DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 1 OTTOBRE 2026

XXVII domenica del Tempo ordinario

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

4 ottobre 2026

Is 5,1-7 · Sal 79 · Fil 4,6-9 · Mt 21,33-43

«La vigna del Signore è la casa d'Israele»

Predica sulla vigna, sul frutto e sulla restituzione

 Fratelli e sorelle carissimi, la liturgia di questa domenica ci conduce in una vigna. Per noi, che viviamo in una terra di filari e di colline, l'immagine ha il sapore del quotidiano; per i profeti e per Gesù essa era la più eloquente delle metafore, perché nessuna coltura chiede come la vite tanta cura, tanta pazienza, tanta attesa del frutto, e nessuna, quando delude, delude così amaramente. Le quattro letture – il canto di Isaia, la preghiera del Salmo, l'esortazione di Paolo, la parabola di Matteo – compongono un unico disegno e ci pongono una sola domanda, insieme teologica e pastorale: che cosa attende Dio da coloro che ha scelto, e che cosa gli rendiamo?

Cominciamo da Isaia. Il profeta esordisce come un cantore di nozze: šîrat dôdî lekarmô, «il canto del mio diletto per la sua vigna». L'uditorio di Gerusalemme, forse in clima di festa vendemmiale, sorride: si canta l'amore di un uomo per la sua terra. Ma il canto muta registro, e lo muta con una finezza che solo l'ebraico lascia cogliere. Il vignaiolo ha fatto tutto: ha dissodato, ha liberato il suolo dai sassi, ha piantato viti scelte, ha costruito la torre e scavato il tino. Il Targum, e con esso la tradizione rabbinica (Tosefta, Sukkah 3,15), ha riconosciuto nella torre il santuario e nel tino l'altare: la vigna è dunque l'Israele al quale Dio ha dato la terra, la Legge e il culto. Poi, la delusione: «Aspettò che producesse uva», ma essa produsse be'ušîm, frutti acerbi e fetidi – la Vulgata, con Girolamo, dice expectavit ut faceret uvas, et fecit labruscas. E il poema si chiude con un gioco di parole che nessuna traduzione riesce a rendere: «Egli si aspettava giustizia (mišpāṭ) ed ecco spargimento di sangue (mišpāḥ), attendeva rettitudine (ṣedāqâ) ed ecco grida di oppressione (ṣe'āqâ)». Il suono è quasi identico, il senso è rovesciato: basta una lettera perché il diritto diventi violenza e la rettitudine diventi il grido dell'oppresso.

Si noti poi l'artificio retorico. A metà del canto il poeta cede la parola al vignaiolo, che interpella gli ascoltatori: «Ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna». E pone la domanda più umile e più sconcertante di tutta la profezia: «Che cosa dovevo fare ancora per la mia vigna che io non abbia fatto»? Dio non accusa: interroga; non minaccia: si dichiara disarmato davanti alla libertà di ciò che ha amato. L'ascoltatore, trascinato nel gioco, pronuncia la condanna, e solo dopo comprende di aver emesso la propria sentenza – esattamente come Davide dinanzi a Natan (2 Sam 12,1-7). Teniamo a mente questo meccanismo, perché è lo stesso che Gesù metterà in opera nel tempio.

Il Salmo 79 (80 secondo la numerazione ebraica) è la risposta del popolo, e la sua nota dominante non è la difesa, ma la supplica. La vite trapiantata dall'Egitto, un tempo rigogliosa fino al mare, ha ora la cinta abbattuta, e ogni viandante ne fa vendemmia. Israele non protesta la propria innocenza; chiede al Dio degli eserciti di volgersi, di guardare dal cielo, di visitare questa vigna e di sostenere il «figlio dell'uomo» che egli stesso ha reso forte. La tradizione patristica, con Agostino nelle Enarrationes in Psalmos, ha riconosciuto in questa figura il Cristo. Né è un caso che una delle più antiche preghiere eucaristiche a noi note, quella della Didaché (9,2), renda grazie «per la santa vite di Davide» tuo servo, fatta conoscere per mezzo di Gesù: la Chiesa nascente ha letto la propria liturgia nel linguaggio di questa metafora.

