DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 27 APRILE 2026

IV domenica di Pasqua

La quarta domenica di Pasqua, nella tradizione liturgica della Chiesa, si impone con una fisionomia teologica ben precisa: è la domenica del Pastore. Non a caso, la pericope evangelica tratta dal capitolo decimo del Vangelo secondo Giovanni ci consegna un’immagine tanto semplice quanto vertiginosa: Cristo come porta e come pastore. Due metafore che, lette superficialmente, sembrerebbero solo evocative; in realtà, contengono una densità cristologica ed ecclesiologica di prim’ordine.

«Io sono la porta delle pecore». Non dice semplicemente “una porta”, ma “la porta”. Il testo greco è netto: ἐγώ εἰμι ἡ θύρα. È un’affermazione esclusiva, che non lascia spazio a riduzioni pluralistiche o a comode diluizioni moderne. Cristo non è uno dei tanti accessi al divino, ma il passaggio necessario. Qui si comprende bene la continuità con la predicazione apostolica, così come emerge nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: «Non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati». La Chiesa primitiva non ha mai avuto esitazioni su questo punto, e farebbe bene anche la nostra generazione a recuperare tale limpidezza.

Ma la porta non è solo un limite: è una possibilità. È soglia che separa e insieme introduce. Il gregge entra ed esce, dice il testo, e trova pascolo. Qui si delinea una visione tutt’altro che oppressiva della sequela cristiana: non un recinto angusto, ma uno spazio vitale, ordinato, custodito. Il mondo contemporaneo esalta la libertà come assenza di confini; Cristo invece la fonda come accesso a un ordine buono, dove la vita può davvero fiorire. Senza porta, non c’è casa; senza casa, non c’è dimora; senza dimora, l’uomo resta esposto, disperso, vulnerabile.

La seconda immagine — quella del pastore — completa e approfondisce la prima. Il pastore non è un funzionario, né un semplice custode: è colui che conosce, chiama, conduce. In questo senso, la figura di Cristo Pastore si radica profondamente nella grande tradizione biblica, da Ezechiele ai Salmi, e trova il suo vertice nella rivelazione piena del Nuovo Testamento. Non siamo davanti a un’idea poetica, ma a una realtà salvifica: Cristo guida realmente il suo popolo, e lo guida con una conoscenza personale — «conosce le sue pecore» — che implica relazione, elezione, responsabilità.

Qui si innesta una considerazione ecclesiale che non può essere elusa. Se Cristo è il Pastore, la Chiesa non è un’assemblea indistinta, ma un gregge. Termine oggi poco gradito, perché urta contro una sensibilità allergica a ogni forma di appartenenza strutturata. Eppure, è proprio questa immagine a custodire una verità decisiva: non ci si salva da soli. La fede cristiana non è un itinerario solipsistico, ma un cammino dentro un popolo, guidato, custodito, talvolta anche corretto. Dove viene meno questa dimensione, si scivola facilmente in una religiosità soggettiva, che finisce per coincidere con le proprie opinioni.

In questo quadro, si comprende anche il senso della Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che la Chiesa colloca opportunamente in questa domenica. Pregare per le vocazioni non è un atto accessorio, ma una necessità vitale: senza pastori visibili, il gregge si disperde. E qui occorre essere franchi: la crisi vocazionale che attraversa molte realtà ecclesiali non è solo una questione sociologica, ma teologica. Dove l’immagine del pastore viene oscurata o ridotta, difficilmente nasceranno uomini disposti a configurarsi a Cristo Pastore.

Infine, una parola di ordine spirituale, concreta. Il Vangelo insiste su un elemento decisivo: le pecore riconoscono la voce del pastore. Non un’idea astratta, ma una voce. Questo implica ascolto, familiarità, esercizio. In un mondo saturo di rumori, di opinioni, di messaggi contrastanti, il rischio più grande non è tanto quello di sbagliare strada, quanto di perdere la capacità stessa di distinguere. La vita cristiana, invece, si fonda su un orecchio educato, capace di discernere la voce autentica da quella del mercenario o del ladro.

Ecco allora il punto: non basta sapere che Cristo è il Pastore; occorre riconoscerne la voce. Non basta ammettere che esiste una porta; bisogna entrarvi. La fede non è un’affermazione teorica, ma un atto esistenziale, concreto, quotidiano. Ed è qui che si gioca tutto.

Che questa domenica non resti un’immagine consolante, ma diventi criterio di giudizio per la nostra vita: da chi ci lasciamo guidare? Quale voce seguiamo? E soprattutto: siamo ancora capaci di riconoscere quella del Pastore, oppure l’abbiamo confusa tra le molte che riempiono il nostro tempo?