Fratelli carissimi, la Chiesa oggi sospende per un momento l’austerità quaresimale e, nel cuore del deserto, fa risuonare un invito inatteso alla gioia: “Laetare, Ierusalem”. È la domenica della letizia nel mezzo della penitenza, non perché la conversione sia terminata, ma perché, mentre ancora combattiamo, già intravediamo la luce della Pasqua. La liturgia di questa IV Domenica di Quaresima dell’Anno A ci pone davanti il Vangelo del cieco nato, insieme alla scelta di Davide e alla grande ammonizione paolina sul passaggio dalle tenebre alla luce; e la stessa tradizione liturgica di questa domenica la interpreta in chiave battesimale, come tappa di “illuminazione” per i catecumeni e di riscoperta del battesimo per i fedeli.
Tutto, oggi, ruota attorno a una parola decisiva: luce. Ma la Scrittura, come sempre, ci insegna che la luce di Dio non coincide con la nostra idea di evidenza. Nella prima lettura Samuele crede di poter riconoscere l’eletto del Signore secondo criteri umani: la figura, la presenza, la forza, la statura. E invece Dio lo corregge: l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore. Ecco il primo gradino della conversione: smettere di credere che ciò che appare sia ciò che conta. La cecità più grave non è quella degli occhi; è quella del giudizio. È cieco chi misura tutto secondo il successo, l’impressione, la posizione, la voce dominante, e non secondo la verità di Dio.
Il Vangelo di Giovanni ci conduce ancora più in profondità. “Praeteriens vidit hominem caecum a nativitate”: passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. Il primo verbo della salvezza non è quello dell’uomo che cerca Dio, ma quello di Dio che vede l’uomo. Prima del nostro sforzo viene il suo sguardo; prima della nostra domanda viene la sua misericordia. E i discepoli, secondo una mentalità antica ma sempre ricorrente, chiedono subito di chi sia la colpa: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. È l’eterna tentazione di trasformare il dolore in processo, la ferita in imputazione, la miseria in condanna. Ma Cristo recide questa logica crudele e risponde: “Neque hic peccavit neque parentes eius, sed ut manifestentur opera Dei in illo”. Non è questa la sede per distribuire colpe; questa è l’ora in cui devono manifestarsi le opere di Dio. Sant’Agostino insiste proprio su questo punto: il Signore non nega l’esistenza del peccato nell’uomo, ma rifiuta che la cecità di quel nato sia letta come semplice pena individuale; la guarda invece come luogo nel quale la gloria di Dio può irrompere.
Subito dopo Gesù pronuncia una delle grandi autodefinizioni giovannee: “Ego sum lux mundi”; nel greco del quarto Vangelo: “φῶς εἰμι τοῦ κόσμου”. Non dice soltanto di portare una luce, né di insegnare una dottrina luminosa: Egli è la luce. Qui sta il centro del cristianesimo. Cristo non è un maestro aggiunto ad altri maestri; è la forma stessa della verità che illumina l’uomo. Senza di Lui si possono possedere molte nozioni e rimanere tuttavia nell’ombra; si può anche moltiplicare il discorso religioso e restare interiormente opachi. La luce cristiana non è anzitutto una teoria: è una presenza.
Per questo il gesto del Signore è tanto umile quanto maestoso. Egli sputa per terra, fa del fango, lo spalma sugli occhi del cieco e poi lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. È un gesto che sa di creazione. La terra richiama Adamo, il fango richiama la nostra carne, l’acqua richiama il lavacro, e l’“Inviato” richiama il Figlio mandato dal Padre. La tradizione patristica ha visto qui una pagina di densissima teologia sacramentale. Agostino legge in questo segno una medicina che viene dal “Verbum caro factum est”: l’uomo, accecato dalla terra, viene risanato proprio per mezzo di quella terra assunta e trasfigurata dal Verbo incarnato; e il lavarsi a Siloe annuncia il battesimo, cioè il passaggio dall’oscurità all’illuminazione. Anche il sussidio liturgico della CEI insiste sul medesimo nesso: il cieco nato è figura di una nuova creazione e il suo lavarsi è richiamo esplicito alla grazia battesimale.
