DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
✝ArcipreturaDI CAPALBIO

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PUBBLICATA IL 20 MARZO 2026

V di Quaresima

1. «Colui che tu ami è malato» – L’inizio nel segno dell’amicizia

Il Vangelo non comincia con un grande evento pubblico, ma con una ferita domestica: «C’era un malato, Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta, sua sorella» (Gv 11,1). Le sorelle mandano a dire a Gesù una frase brevissima, che contiene già una professione di fede: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3). Nel testo greco è ancora più incisivo: «Κύριε, ἴδε ὃν φιλεῖς ἀσθενεῖ». Non dicono il nome, dicono solo: “colui che tu ami”. Per Gesù, l’identità più vera del suo amico non è essere malato, ma essere amato.

L’evangelista aggiunge subito: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). Qui l’amore è espresso con un altro verbo, ἠγάπα: Lazzaro è avvolto da un amore di amicizia (φιλεῖν) e da un amore di donazione totale (ἀγαπᾶν). Eppure, proprio qui scatta il paradosso che spesso ferisce la nostra fede: «Quando ebbe dunque sentito che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava» (Gv 11,6). Il testo non attenua lo scandalo: Gesù ama, e tuttavia non interviene subito. Il Vangelo ci educa così a una immagine più vera di Dio: l’amore di Cristo non coincide sempre con l’esaudimento immediato delle nostre richieste; è un amore che guarda oltre, verso una gloria più grande, che noi all’inizio non comprendiamo.


2. «Andiamo di nuovo in Giudea» – Il rischio della vita

Quando Gesù decide finalmente di partire, dice ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea» (Gv 11,7). La reazione è immediata: «Rabbi, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11,8). Betania è a poche miglia da Gerusalemme: andare a trovare Lazzaro significa entrare nella zona rossa, esporsi. La risurrezione di Lazzaro non è un episodio isolato, è l’ultima grande “σῆμεῖον”, l’ultimo segno, che condurrà direttamente al complotto e alla croce. Ridando la vita all’amico, Gesù mette in moto la propria morte.

Parlando di Lazzaro ai discepoli, Gesù usa un’immagine che diventerà tipica della fede cristiana: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Il testo dice: «ὁ φίλος ἡμῶν Λάζαρος κεκοίμηται». La morte, alla luce di Cristo, è un sonno da cui si può essere svegliati. I discepoli non capiscono, pensano a un miglioramento clinico; allora Gesù è costretto a dire apertamente: «Lazzaro è morto» (Gv 11,14). La fede non censura la durezza dei fatti – la morte resta morte, con tutto il suo peso – ma li pone già in relazione con un “risveglio” possibile. Tommaso, chiamato Didimo, sintetizza lo stile della sequela: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16). Non ha ancora compreso tutto, ma ha intuito che seguire il Signore significa esporsi, rischiare, mettere in conto anche la perdita della propria vita.


3. Marta davanti alla tomba – La fede che cresce nel dialogo

Quando Gesù arriva, «trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro» (Gv 11,17). I quattro giorni indicano una morte senza ritorno, secondo la mentalità ebraica: non c’è più speranza umana. Marta gli va incontro fuori dal villaggio. Le sue prime parole sono un grido che molti cristiani hanno ripetuto nella storia: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,21). Il Vangelo non ha paura di mettere sulle labbra dei credenti parole che sembrano un rimprovero a Dio. La fede autentica non è fatta solo di “fiat” sereni, ma anche di domande, di ferite, di “perché non sei intervenuto?”.

Ma Marta non si ferma al rimprovero. Subito aggiunge: «Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22). Dentro la delusione, resta un «so» tenace. Gesù le dice: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23). Marta risponde con la dottrina che ogni buon giudeo osservante conosceva: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Crede in un “dopo”, ma lontano, generico. Allora Gesù compie uno dei vertici del Quarto Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11,25‑26). In greco: «ἐγώ εἰμι ἡ ἀνάστασις καὶ ἡ ζωή». Non dice: “Io dono la risurrezione”, ma “Io sono la risurrezione”. Marta è chiamata a fare un salto: non più solo credere in una risurrezione futura, ma riconoscere nella persona di Gesù la vita più forte della morte, già presente.

Alla domanda «Credi questo?» Marta risponde con una delle confessioni di fede più belle del Nuovo Testamento: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). La fede cresce dentro il dialogo, nella prova, nel confronto con una morte che sembra smentire ogni promessa.


4. Maria e le lacrime di Gesù – La compassione di Dio

Marta chiama di nascosto Maria, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama» (Gv 11,28). Maria esce in fretta, cade ai piedi di Gesù e ripete esattamente le parole della sorella: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,32). Ma qui il tono è diverso: nel racconto dominano le lacrime. L’evangelista ci offre uno sguardo unico sul cuore di Cristo: «Gesù allora, quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito e, turbato, disse: “Dove l’avete posto?”» (Gv 11,33‑34).

