DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 2 MAGGIO 2026

V domenica di Pasqua

Fratelli e sorelle,

la parola con cui oggi il Signore apre il Vangelo è una parola di grande delicatezza e, insieme, di grande autorità: «Non sia turbato il vostro cuore». Non dice semplicemente: non abbiate problemi, non soffrite, non piangete, non sentite il peso dell’ora. Gesù non è un maestro di illusioni, non addormenta il dolore con frasi consolatorie. Egli parla ai suoi discepoli nella notte dell’ultima cena, quando Giuda è già uscito, quando Pietro sta per essere scosso dalla prova del rinnegamento, quando la Passione non è più un’ombra lontana ma una soglia imminente. E proprio lì, nel cuore della crisi, Gesù dice: «Non sia turbato il vostro cuore».

Il turbamento del cuore è una delle esperienze più vere dell’uomo. È quel movimento interiore che nasce quando ciò che credevamo solido vacilla, quando il futuro si oscura, quando la fede non è più accompagnata dall’evidenza, quando Dio sembra condurci non verso una risposta immediata, ma dentro un passaggio. I discepoli sono turbati perché Gesù parla di una partenza. Essi vorrebbero trattenerlo, possederlo, continuare a camminare con lui nel modo abituale. Ma il Risorto educa la Chiesa a una presenza più profonda: non più soltanto il Maestro visibile accanto ai suoi, ma il Signore vivente che abita la Chiesa, la edifica come tempio spirituale, la guida mediante lo Spirito, la nutre nella Parola e nel Pane.

È qui che la Pasqua mostra tutta la sua serietà. La Risurrezione non è il semplice ritorno di Gesù alla vita di prima; è il suo ingresso definitivo nella gloria del Padre. Per questo egli può dire: «Vado a prepararvi un posto». Il cristianesimo non nasce da un’idea religiosa, ma da una dimora preparata. Non siamo gettati nel mondo come pellegrini senza casa; siamo attesi. La meta dell’uomo non è il vuoto, non è la dissoluzione, non è un generico sopravvivere nell’indistinto. La meta è la casa del Padre. E nella casa del Padre — dice Gesù — «vi sono molte dimore».

Questa espressione è stupenda. Le “molte dimore” non indicano dispersione, come se ciascuno avesse una verità privata, un paradiso su misura, una salvezza isolata. Indicano piuttosto la larghezza della misericordia di Dio. Nella casa del Padre c’è spazio perché Dio non è angusto; c’è ordine perché Dio non è confusione; c’è comunione perché Dio non salva l’uomo strappandolo dagli altri, ma inserendolo in un popolo. La Chiesa, già ora, dovrebbe essere il segno visibile di questa casa: non un luogo dove i cuori si restringono, ma dove vengono educati alla larghezza di Dio; non una comunità di perfetti, ma un edificio vivo, composto di pietre vive, secondo l’immagine della Prima lettera di Pietro.

San Pietro oggi ci dice: «Avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale». Cristo è la pietra viva. Questa è una delle immagini più dense della tradizione biblica. La pietra, normalmente, evoca stabilità, peso, fondamento. Ma qui Pietro parla di una pietra viva: stabilità senza immobilismo, fondamento senza durezza, solidità abitata dalla vita. Cristo è la pietra scartata dagli uomini e scelta da Dio. Gli uomini scartano ciò che non corrisponde ai loro criteri di potenza, di utilità, di successo immediato. Dio, invece, sceglie ciò che porta in sé il mistero dell’obbedienza, dell’amore, della donazione.

E Pietro aggiunge una cosa decisiva: anche noi siamo «pietre vive». La Chiesa non è costruita con materiale inerte. Non è una struttura esteriore dentro la quale poi, eventualmente, si aggiunge un po’ di vita spirituale. La Chiesa vive perché è composta da uomini e donne che, avvicinandosi a Cristo, ricevono da lui forma, consistenza, orientamento. Una pietra, da sola, può essere preziosa, ma non è ancora edificio. Per diventare edificio deve lasciarsi collocare. Qui c’è una grande lezione ecclesiale: nessun cristiano si costruisce da sé; nessun battezzato è criterio assoluto della propria fede; nessun carisma vive separato dal corpo. La Pasqua non genera individui religiosamente autosufficienti, ma un popolo sacerdotale, una stirpe eletta, una nazione santa, chiamata a proclamare le opere mirabili di Dio.

La prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci mostra questo edificio vivo mentre affronta una delle sue prime crisi. La comunità cresce, ma proprio la crescita fa emergere una ferita: le vedove degli ellenisti vengono trascurate nell’assistenza quotidiana. È una pagina estremamente concreta, e per questo molto ecclesiale. La Chiesa apostolica non viene idealizzata come una comunità senza problemi. Anche nella prima comunità cristiana vi sono tensioni, lamentele, squilibri, rischi di ingiustizia. Ma ciò che distingue la Chiesa non è l’assenza di crisi; è il modo evangelico di attraversarle.

Gli Apostoli non negano il problema, non lo minimizzano, non lo coprono con parole spirituali. Convocano la comunità, discernono, distinguono i compiti, istituiscono un servizio. Dicono: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense». Questa frase non svaluta il servizio delle mense; al contrario, lo riconosce come così importante da richiedere uomini scelti, pieni di Spirito e di sapienza. La Chiesa resta fedele a se stessa quando custodisce insieme il primato della Parola e la concretezza della carità. Una Chiesa che predicasse senza servire tradirebbe il Vangelo; ma una Chiesa che servisse dimenticando la Parola diventerebbe una semplice istituzione filantropica. La forma apostolica della Chiesa tiene insieme altare, Parola e carità.

Qui emerge una verità molto attuale, ma antica quanto gli Apostoli: nella Chiesa il servizio non nasce dall’efficienza, ma dallo Spirito. I sette non vengono scelti soltanto perché capaci di amministrare, organizzare, distribuire. Devono essere «pieni di Spirito e di sapienza». La carità cristiana non è semplice gestione del bisogno; è manifestazione del Cristo servo. Per questo, anche i compiti più pratici, anche quelli apparentemente più umili, hanno una dignità spirituale. Nella Chiesa non esistono servizi piccoli quando sono vissuti davanti a Dio. Esiste, piuttosto, il rischio di vivere anche le cose grandi con un cuore piccolo.

Il Vangelo ci porta al centro di tutto. Tommaso dice a Gesù: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Tommaso dà voce alla domanda di ogni discepolo serio. Egli non finge di avere capito. Non copre la propria oscurità con parole devote. Chiede. E proprio dalla sua domanda nasce una delle rivelazioni più alte del Nuovo Testamento: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Gesù non dice: io vi indico una via. Dice: «Io sono la via». Non dice: io possiedo una dottrina vera. Dice: «Io sono la verità». Non dice: io vi insegno una vita migliore. Dice: «Io sono la vita». Qui il cristianesimo si distingue radicalmente da ogni riduzione morale, filosofica o sentimentale. La fede cristiana non è anzitutto adesione a un codice, né semplice appartenenza culturale, né vaga elevazione religiosa. È incontro con una Persona nella quale via, verità e vita coincidono.

Cristo è la via perché in lui Dio si è reso accessibile. L’uomo, da solo, può cercare Dio, può desiderarlo, può interrogarlo; ma non può costruire una scala fino al cielo. In Cristo, invece, è Dio che apre la strada. La via non è prodotta dal nostro sforzo: è donata. E tuttavia va percorsa. La grazia non elimina il cammino; lo rende possibile. Chi dice di credere in Cristo ma non cammina con Cristo trasforma la fede in un’opinione. La via va seguita: nella pazienza, nella conversione, nella fedeltà quotidiana, nel perdono, nella croce portata senza teatralità, nella carità praticata senza vanità.

