DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 7 MARZO 2026

III domenica di Quaresima

Fratelli carissimi,

la liturgia di questa domenica ci conduce nel deserto e poi presso un pozzo. Prima la sete di Israele, poi la sete della Samaritana. In mezzo, come chiave di tutto, la parola dell’Apostolo: «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». La Quaresima, dunque, non è anzitutto il tempo in cui l’uomo cerca Dio, ma il tempo in cui Dio raggiunge l’uomo là dove egli ha sete, là dove egli è stanco, là dove egli ha consumato invano molte acque che non dissetano. Le letture della III Domenica di Quaresima dell’anno A intrecciano precisamente questo grande tema: la sete dell’uomo e la sorgente di Dio.

Nel libro dell’Esodo il popolo mormora contro Mosè: «Perché ci hai fatti salire dall’Egitto?». È la tentazione antica, e sempre attuale, di trasformare la prova in accusa contro Dio. Israele ha ricevuto la liberazione, ma appena sperimenta la fatica del cammino dimentica il beneficio e assolutizza il disagio presente. Così nasce la mormorazione, che è uno dei peccati più corrosivi della vita spirituale: non il grido sincero del povero, ma il lamento di chi ha smarrito la memoria della grazia. Per questo quel luogo si chiamò Massa e Meriba, tentazione e contesa. La Quaresima è anche questo: il tempo in cui il Signore smaschera la nostra mormorazione e ci obbliga a riconoscere che tante volte non abbiamo veramente sete di Dio, ma soltanto pretesa che Dio serva i nostri tempi, i nostri gusti, le nostre impazienze.

E tuttavia Dio non abbandona il suo popolo. Fa scaturire acqua dalla roccia. Il simbolo è di una ricchezza straordinaria. La roccia, apparentemente dura e chiusa, diventa sorgente. La tradizione cristiana ha letto in questa pietra il mistero stesso di Cristo, dal cui fianco trafitto sgorgano acqua e sangue, principio dei sacramenti della Chiesa. Qui il latino della tradizione risuona con una sobrietà perfetta: petra autem erat Christus. Ciò che sembrava impermeabile diviene fonte; ciò che pareva muto diviene parola; ciò che appariva semplice pietra si rivela grembo di misericordia. Così opera Dio: non elimina il deserto, ma vi apre una sorgente.

A questo punto il Vangelo di Giovanni porta tutto a compimento. Gesù siede presso il pozzo di Giacobbe, affaticato dal viaggio. È un dettaglio meraviglioso e teologicamente densissimo: il Verbo eterno non si presenta con i tratti di una potenza schiacciante, ma con la stanchezza di chi è veramente entrato nella nostra condizione. Iesus ergo fatigatus ex itinere sedebat sic supra fontem. Il Cristo stanco presso il pozzo è il Dio che ha voluto raggiungere la nostra sete passando attraverso la nostra carne. Non è un’apparenza; non è una scena soltanto pedagogica; è la serietà dell’Incarnazione.

Poi giunge la donna di Samaria. E subito comincia uno dei dialoghi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Gesù parte da una domanda umilissima: «Dammi da bere». Ma in realtà, chiedendo, egli si dispone a dare. È la pedagogia divina: Dio sembra mendicare dall’uomo un po’ d’acqua, per aprire nell’uomo il desiderio dell’acqua viva. Il testo greco è luminoso: ὃς δ’ ἂν πίῃ ἐκ τοῦ ὕδατος οὗ ἐγὼ δώσω αὐτῷ, οὐ μὴ διψήσει εἰς τὸν αἰῶνα. Non berrà soltanto per oggi; non placherà una necessità momentanea; non riceverà un sollievo psicologico. «Non avrà più sete in eterno». Qui l’ὕδωρ ζῶν, l’acqua viva, non è una semplice metafora poetica: è il dono dello Spirito, è la grazia che rigenera interiormente, è la vita divina che entra nel cuore umano e lo trasforma da cisterna screpolata in sorgente.

La Samaritana, all’inizio, non capisce. E questo è profondamente umano. Interpreta tutto a livello materiale. Crede che il Signore le stia parlando di un’acqua capace di risparmiarle la fatica quotidiana. Ma Cristo non umilia questa incomprensione; la prende sul serio e la conduce più in profondità. Così fa sempre con noi. Anche noi spesso ci avviciniamo a Dio per domande troppo piccole: un sollievo immediato, una consolazione rapida, una soluzione pratica. E il Signore, senza disprezzare la nostra povertà, allarga il desiderio. Non ci lascia dove siamo. Ci educa. Ci porta dal bisogno al mistero, dalla necessità al culto, dalla sete del corpo alla verità del cuore.