Il verbo che indica il fremito interiore è fortissimo: «ἐνεβριμήσατο τῷ πνεύματι». Esprime un misto di commozione profonda e di indignazione: Gesù si scuote fino alle viscere davanti al dolore degli amici e al dominio della morte. Subito dopo il Vangelo registra uno dei versetti più brevi e più densi: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In greco: «ἐδάκρυσεν ὁ Ἰησοῦς». Dio piange. Il Figlio di Dio non attraversa il dramma della morte da freddo operatore di miracoli, ma da amico ferito. Alcuni, vedendolo, dicono: «Guarda come lo amava!» (Gv 11,36). Le lacrime di Cristo sono rivelazione: ci dicono che Dio prende sul serio il nostro dolore, non ci chiede di essere invulnerabili, ma entra con noi nel lutto, lo abita dall’interno.

Per la comunità cristiana questo è un punto pastorale decisivo: annunciare la risurrezione non significa proibire il pianto, ma mostrare un Dio che piange con noi per aprire una strada dentro il pianto. Non c’è vera consolazione che non passi attraverso le lacrime condivise.


5. «Togliete la pietra» – La fede che osa aprire

Arrivati al sepolcro – una grotta chiusa da una pietra pesante – Gesù ordina: «Togliete la pietra!» (Gv 11,39). È il comando che spesso preferiremmo non sentire. Marta, come rappresentante del nostro sano realismo, obietta: «Signore, già manda cattivo odore; è lì da quattro giorni». L’odore della decomposizione sembra mettere un sigillo definitivo su quella storia. Non è solo il corpo di Lazzaro a “mandare cattivo odore”: sono i nostri fallimenti, i peccati reiterati, le relazioni spezzate da tempo, le situazioni che giudichiamo irreversibili.

Gesù le ricorda la promessa: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Allora «tolsero la pietra» (Gv 11,41). Questo gesto concreto è l’atto di fede della comunità: aprire proprio là dove si vorrebbe lasciare tutto chiuso, per non soffrire più. Nella vita pastorale, “togliere la pietra” significa permettere alla Parola e alla grazia di entrare nei luoghi considerati ormai “persi”: dialoghi mai fatti, peccati mai confessati, ferite sempre rimandate. Gesù non toglie da solo la pietra: chiede la collaborazione degli uomini. La resurrezione passa anche attraverso l’obbedienza concreta a questa parola.


6. «Lazzaro, vieni fuori!» – La voce che ridona vita e scioglie le bende

Dopo aver alzato gli occhi al Padre e aver pregato a voce alta, «perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42), Gesù compie il gesto decisivo: «Gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”» (Gv 11,43). Il testo dice: «Λάζαρε, δεῦρο ἔξω». Una parola minima, ma potentissima. I Padri amavano dire che, se non avesse chiamato Lazzaro per nome, sarebbero usciti tutti i morti: tale è la forza della voce del Figlio. In questo grido è già contenuta la risurrezione finale, ma anche ogni risveglio interiore che il Signore opera nella nostra storia.

E il Vangelo annota: «Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il volto avvolto da un sudario» (Gv 11,44). È vivo, ma ancora legato. Non basta uscire dal sepolcro: occorre essere liberati da ciò che impedisce di camminare. Per questo Gesù aggiunge un altro comando, rivolto alla comunità: «Scioglietelo e lasciatelo andare» (Gv 11,44). Il miracolo non termina con la voce di Cristo, ma include il gesto degli altri che sciolgono le bende. È un’immagine splendida della Chiesa: il Signore ridona la vita, ma affida a noi il ministero di liberarci a vicenda da ciò che ci imprigiona – paure, sensi di colpa, dipendenze, rancori – attraverso il perdono, l’ascolto, l’accompagnamento spirituale.


7. Lazzaro e noi – Una vita nuova pagata con la morte di Cristo

Il capitolo non si chiude con un lieto fine idilliaco. Giovanni racconta che, dopo questo segno, molti credono in Gesù, ma altri vanno a riferire ai farisei; il sinedrio si raduna, Caifa pronuncia la sua “profezia” sul fatto che è meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e «da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). La risurrezione di Lazzaro è la miccia che fa esplodere la decisione di mettere a morte Gesù. Ridando la vita a un amico, Gesù firma la propria condanna.

Si potrebbe dire che Lazzaro esce dal sepolcro perché Cristo entrerà nel sepolcro al suo posto. La vita recuperata dell’amico è un dono gratuito, ma non a buon mercato: è “pagata” dalla consegna della vita del Signore. In questo sta il cuore dell’annuncio cristiano: ogni nostra piccola risurrezione – una riconciliazione familiare, una fede ritrovata, una schiavitù spezzata – è sempre partecipazione alla Pasqua di Gesù, che ha vinto la morte non dall’esterno, ma passandoci attraverso.

Ognuno di noi può ritrovarsi in uno dei personaggi di questo Vangelo. Forse oggi siamo Marta, che discute con il Signore e impara lentamente a fidarsi; o Maria, che sa solo piangere ai suoi piedi; o Lazzaro, avvolto in bende che sembrano non sciogliersi mai. Il Vangelo ci dice che su ciascuno di noi continua a risuonare quella voce: «Vieni fuori!». Il Signore ci chiama per nome, proprio nei luoghi dove pensiamo che nulla possa più cambiare. Chiede che lasciamo rotolare qualche pietra, che permettiamo ai fratelli di aiutarci a sciogliere le bende. E in ogni Eucaristia, colui che ha detto «Io sono la risurrezione e la vita» si fa presente in mezzo a noi come anticipo del giorno in cui la sua voce sarà l’ultima parola su tutte le tombe della storia.