Giungiamo così a Matteo. La scena è Gerusalemme, nel tempio, nei giorni che precedono la Pasqua; gli interlocutori sono «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» (21,23), che hanno appena chiesto a Gesù con quale autorità agisca. La parabola riprende alla lettera il lessico di Isaia nella versione greca – la siepe, il tino, la torre – ma opera uno spostamento decisivo. In Isaia la colpa era della vite; qui la vigna è senza macchia, e la colpa è dei vignaioli. Cambiano i soggetti della responsabilità, e con essi la grammatica del peccato: non più il frutto cattivo, ma l'appropriazione. I contadini non negano che la vigna esista né che sia stata piantata da altri; vogliono solo possederla. Il padrone manda i servi – i profeti, nella lettura costante dei Padri – e poi manda il figlio, dicendosi: «Avranno rispetto per mio figlio». Ma la risposta è la lucida confessione di un'avidità consapevole: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità». Non è ignoranza: lo riconoscono, come il sinedrio di Giovanni (11,47-50) riconosce i segni e decide ugualmente la morte. Il peccato più grave è sapere a chi appartiene il dono e volerlo rendere proprietà.

Notiamo un dettaglio di grande finezza. Marco narra che il figlio fu ucciso e poi gettato fuori della vigna; Matteo, come Luca, inverte l'ordine: «lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero». L'evangelista prepara così, nel racconto parabolico, il Golgota: l'erede muore fuori dalle mura, come la lettera agli Ebrei dirà di Gesù che patì «fuori della porta» (13,12). Poi, come Natan con Davide, Gesù interroga: «Quando verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini»? E gli uditori, come l'uditorio di Isaia, si condannano da sé: Malos male perdet, dice la Vulgata, con un gioco di assonanze che la lingua latina conserva con arguzia: quei malvagi, li farà morire miseramente. La tradizione patristica, da Crisostomo a Girolamo, ha sottolineato questo punto: non è il Maestro a pronunciare la sentenza, sono i colpevoli a scriverla con la propria bocca.

Segue il Salmo 117: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo». In ebraico il nesso è più stretto di quanto appaia, perché bēn, il figlio, e 'eben, la pietra, suonano quasi allo stesso modo: il Figlio rifiutato e la pietra scartata sono una sola figura. Questo versetto attraversa il Nuovo Testamento – lo riprenderà Pietro in At 4,11 e nella sua prima lettera (2,7), lo svilupperà la tradizione paolina in Ef 2,20 – e designa il Cristo risorto come akrogōniaios, la testata d'angolo sulla quale si regge l'intero edificio. Ciò che gli uomini hanno rigettato, Dio lo pone a fondamento.

Resta il versetto più delicato, il 43: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Una lunga storia di interpretazione, che oggi dobbiamo guardare con onestà, ne ha fatto il testo fondativo della cosiddetta sostituzione, come se Dio avesse revocato la vigna a Israele per affidarla alla Chiesa. Il testo, letto con rigore, non dice questo. Anzitutto, a essere sostituiti sono i vignaioli, non la vigna: la vigna rimane la stessa, e rimane di Dio. In secondo luogo, i destinatari dell'ammonimento sono i capi, non il popolo come tale: Matteo scrive dentro una polemica interna al giudaismo del I secolo, e il «popolo» (éthnos) che porterà frutto è una comunità composta di giudei e di pagani, sotto un unico Pastore. Il Concilio Vaticano II lo ha ricordato con parole nette: la Chiesa non può dimenticare di aver ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con il quale Dio ha stretto l'antica alleanza (Nostra aetate, 4), e Paolo aveva già scritto che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). La Pontificia Commissione Biblica, nel documento Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), ha messo in guardia dal trasformare le polemiche neotestamentarie in una condanna del popolo ebraico, invitando a leggerle come monito alla fedeltà. E la Lumen gentium (n. 6), che nomina la Chiesa «vigna eletta» richiamando proprio Is 5 e Mt 21,33-43, ci consegna la chiave pastorale: la parabola non è un'arma da puntare contro altri, ma uno specchio da tenere davanti a noi. I contadini, oggi, siamo noi: sacerdoti, catechisti, genitori, amministratori, chiunque abbia ricevuto in custodia una porzione della vigna.

A questo punto la seconda lettura smette di essere un intermezzo e diventa la risposta. Paolo scrive ai Filippesi dalla prigionia, e non dal comodo di un tavolo di studio. Eppure scrive: «Non angustiatevi per nulla». Il verbo greco, merimnâte, indica l'affanno che divide e consuma. Il contadino omicida della parabola è, a ben vedere, un uomo in ansia: ansioso di possedere, di assicurarsi l'eredità, di non dover rendere conto. L'antidoto che Paolo propone è la preghiera «con suppliche e ringraziamenti» – e il termine che sta dietro a «ringraziamenti» è eucharistía. Chi ha capito che la vigna è dono non cerca di trattenerla: la riceve con gratitudine e la restituisce con il suo frutto.

