OMELIA
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
11 ottobre 2026
Is 25,6-10a · Sal 22 · Fil 4,12-14.19-20 · Mt 22,1-14
Fratelli e sorelle carissimi,
le tre letture di questa domenica ci conducono, per vie diverse, intorno a una stessa tavola. Isaia la scorge in lontananza, sul monte del Signore; Matteo ci mostra una sala di nozze che si riempie contro ogni previsione. Ma la mensa, nella Scrittura, non è mai un semplice arredo: è il luogo in cui Dio dice quale sia il suo amore. Lasciamoci dunque invitare, e chiediamoci con quale cuore rispondiamo.
«Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande». Osserviamo anzitutto il soggetto del verbo: è il Signore che prepara. Prima che qualcuno abbia fame, prima che qualcuno risponda, la mensa è già imbandita. Tutta la storia della salvezza è questa precedenza: la grazia viene prima, e viene per «tutti i popoli». Né si tratta soltanto di abbondanza di cibi: su quel monte cade il velo che copriva la faccia delle genti, la morte è eliminata per sempre, le lacrime sono asciugate «su ogni volto». Il profeta non promette un buon pranzo; promette la vittoria sulla morte e la comunione con Dio, e la promette sotto il segno più semplice che esista, quello del convito.
Per questo la Chiesa non ha trovato immagine più adatta per dire ciò che celebriamo nell’Eucaristia: il Concilio la chiama «convito pasquale», nel quale Cristo è ricevuto, l’anima è colmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura (cf. Sacrosanctum Concilium, 47). Ogni Messa è quel monte, già, in un angolo di terra e di tempo; ogni altare è il luogo in cui il velo si solleva un poco.
Il Vangelo ci porta dalla promessa alla storia. «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». Non una cena di gala: nozze, e nozze del Figlio. Da Osea al Cantico, da Ezechiele a Giovanni, la Scrittura ha detto l’alleanza con il linguaggio dell’amore sponsale; qui quell’amore ha un nome e un volto, perché lo Sposo è il Figlio. E gli invitati? Non vogliono venire. Con quale sobrietà Matteo lo racconta: non c’è odio, almeno in principio; c’è un rifiuto che sa quasi di distrazione. «Uno al suo campo, un altro ai suoi affari». Il campo e gli affari non sono cose cattive: sono cose buone, che diventano una prigione quando occupano tutto lo spazio. I Padri lo hanno visto bene: ciò che chiude la porta al Regno non è anzitutto il peccato clamoroso, ma la sollecitudine che prende tutto il cuore; non l’ateismo dichiarato, ma l’impossibilità di trovare il tempo. Chi di noi non ha, ogni domenica, un campo da guardare e un affare da sbrigare?
Dobbiamo però guardarci da una lettura facile. Nella parabola non c’è l’idea di un popolo rigettato: la Chiesa, con la Nostra aetate, ha ricordato che gli Ebrei non devono essere presentati come reietti da Dio, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cf. Rm 11,29; Nostra aetate, 4). Rivolta da Gesù ai capi del popolo nel tempio, la parabola è un ammonimento che oggi tocca anzitutto noi: il battezzato che si crede al sicuro perché già invitato è il primo destinatario della parola.
Ma il re non rinuncia alla festa. Manda i servi ai «crocicchi delle strade», e i servi radunano tutti quelli che trovano, «cattivi e buoni»: si noti l’ordine, perché Matteo mette i cattivi per primi. La sala si riempie. È la Chiesa così come la conosciamo: la tradizione, con Agostino, l’ha detta corpus permixtum, campo in cui crescono insieme il grano e la zizzania, rete che raccoglie pesci buoni e cattivi, finché il Signore non separerà. Nessuno entra perché è buono; è la sala delle nozze che rende buoni. La Chiesa non è il circolo dei perfetti: il suo atto di nascita è un invito gratuito, esteso fino ai crocicchi. Questo è consolazione per chi si sente indegno e giudizio per chi si crede a posto; ed è, insieme, un mandato. Il re dice ai suoi servi: andate. Una comunità cristiana che aspettasse dentro la sala, a porte chiuse, avrebbe dimenticato il comando del re: le strade dei nostri paesi sono i suoi crocicchi.