Ma il miracolo non si esaurisce nell’acquisto della vista corporea. Il vero prodigio è il progressivo aprirsi della fede. All’inizio l’uomo guarito parla di “quell’uomo che si chiama Gesù”; poi lo riconosce come profeta; poi lo confessa venuto da Dio; infine, nell’incontro finale, raggiunge il vertice: “Πιστεύω, κύριε”, “Credo, Domine”; e l’evangelista aggiunge: “καὶ προσεκύνησεν αὐτῷ”, “e si prostrò davanti a lui”. Questa è la vera illuminazione: non semplicemente vedere il mondo, ma riconoscere il Signore; non semplicemente recuperare una facoltà naturale, ma giungere all’adorazione. Dove non si arriva ad adorare, non si è ancora giunti alla pienezza della fede. Un cristianesimo senza adorazione è un cristianesimo che parla molto di Gesù e vede ancora poco chi è Gesù. Il sussidio liturgico di questa domenica nota molto bene che il cieco guarito compie due atti che diverranno propriamente ecclesiali: la professione di fede e la prostrazione adorante.
Di contro, il Vangelo mette in scena un altro dramma, più severo e più attuale: quello dei vedenti ciechi. I farisei possiedono il linguaggio della religione, il gusto della discussione, la sicurezza dell’istituzione, ma non riconoscono l’opera di Dio. Non manca loro l’occhio del corpo; manca l’umiltà del cuore. È questa la cecità più pericolosa, perché si ammanta di competenza, di rigore, persino di ortodossia esteriore. Agostino, commentando questa pagina, mostra con forza che il Signore è venuto affinché vedano quelli che sanno di non vedere, mentre restano nelle tenebre coloro che presumono di vedere già. Il superbo è inguaribile non perché Dio non possa curarlo, ma perché non si lascia toccare. Il peccatore che si riconosce tale è vicino alla luce; il religioso che si compiace di sé è già sull’orlo della notte.
A questo punto la seconda lettura si fa lama e medicina insieme. San Paolo non dice soltanto: un tempo eravate nelle tenebre. Dice molto di più: “eratis aliquando tenebrae, nunc autem lux in Domino”. Eravate tenebra; ora siete luce nel Signore. L’Apostolo non parla di una correzione marginale, ma di una trasformazione ontologica inaugurata dal battesimo. Ed ecco il grande appello: “Surge qui dormis, et exsurge a mortuis, et illuminabit tibi Christus”; nel greco: “Ἔγειρε, ὁ καθεύδων… καὶ ἐπιφαύσει σοι ὁ Χριστός”. La tradizione liturgica di questa domenica legge precisamente così il cammino quaresimale: non come ginnastica morale, ma come ritorno alla propria identità battesimale, come passaggio reale dalle opere delle tenebre alle opere della luce.
E allora la Parola di oggi si fa severamente concreta. Forse noi non siamo ciechi negli occhi, ma lo siamo nel cuore quando non distinguiamo più il bene dal male; quando chiamiamo prudenza ciò che è paura; quando chiamiamo libertà ciò che è schiavitù; quando chiamiamo misericordia ciò che in realtà è cedimento; quando ci abituiamo a una vita cristiana corretta nell’esterno e spenta nell’interno. Ci sono uomini che vedono benissimo il mondo e non vedono più Dio; vedono i difetti degli altri e non vedono il proprio peccato; vedono ogni occasione di critica e non vedono più alcun motivo di adorazione. Questa è la cecità da cui implorare guarigione.
La Quaresima, dunque, non ci chiede di apparire migliori, ma di lasciarci illuminare. Non ci chiede una maschera devota, ma una conversione vera. E la conversione vera comincia quando uno smette di difendersi e comincia a dire: Signore, io non vedo abbastanza; Signore, lava i miei occhi; Signore, strappa il velo della mia superbia; Signore, fammi uscire dalle mezze verità, dalle abitudini mediocri, dalle complicità col mondo. L’uomo guarito può dire una frase brevissima e invincibile: “Unum scio, quia caecus cum essem, modo video”. Ecco la testimonianza che il mondo non sa smentire: non una teoria gridata, ma una vita trasfigurata.
Fratelli, oggi la Chiesa ci insegna a gioire non perché siamo già arrivati, ma perché la luce ci ha raggiunti. “Laetare” non significa: rilassati. Significa: alza il capo, perché Cristo ti illumina. In questa Eucaristia domandiamo la grazia di passare dall’apparenza al cuore, dalla discussione all’adorazione, dalla presunzione alla fede. E custodiamo nel cuore due parole, una latina e una greca, come compendio dell’intera vita cristiana: “Unum scio… modo video”; “Πιστεύω, κύριε”. La prima è la memoria della grazia ricevuta; la seconda è l’atto con cui l’uomo finalmente si consegna alla Luce. Amen.