Omelia – XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)
2 agosto 2026
Prima lettura: Isaia 55,1-3 — Vangelo: Matteo 14,13-21
C'è un dettaglio che la liturgia, tagliando il capitolo quattordici di Matteo proprio all'altezza del versetto 13, rischia di farci perdere, e che invece i Padri non hanno mai smesso di sottolineare: Gesù si ritira nel deserto appena ha saputo della morte di Giovanni Battista. Il pane che sazia cinquemila uomini nasce, nel racconto, immediatamente dopo la notizia di una testa recisa su un vassoio. San Girolamo, commentando questo passaggio, osserva che «vista la folla, ne ha compassione e cura i malati, per dare alla fede sincera e piena subito il suo premio» (Comm. in Matth., II, su 14,14): la compassione di Cristo non è un correttivo sentimentale alla violenza del mondo, è la sua risposta strutturale. Dove Erode calcola, banchetta e uccide per tener fede a un giuramento fatto per vanità, Cristo, senza calcolo, senza essere interpellato da alcuna necessità, sazia una folla che non gli ha chiesto nulla se non di essere guardata. È già qui, nel contrappunto tra le due tavole imbandite di quel capitolo — quella di Erode e quella del deserto — che si gioca la differenza tra il potere che consuma e il potere che dona.
Ed è a questa gratuità che risponde, con singolare precisione, la prima lettura. «Venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate senza denaro» (Is 55,1-3): un'economia che non è mancanza di regole ma sovversione di quelle abituali, dove il possesso non è titolo d'accesso. San Giustino, nel Dialogo con Trifone, cita proprio questo oracolo — «concluderò con voi un'alleanza eterna, le sante promesse assicurate a Davide; ecco, l'ho dato alle genti come testimone» — per mostrare a Trifone che la nuova alleanza annunciata da Isaia non poteva restare confinata al perimetro di Israele, ma era già scritta per essere universale, offerta gratuitamente a chi non aveva alcun titolo di appartenenza (Dial., XII). Non è un'annotazione erudita: è la stessa logica che tra poche righe vedremo agire nel deserto di Galilea, davanti a una folla che segue Gesù non per censo o per merito, ma perché ha fame.
Origene, nell'undicesimo libro del suo commento a Matteo, insiste su un punto che la lettura moralizzante del brano tende a scavalcare: il deserto non è solo lo scenario geografico del miracolo, è la condizione perché il miracolo sia riconoscibile come tale. Nel deserto non ci si può illudere di bastare a se stessi; è il luogo in cui la domanda «da dove prenderemo pane per costoro?» non ha risposta umana possibile. Sant'Ambrogio, commentando la scena parallela in Luca, nota la stessa cosa da un'altra angolatura: «nota bene a chi è distribuito: non agli sfaccendati, non a quanti abitano nella città» (In Luc., VI, 69-71), ma a chi ha accettato di seguire il Signore fuori dai luoghi dell'autosufficienza. Il pane gratuito di Isaia e il pane moltiplicato di Matteo esigono la stessa premessa: uscire dalla città dei propri approvvigionamenti sicuri.
Qui però bisogna resistere alla tentazione più comoda che questo testo offre da qualche decennio ai commentatori, quella di ridurre il miracolo a una parabola sulla condivisione — come se la vera notizia fosse che, mostrando il proprio poco, la folla avesse tirato fuori dalle proprie bisacce ciò che teneva nascosto, e il prodigio consistesse nella scoperta collettiva della generosità. È una lettura che, nel volersi presentare come sobria e non ingenua, finisce per essere la più ingenua di tutte, perché svuota il testo esattamente nel punto in cui esso è più preciso: Matteo non dice che la folla condivise, dice che Gesù «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli» — la stessa sequenza di verbi, prendere, benedire, spezzare, dare, che ritroveremo nell'ultima cena. Non è un'allusione posteriore che noi proiettiamo sul testo: è Matteo stesso a scrivere il gesto del deserto con il vocabolario dell'eucaristia che ancora deve narrare. Sant'Agostino, nei suoi Trattati sul Vangelo di Giovanni (24), applicando alla scena la sua consueta lettura tipologica, arriva a vedere nei cinque pani i cinque libri di Mosè — «questa scorza è la lettera della Legge» — pane che nutre solo se qualcuno lo spezza rivelandone il senso: la Legge letta alla lettera resta pane duro e chiuso, la stessa Legge spezzata dalla mano di Cristo diventa nutrimento che avanza.
Ed è questo, io credo, il punto su cui vale la pena fermarsi, più che sulla contabilità del prodigio: le dodici ceste avanzate. San Giovanni Crisostomo, nella sua quarantanovesima omelia su Matteo, fa notare la pedagogia del gesto: «egli non fa scendere il pane dal cielo come fece Mosè», non ripete semplicemente la manna, ma associa alla propria sovrabbondanza le mani dei Dodici, tanto che «ciascuno dei Dodici deve portare sulle proprie spalle il peso e il monumento dell'eccedenza dell'amore del Padre». Non dodici ceste per pura precisione cronachistica, ma dodici, quanti sono gli apostoli, quante le tribù d'Israele: ciascuno di quegli uomini torna a casa portando fisicamente, sul dorso, la prova che il dono di Dio eccede sempre la richiesta, e che a lui è affidato — non per merito, non per censo, ma per la stessa gratuità di Isaia — il compito di continuare a distribuirlo.
Non chiediamoci dunque, uscendo da questa liturgia, che cosa siamo disposti a condividere: è una domanda onesta, ma non è la domanda che questo Vangelo pone. Chiediamoci piuttosto se siamo ancora capaci di lasciarci condurre nel deserto, nel luogo cioè in cui la nostra autosufficienza non ha più argomenti, per ricevere — senza denaro, senza titolo, per pura benedizione spezzata nelle mani di un Altro — un pane che nessuno di noi avrebbe potuto procurarsi da sé, e che avanza sempre oltre ogni nostra fame.