il senso del fine. Cristo ascende al cielo per ricordarci che la vita ha una meta. Non siamo fatti per girare a vuoto dentro il piccolo recinto delle nostre occupazioni. Non siamo fatti per consumare giorni e poi sparire. Siamo fatti per Dio. La nostra patria definitiva non è il successo, non è il consenso, non è l’efficienza, non è l’immagine che gli altri hanno di noi. La nostra patria è la comunione con il Padre, nel Figlio, per lo Spirito Santo.

Ma proprio qui il Vangelo di Matteo ci offre un particolare sorprendente. Gli Undici vanno in Galilea, sul monte indicato da Gesù. Lo vedono, si prostrano; «essi però dubitarono». È una frase che consola e inquieta. Consola, perché ci mostra una Chiesa reale, non immaginaria: una Chiesa che adora e insieme porta ferite, esitazioni, lentezze, paure. Inquieta, perché ci fa capire che si può essere davanti al Risorto e non essere ancora pienamente liberi dal dubbio. Il verbo greco usato dall’evangelista, edístasan, indica un’esitazione, una divisione interiore, come un piede che vorrebbe avanzare e l’altro che resta fermo.

Eppure Gesù non attende una comunità perfetta per affidarle il Vangelo. Non dice: “quando sarete impeccabili, allora andrete”. Non dice: “quando avrete capito tutto, allora parlerete”. Si avvicina proprio a loro, adoranti e dubbiosi, fragili e chiamati, e dice: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». La missione nasce non dalla nostra perfezione, ma dalla sua signoria. Non siamo mandati perché siamo forti; siamo mandati perché Lui è il Signore. Non siamo credibili per la nostra bravura; diventiamo credibili quando lasciamo trasparire Lui.

Il comando del Risorto è preciso: «fate discepoli». Non dice semplicemente: “organizzate attività”, “occupate spazi”, “moltiplicate parole”, “difendete una memoria culturale”. Dice: «fate discepoli». Il discepolo è colui che impara una forma di vita. Il cristianesimo non è un sentimento religioso generico, non è una decorazione morale, non è una tradizione esteriore da conservare solo per nostalgia. È sequela di Cristo, vita nuova, obbedienza alla parola, partecipazione ai sacramenti, appartenenza alla Chiesa. Per questo Gesù aggiunge: «battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Battesimo e insegnamento, sacramento e dottrina, grazia e comandamenti: nella fede cattolica queste realtà non si separano.

Qui sta una lezione necessaria anche per noi. Una Chiesa che battezza ma non insegna genera cristiani fragili. Una Chiesa che insegna ma non conduce ai sacramenti diventa scuola morale o conferenza religiosa. Una Chiesa che parla di amore ma tace i comandamenti tradisce il Vangelo. Una Chiesa che difende la verità senza carità sfigura il volto di Cristo. Il mandato del Signore tiene tutto insieme: annunciare, battezzare, insegnare, custodire, accompagnare. Così la Chiesa continua nella storia l’opera del suo Signore.

E poi viene la promessa finale, una delle più belle di tutto il Vangelo: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». L’Ascensione sembra dirci che Gesù parte; il Vangelo invece conclude dicendo che Gesù rimane. Parte secondo la visibilità del corpo terreno; rimane nella potenza della sua divinità, nella grazia dello Spirito, nella parola proclamata, nei sacramenti celebrati, nei poveri serviti, nella Chiesa radunata. Ancora San Leone Magno diceva che ciò che era visibile nel nostro Redentore è passato nei sacramenti. Non meno presenza, dunque, ma presenza più profonda. Non meno vicinanza, ma vicinanza più universale. Quando Gesù camminava sulle strade di Galilea, era presente in un luogo; ora, asceso alla destra del Padre, è presente a tutta la Chiesa, in ogni altare, in ogni tabernacolo, in ogni atto di grazia, in ogni cuore che lo invoca con fede.

Per questo l’Ascensione non spegne la gioia: la fonda. Il Risorto non è più soggetto alla distanza, alla fatica, alla minaccia, alla morte. È il Signore. E proprio perché è il Signore, può dire: «Io sono con voi». Questa è la certezza che sostiene la Chiesa nei secoli. Gli uomini passano, le mode passano, le ideologie passano, le potenze del mondo passano. Cristo resta. E resta non come un ricordo nobile, ma come Vivente. Non come un maestro del passato, ma come il Signore del presente e del futuro.

Allora oggi siamo chiamati a correggere il nostro sguardo. Troppo spesso guardiamo in basso, prigionieri delle piccole ansie quotidiane. Troppo spesso guardiamo intorno, cercando approvazione, conferme, paragoni. Troppo spesso guardiamo indietro con rimpianto o avanti con paura. L’Ascensione ci insegna a guardare in alto, ma non per diventare distratti: per diventare più veri. Chi guarda a Cristo glorioso impara a non assolutizzare ciò che passa. Chi sa che la sua vita è nascosta con Cristo in Dio non vende l’anima al primo applauso. Chi crede che il Signore regna alla destra del Padre non si lascia dominare dal panico quando la storia sembra oscura.

E tuttavia, subito dopo aver guardato in alto, bisogna tornare alla missione. Gli angeli lo dicono anche a noi: non restate immobili. Non fate della fede un ricordo, un’abitudine, un ornamento. Non limitatevi a guardare il cielo: portate sulla terra la luce del cielo. In famiglia, nel lavoro, nella comunità, nelle fatiche quotidiane, il cristiano è chiamato a testimoniare che Cristo è vivo. A volte con la parola; sempre con la vita. A volte con gesti grandi; più spesso con la fedeltà umile, con il perdono, con la pazienza, con la serietà morale, con la preghiera, con il rispetto della verità, con la carità concreta.

L’Ascensione ci consegna dunque tre certezze. La prima: Cristo regna. Non il caos, non la morte, non il male hanno l’ultima parola. La seconda: l’uomo ha una meta. Non siamo scarti del tempo, ma chiamati alla gloria. La terza: la Chiesa ha una missione. Non custodisce un museo, ma annuncia una presenza viva: «Io sono con voi tutti i giorni».

Chiediamo allora al Signore di illuminarci gli occhi del cuore. Chiediamogli di liberarci da una fede stanca, ripiegata, timorosa. Chiediamogli di renderci discepoli veri, non spettatori religiosi; testimoni, non semplici ammiratori; uomini e donne con i piedi ben piantati nella terra, ma con il cuore già orientato al cielo.

E quando tra poco, nella liturgia eucaristica, ascolteremo ancora l’invito: «In alto i nostri cuori», rispondiamolo con verità. Non sia una formula detta per abitudine. Sia il programma della nostra vita: in alto il cuore, perché Cristo è asceso; in alto il cuore, perché la nostra umanità è chiamata alla gloria; in alto il cuore, perché il Signore non ci ha lasciati soli, ma cammina con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.