Fratelli e sorelle,
la seconda Domenica di Quaresima, nell’Anno A, ci conduce su un crinale luminoso, dopo la sobrietà dell’inizio: dalla polvere alla luce, dal deserto al monte, dalla prova alla promessa. È una pedagogia antica e sapiente: la Chiesa non ci lascia fissare lo sguardo soltanto sulla lotta; ci mostra anche la meta, perché il combattimento non diventi tristezza, ma desiderio ordinato.
Nel Vangelo della Trasfigurazione (Mt 17,1-9) l’evangelista dice che Gesù “fu trasfigurato” davanti a loro: in greco ἐμεταμορφώθη (emetamorphṓthē). È un verbo forte: da μορφή, “forma”, “figura”; è come se per un istante si aprisse la “forma” vera, la realtà profonda del Figlio. Non è una maschera messa e tolta, non è un effetto scenico; è una rivelazione. La tradizione latina, con sobria precisione, rende: transfiguratus est. Non cambia identità: si manifesta l’identità.
E subito il testo insiste sulla luce: “il suo volto brillò come il sole”. Lì, sul monte, si comprende che la Quaresima non è soprattutto un elenco di rinunce, ma una disciplina dello sguardo: imparare a vedere Cristo come è, per diventare ciò che siamo chiamati a essere. San Paolo, nella seconda lettura (2Tm 1,8b-10), parla di una “vocazione santa” e di una “grazia” data “prima dei secoli”: qui la fede smette di essere improvvisazione e diventa appartenenza. E la lingua latina, in quel registro solenne che le è proprio, direbbe: vocatio sancta, gratia ante tempora saecularia. La salvezza non è un’emergenza dell’ultimo minuto; è un disegno.
Ma attenzione: sul monte non ci sono soltanto luce e quiete. Ci sono anche Mosè ed Elia, cioè la Legge e i Profeti, la storia lunga della fedeltà di Dio e della resistenza dell’uomo. E c’è una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato… ascoltatelo”. Il greco è essenziale e perentorio: ἀκούετε αὐτοῦ (akoúete autoû). Non: “ammiratelo”, non: “commentatelo”, ma: “ascoltatelo”. Il cristianesimo non nasce da un’estetica del sacro, bensì da un’obbedienza dell’orecchio. La tradizione latina, qui, è quasi militare: ipsum audite. C’è un ordine. È la radice della conversione: smettere di ascoltare noi stessi come misura di tutto, e ricevere la misura da Cristo.
E tuttavia i discepoli fanno l’esperienza tipica dell’uomo religioso quando incontra davvero Dio: cadono con la faccia a terra e sono presi da grande timore. Il timore non è psicologia; è teologia. Quando Dio è ridotto a decorazione, non spaventa nessuno. Quando invece Dio è Dio, mette in crisi le nostre sicurezze. Ed ecco il gesto più consolante del Vangelo: “Gesù si avvicinò, li toccò e disse: alzatevi e non temete”. In greco: ἐγερθῆτε καὶ μὴ φοβεῖσθε (egerthēte kai mē phobeîsthe). Ἐγείρω è il verbo del risveglio e, più ancora, della risurrezione: è come se già qui si accendesse una scintilla pasquale. La paura viene vinta non con una spiegazione, ma con una presenza e un contatto: “si avvicinò” e “li toccò”. La fede cristiana resta corporea: non disprezza la carne, la salva.
La prima lettura (Gen 12,1-4a) sembra lontanissima, e invece è la stessa trama: “Vattene dalla tua terra… verso la terra che io ti indicherò”. In ebraico è un imperativo tagliente; nella nostra lingua suona come un distacco doloroso. Ma la tradizione latina, con un realismo che non indulge alle emozioni, direbbe: egredere… in terram quam monstrabo tibi. Abramo diventa credente non perché capisce tutto, ma perché si muove. La fede, quando è autentica, mette i piedi in cammino.
E qui sta il nodo quaresimale più pratico, quello che non si può aggirare: la Quaresima non è un sentimento, è un itinerario. “Egredere”: esci. Esci da ciò che ti tiene fermo. Esci da abitudini che ti hanno colonizzato. Esci da parole inutili. Esci da quella forma di religione che cerca solo consolazioni immediate. Dio non chiama Abramo a “provare” qualcosa, ma a obbedire a una promessa. Così anche noi: non ci è chiesto di inventare il bene, ma di entrare nel bene che ci precede.
E la Trasfigurazione, allora, non è una parentesi, ma un anticipo: Cristo mostra la gloria non per trattenere i discepoli sul monte, ma per renderli capaci di scendere. Pietro vorrebbe fissare tre tende: è il riflesso umano di ogni devozione che si accontenta dell’alto e dimentica il basso. Ma il Vangelo è severo e dolce insieme: “non dite a nessuno la visione finché il Figlio dell’uomo non sia risorto”. Prima la Croce, poi la piena comprensione. Prima la fedeltà, poi la chiarificazione. È sempre stato così nella vita cristiana, e chi finge il contrario inganna se stesso.
San Paolo, infine, ci dà la parola che oggi non piace, ma che è necessaria: “soffri con me per il Vangelo”. Il cristianesimo non è un comfort spirituale; è una forma di vita. In latino suonerebbe: collabora in laboribus Evangelii. Non un eroismo esibito, ma una disciplina quotidiana: il taglio netto con ciò che è indegno, la custodia dell’anima, la preghiera fedele, la carità concreta. È la tradizione: poche cose, fatte bene, con perseveranza.
Allora, fratelli e sorelle, la seconda Domenica di Quaresima ci consegna tre consegne semplici e robuste.
Primo: salire sul monte dell’ascolto. ἀκούετε αὐτοῦ, ipsum audite. Spegnere rumori inutili, ridurre il superfluo, ridare spazio alla Parola, non come “citazione”, ma come criterio.
Secondo: accettare il cammino di Abramo. Egredere. Smettere di negoziare sempre con Dio, come se la fede fosse un contratto a condizioni. La promessa si riceve camminando.
Terzo: portare la luce nella valle. La Trasfigurazione non autorizza la fuga; prepara la fedeltà. La luce vera non abbaglia per farci sentire speciali, ma illumina per farci servire.
E se oggi ci sentiamo come i discepoli, impauriti e confusi, ricordiamo la frase più concreta e più tenera: “si avvicinò, li toccò”. Cristo non salva da lontano. Si avvicina. Tocca. Rialza. E la Quaresima, vissuta seriamente, è proprio questo: lasciarsi rialzare, per tornare uomini veri, cristiani saldi, credenti affidabili.