Per questo il colloquio si sposta improvvisamente sulla vita personale della donna. «Hai avuto cinque mariti». È un passaggio decisivo. Cristo non dona l’acqua viva senza toccare la verità della vita. Non c’è vera conversione senza verità morale. Non c’è autentica esperienza di Dio se il cuore continua a costruirsi rifugi nella menzogna. Il Signore non umilia la donna, ma la svela a sé stessa. E in questo consiste una parte essenziale della misericordia: Dio non ci accarezza lasciandoci falsi; ci ama troppo per confermarci nell’equivoco. Ci costringe, con dolcezza e precisione, a vedere chi siamo davvero.

Da qui nasce anche la grande svolta del tema del culto: «Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». In greco: ἐν πνεύματι καὶ ἀληθείᾳ. Non significa un culto vago, interioristico, senza forma, quasi opposto al rito. Significa invece il compimento del culto antico nella realtà nuova inaugurata da Cristo. Non più la disputa sterile tra questo monte e Gerusalemme, ma l’accesso al Padre nel Figlio e nello Spirito. Non meno culto, ma culto vero. Non meno liturgia, ma liturgia purificata e portata al suo centro. Non l’abolizione dell’adorazione, ma la sua trasfigurazione.

Qui la tradizione patristica è di una bellezza rara. Agostino, commentando questo passo, vede nella Samaritana la figura della Chiesa ancora non giustificata ma ormai prossima a esserlo: viene ignorante, incontra Cristo, viene istruita, smascherata, purificata, e alla fine diventa annunciatrice. In altre parole, la donna non è soltanto un personaggio individuale; è immagine dell’umanità visitata dalla grazia e della Chiesa che nasce dall’incontro col Signore. Origene, da parte sua, insiste sul superamento della religione legata ai luoghi: il vero adoratore non assolutizza un monte o un santuario materiale, perché in Cristo il culto entra nella sua pienezza spirituale e veritativa. È un punto decisivo anche per noi: la liturgia non vale perché ci piace, né perché soddisfa le nostre preferenze estetiche o psicologiche, ma perché in essa, se celebrata rettamente, il Padre ci attira al culto del Figlio nello Spirito Santo.

Chi è la Samaritana, oggi? È la Chiesa quando si dimentica che deve lasciarsi evangelizzare prima di evangelizzare. È ogni anima che continua a tornare al proprio pozzo antico, al proprio secchio consueto, alle proprie abitudini, e tuttavia resta interiormente assetata. È l’uomo contemporaneo che moltiplica esperienze, legami, consumi, opinioni, e non trova pace. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla diagnosi del mondo. La Samaritana siamo anche noi, ogni volta che pretendiamo di saziare la sete del cuore con acque inferiori: il prestigio, la vanità, il risentimento, il possesso, il chiacchiericcio, l’attivismo persino ecclesiastico. Ci affanniamo intorno al pozzo, ma senza la sorgente.

Ecco allora la grande lezione quaresimale di questa domenica: non basta avere sete; bisogna riconoscere da quale fonte bere. Non ogni acqua salva. Non ogni discorso consola. Non ogni spiritualità santifica. Non ogni novità rinnova. La tradizione della Chiesa ha sempre saputo che l’uomo si salva non inventando l’acqua, ma ricevendola. E l’acqua è Cristo stesso, il suo Spirito, la sua parola, la sua grazia, la sua Pasqua, i suoi sacramenti. Tutto il resto, quando pretende di sostituirsi a questa fonte, finisce col lasciare più aridi di prima.

C’è infine un ultimo tratto del Vangelo che commuove e istruisce. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma teologicamente potentissimo. Lascia ciò per cui era venuta, perché ha trovato molto di più di ciò che cercava. La brocca abbandonata è il segno della conversione autentica: quando si incontra davvero Cristo, qualcosa si lascia. Sempre. Un peccato, un orgoglio, una cattiva abitudine, un compromesso, una tiepidezza, una vanità. Senza questo lasciare, l’incontro resta retorico. Con questo lasciare, invece, la grazia diventa missione. Infatti la donna, che era venuta da sola e quasi nascosta, ritorna in città come annunziatrice: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». Chi ha incontrato la verità senza essere schiacciato dalla verità, ma guarito da essa, non può tacere.

Allora la preghiera della Chiesa, oggi, potrebbe raccogliersi così: Domine Iesu, qui ad puteum sedisti lassus ex itinere, da’ anche a noi di riconoscere la nostra sete; strappa dal cuore le acque stagnanti delle illusioni; fa’ sgorgare in noi la sorgente della tua grazia; insegnaci ad adorare il Padre in spiritu et veritate; e concedi che, lasciata finalmente la nostra brocca, diventiamo testimoni della tua misericordia.

Fratelli, questa è la Quaresima: non un esercizio esteriore, ma il passaggio dalla cisterna alla sorgente, dalla mormorazione all’adorazione, dalla sete che consuma alla sete che salva. E se oggi ascoltiamo davvero la voce del Signore, non induriremo il cuore, ma ci lasceremo raggiungere dall’unica acqua che non tradisce: quella che Cristo dona e che diventa nell’uomo «una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». Le letture di questa domenica e il Vangelo della Samaritana sono precisamente orientati a questo itinerario quaresimale di fede, conversione e culto vero.