Cristo è la verità perché in lui Dio non rimane un enigma muto. «Chi ha visto me, ha visto il Padre», dice Gesù a Filippo. È una parola vertiginosa. Filippo domanda: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È la domanda religiosa per eccellenza: vedere Dio. Ma Gesù risponde che il volto del Padre è già stato mostrato nel Figlio. Questo significa che non possiamo immaginare Dio contro Gesù Cristo. Non possiamo pensare un Dio diverso dal Crocifisso risorto: un Dio arbitrario, vendicativo, freddo, lontano, padrone dispotico della vita degli uomini. Il Padre si manifesta nel Figlio: nella sua compassione, nella sua obbedienza, nella sua libertà, nella sua misericordia, nella sua offerta pasquale.

Cristo è la vita perché non si limita a spiegare l’esistenza: la comunica. Ci sono parole che informano, parole che commuovono, parole che persuadono; ma solo la parola di Cristo vivifica. La vita che egli dona non è semplice durata biologica, né benessere psicologico, né successo terreno. È la vita stessa del Figlio nel rapporto con il Padre. È la vita eterna già seminata nel battesimo, nutrita nell’Eucaristia, guarita dalla penitenza, custodita nella preghiera, resa feconda dalla carità. Vivere cristianamente significa lasciare che questa vita pasquale trasformi lentamente il nostro modo di pensare, di giudicare, di amare, di soffrire e di sperare.

Per questo Gesù può dire: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». La fede non è un ornamento per tempi sereni; è l’atto con cui il cuore, proprio quando è turbato, si consegna a colui che non viene meno. La fede non cancella tutte le domande, ma impedisce alle domande di diventare disperazione. Non elimina la notte, ma vi accende una direzione. Non ci dispensa dal passare attraverso la croce, ma ci impedisce di credere che la croce sia l’ultima parola.

Oggi il Signore parla anche alla nostra Chiesa, alle nostre comunità, alle nostre famiglie. Ci sono turbamenti personali: malattie, lutti, incertezze, fatiche interiori, solitudini nascoste. Ci sono turbamenti ecclesiali: divisioni, stanchezze, incomprensioni, povertà di vocazioni, tentazioni mondane, il rischio di sostituire la fede con l’organizzazione o la tradizione viva con l’abitudine morta. Ma Cristo non ci dice: fuggite dalla storia. Ci dice: credete. Tornate al fondamento. Lasciatevi edificare come pietre vive. Custodite la Parola. Servite le mense. Non separate mai la contemplazione dalla carità, né la dottrina dalla vita, né la liturgia dall’esistenza.

La V Domenica di Pasqua ci consegna dunque un’immagine completa della Chiesa. Nel Vangelo, la Chiesa è il popolo che segue Cristo via verso il Padre. Nella Prima lettera di Pietro, è l’edificio spirituale costruito su Cristo pietra viva. Negli Atti, è la comunità concreta che, davanti ai problemi, non si disgrega ma discerne, prega, serve e cresce. E infatti la prima lettura si conclude con una nota bellissima: «La parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente». Quando la Chiesa rimette ordine secondo il Vangelo, la Parola corre. Quando i ministeri sono vissuti come servizio, la comunità cresce. Quando la carità non cancella la preghiera e la preghiera non dimentica la carità, Cristo continua a edificare la sua casa.

Fratelli e sorelle, forse anche noi oggi siamo come Tommaso: non sappiamo bene dove il Signore ci stia conducendo. Forse siamo come Filippo: vorremmo vedere il Padre senza passare attraverso l’umiltà concreta del volto di Cristo. Forse siamo come la comunità degli Atti: abbiamo bisogno di ordinare meglio la carità, di ascoltare chi è trascurato, di non lasciare che le tensioni diventino divisioni. La risposta del Signore, però, rimane una sola: «Io sono la via, la verità e la vita».

Non cerchiamo un’altra via più comoda. Non inventiamo una verità più docile ai nostri gusti. Non accontentiamoci di una vita più povera di quella che Cristo vuole donarci. Rimaniamo in lui. Camminiamo in lui. Lasciamoci costruire da lui. Allora anche il nostro cuore, pur provato, non sarà vinto dal turbamento. Perché la nostra vita non poggia sul caso, non cammina verso il nulla, non è custodita da promesse umane sempre fragili. La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio; e nella casa del Padre c’è già un posto preparato per noi.