Qui il racconto prende una svolta che ci lascia a disagio, e che qualcuno sarebbe tentato di tagliare. Il re entra per vedere i commensali e scorge un uomo senza l’abito nuziale. Ciò che sorprende è la dolcezza con cui gli parla: prima ancora di chiedergli come mai sia entrato così, gli dà un nome, «amico». È la parola che Gesù rivolgerà a Giuda nell’orto, nel momento del bacio (cf. Mt 26,50): il Signore chiama amico perfino chi sta per tradirlo. E quell’uomo «ammutolì». Non per timidezza: perché non c’è risposta. Tra i molti entrati dai crocicchi, solo lui ha voluto restare quello che era.
Che cos’è, dunque, l’abito nuziale? Non può essere un merito, dopo i crocicchi: sarebbe assurdo. Gregorio Magno, nell’omelia trentottesima sul Vangelo, vi riconosce la carità, la veste che per primo ha indossato lo Sposo stesso, venuto per amore a unire a sé la Chiesa. Nello stesso senso Agostino, nel sermone 90: l’abito è l’amore sincero, quello che non cerca la propria gloria ma quella dello Sposo. E noi sappiamo da dove viene questa veste. Nel Battesimo ci è stata consegnata la veste bianca con le parole: «Sei diventato nuova creatura e ti sei rivestito di Cristo». L’abito non lo tessiamo noi: è Cristo stesso (cf. Gal 3,27). A noi spetta di non lasciarlo sporcare, di lasciarci rivestire davvero.
L’uomo senza l’abito, allora, non è il povero, né il peccatore, né il debole: questi il re li ha raccolti ai crocicchi. È colui che accetta il dono e rifiuta la trasformazione; che vuole il banchetto senza lo Sposo. Paolo avverte i Corinzi che chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna (cf. 1 Cor 11,29). E concretamente la veste ha il volto di cose semplici: la riconciliazione con il fratello prima di presentarsi all’altare (cf. Mt 5,23-24), il perdono dato e chiesto, la giustizia nei rapporti, la cura del povero. Così va intesa la sentenza finale: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Non è una statistica, e non è un decreto oscuro: la chiamata è per tutti, ma l’elezione si compie nella risposta.
La seconda lettura ci mostra un uomo che quell’abito lo indossa davvero. Paolo scrive ai Filippesi dalla prigionia, e confida il segreto di una libertà: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza». Il verbo greco che la nostra traduzione rende con «sono allenato» appartiene al lessico dell’iniziazione ai misteri: Paolo è stato iniziato, e a una cosa sola, a stare in Cristo in ogni stagione. «Tutto posso in colui che mi dà la forza». Non è vanto: è la confessione di chi non è più padrone di sé perché è abitato da un Altro. Là dove gli invitati si lasciavano possedere dai loro campi e dai loro affari, Paolo è libero di avere e di non avere. Ecco il rimedio alla distrazione: non il disprezzo delle cose, ma la libertà che nasce dal Signore. E la promessa con cui l’Apostolo chiude è la risposta alla nostra paura di perdere qualcosa: «Il mio Dio colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza». Il Dio che ha preparato la mensa non lascia mancare nulla ai suoi invitati.
Fratelli e sorelle, ogni domenica ci troviamo di nuovo su questa soglia. Il re ci ha mandato i suoi servi, e noi siamo qui, in questa sala. Chi ci ha raccolti non ha chiesto referenze; ma ci attende rivestiti. Tra poco il sacerdote dirà: «Beati gli invitati alla cena del Signore». Sono parole dell’Apocalisse (cf. Ap 19,9), e hanno una precisione sorprendente: beati, non perché meritevoli, ma perché invitati. E noi risponderemo con parole che non sono nostre e che ci rivestono: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa».
Quella mensa, preparata per tutti i popoli, ci trovi pronti; e ci lasci, quando ne usciremo, rivestiti di lui. Amen.