Il frutto della pace: «la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Il verbo, phrourḗsei, è un termine militare: indica la sentinella, la guarnigione. Filippi era una colonia romana, città di veterani e di presidi; Paolo applica alla pace di Dio l'immagine della guardia che veglia sulla porta del cuore. Non è la pace dell'assenza di conflitto, ma quella di una cittadella presidiata da Cristo. Segue poi il celebre elenco: «tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato». Anche qui il verbo è prezioso: logízesthe, un verbo di contabilità, «fate il computo», «tenete conto». Il cristiano è chiamato a tenere il bilancio non delle proprie ragioni, ma dei beni. E si osservi che nell'elenco ricorre l'aggettivo «giusto»: la ṣedāqâ che Dio attendeva nella vigna d'Israele e non trovò, Paolo la rende operativa nella vita quotidiana della comunità. Lo dice nell'ultimo versetto: «Ciò che avete imparato... mettetelo in pratica; e il Dio della pace sarà con voi». La giustizia che Dio cerca nella sua vigna non è un sentimento, è una prassi.

Resta da dire che cosa tutto ciò abbia a che fare con la liturgia che celebriamo. Moltissimo. Il padrone della parabola manda il figlio, e il figlio viene messo fuori e ucciso. Ma colui che i vignaioli hanno scartato è diventato la vite vera – «Io sono la vite vera» (Gv 15,1) – e noi siamo i tralci. Nella notte in cui fu tradito, prese il calice, frutto della vite. Cipriano, nella lettera 63, vede nel vino del calice il segno del sangue di Cristo, e rifiuta che al sacrificio si presenti acqua sola. E quando, nel rito dell'offertorio, il sacerdote dice: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell'uomo», egli compie il gesto del buon vignaiolo: riconosce che il dono viene da Dio, che il lavoro è nostro, e che il frutto va restituito a chi lo attende. Il testo della Vulgata di Mt 21,41 lo dice con la limpida sobrietà del latino: qui reddant ei fructum temporibus suis. Reddere: rendere, restituire. L'Eucaristia è il tempo in cui i contadini, finalmente, rendono.

Per questo il cammino che la nostra Chiesa diocesana si è proposto, «Un solo pane, un solo corpo» (1 Cor 10,17), non può essere ascoltato in questa domenica senza risuonare con la parabola. La vite ha molti tralci e una sola linfa; il pane è uno, e molti sono quelli che ne mangiano. Mentre ci incamminiamo verso il Congresso Eucaristico Nazionale di Orvieto, il Signore della vigna ci chiede ciò che chiese a Israele: giustizia e rettitudine, cioè quella pace che non è una parola ma un modo di abitare la terra, di reggere le comunità, di amministrare il pane e il vino che non sono nostri. Non ci chiede di essere proprietari; ci chiede di essere fedeli.

Signore, Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi, e visita questa vigna che la tua destra ha piantato. Fa' che non ci illudiamo di esserne i padroni; insegnaci a pregare senza angustia, a rendere grazie in ogni cosa, a custodire nel cuore ciò che è vero, giusto, puro, amabile. E quando verrai a cercare il frutto, non trovi uva selvatica, ma giustizia e rettitudine, e noi con il Figlio tuo, la vite vera, nel suo unico pane e nel suo unico calice. Amen.

Apparato di rinvii

Lezionario: XXVII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A – Is 5,1-7; Sal 79 (rit.: «La vigna del Signore è la casa d'Israele»); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43.

Antico Testamento e tradizione ebraica: Is 5,1-7 (paronomasie mišpāṭ/mišpāḥ, ṣedāqâ/ṣe'āqâ); 2 Sam 12,1-7; Targum di Isaia 5,2; Tosefta Sukkah 3,15.

Padri e testi antichi: Agostino, Enarrationes in Psalmos, Sal 79 (Vg); Girolamo, Commentarii in Matthaeum (21,33ss) e Commentarii in Isaiam; Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo; Cipriano, Epistula 63; Didaché 9,2.

Magistero: Lumen gentium, 6; Nostra aetate, 4; Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001); Catechismo della Chiesa Cattolica, 755.

Rinvii liturgici: Messale Romano, presentazione del pane e del vino («frutto della vite e del lavoro dell'uomo»).