XVII domenica del Tempo Ordinario

 

Letture: 1 Re 3,5.7-12 · Salmo 118(119) · Romani 8,28-30 · Matteo 13,44-52

Il tesoro nascosto e il cuore sapiente

Fratelli e sorelle carissimi,

le tre letture che la Chiesa ci offre in questa XVII domenica del Tempo Ordinario sono legate, come spesso accade nel ciclo liturgico, da un filo dorato: la sapienza del cuore che sa riconoscere il vero bene, e la gioia sovrabbondante di chi lo trova. Non si tratta di un tema astratto o moraleggiante: è la domanda più radicale che un uomo possa porsi — quid est quod vere quaero? — che cosa cerco davvero?

I. Il cuore che sa discernere: Salomone a Gàbaon

Il giovane re Salomone, nella notte di Gàbaon, riceve da Dio un assegno in bianco: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda» (1Re 3,5). Non chiede né ricchezza, né lunga vita, né la morte dei suoi nemici, ma — recita il testo latino della Vulgata — un cor docile, un cuore docile e capace di ascolto, ut populum tuum iudicare possit, et discernere inter bonum et malum: per poter discernere fra il bene e il male. Dio, compiaciuto da questa domanda, gli concede assai più di quanto chiesto:

«Dedi tibi cor sapiens et intelligens, in tantum ut nullus ante te similis tui fuerit nec post te surrecturus sit» (1Re 3,12) — «ti ho dato un cuore saggio e intelligente, come nessuno lo ebbe prima di te né lo avrà dopo di te».

È significativo che, nella tradizione sapienziale d'Israele, la sapienza (in ebraico chokmah, che i Settanta traducono con σοφία, sophía) non sia mai un possesso intellettuale astratto, ma una qualità del cuore — sede, nella antropologia biblica, non del sentimento ma della decisione. Salomone non chiede di sapere di più, ma di saper scegliere meglio. È la stessa sapienza che san Tommaso d'Aquino definirà, riprendendo Aristotele, come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi: non teoria, ma orientamento pratico verso il bene.

II. «Quomodo dilexi legem tuam, Domine!»

Il salmo responsoriale (Sal 118/119) risponde a questa domanda con un'affermazione sorprendente per la sensibilità moderna, che spesso oppone legge e libertà: Quomodo dilexi legem tuam, Domine! Tota die meditatio mea est — «Quanto amo la tua legge, Signore, è la mia meditazione per tutto il giorno» (v. 97). Per il salmista la torah non è un giogo, ma — userei qui un'espressione cara ai Padri — dulcedo, dolcezza: la legge di Dio è amabile perché rivela la sapienza stessa del Creatore, lo stesso «cuore sapiente e intelligente» chiesto da Salomone, reso accessibile a ogni credente attraverso la Parola.

III. Omnia cooperantur in bonum

San Paolo, nella lettera ai Romani, porta questa fiducia sapienziale al suo vertice teologico:

«Scimus autem quoniam diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum, iis qui secundum propositum vocati sunt sancti» (Rm 8,28) — «sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio».

Non è un'affermazione ingenuamente ottimistica — Paolo scrive questa lettera conoscendo bene la sofferenza, di cui ha appena parlato nei versetti precedenti (Rm 8,18-27) — ma una certezza fondata sull'amore stesso di Dio che «predestina», «chiama», «giustifica» e «glorifica» (Rm 8,29-30) chi lo ama, rendendolo conformis imaginis Filii sui, conforme all'immagine del Figlio suo. San Giovanni Crisostomo dedicò a questo solo versetto un'intera omelia (In illud: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum), nella quale ricorda che la provvidenza divina non sopprime la libertà né elimina la prova, ma la trasfigura: nulla, per chi ama Dio, è definitivamente perduto.

IV. Le tre parabole del Regno

Il Vangelo (Mt 13,44-52) raccoglie questa sapienza in immagini. Gesù non definisce mai la βασιλεία τῶν οὐρανῶν (basileía tôn ouranôn), il «regno dei cieli», espressione tipicamente matteana che l'evangelista preferisce a «regno di Dio» per rispetto del nome divino secondo l'uso giudaico: la racconta.

Un uomo trova per caso un θησαυρός (thesaurós), un tesoro nascosto in un campo:

«Simile est regnum caelorum thesauro abscondito in agro, quem qui invenit homo abscondit, et prae gaudio illius vadit, et vendit universa quae habet, et emit agrum illum» (Mt 13,44).

Si noti il prae gaudio: non è il calcolo a muovere quell'uomo, ma la gioia. È la stessa gioia che, secondo sant'Agostino, muove ogni autentica conversione: nemo bene aliquid facit invitus, etiamsi bonum est quod facit — nessuno fa bene qualcosa controvoglia, anche se ciò che fa è cosa buona.

Il mercante, invece, cerca attivamente: è un negotiator che va per il mondo quaerens bonas margaritas, in cerca di perle preziose, finché non trova la μαργαρίτης (margarítēs), la perla di grande valore, e vende tutto per acquistarla (Mt 13,45-46). Tra il contadino che trova per caso e il mercante che cerca con metodo, Gesù non sceglie: entrambi rappresentano vie autentiche verso il Regno — la grazia che sorprende e la ricerca sapiente che persevera, come quella di Salomone.

Infine la σαγήνη (sagḗnē), la grande rete gettata in mare, che raccoglie «di ogni specie» pesci buoni e cattivi insieme, separati solo alla fine (Mt 13,47-50): immagine della Chiesa stessa, corpus mixtum secondo l'espressione agostiniana, comunità nella quale grano e zizzania, buoni e cattivi pesci, convivono fino al giudizio, senza che a noi sia dato anticipare la cernita divina.

La pericope si chiude con un'immagine spesso trascurata ma decisiva: lo scriba «discepolo del regno dei cieli» è simile a un padre di famiglia che profert de thesauro suo nova et vetera, trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). È il ritratto dell'evangelista stesso, e di ogni autentico maestro nella Chiesa: fedeltà alla Tradizione (vetera) e capacità di lettura sempre nuova (nova), in quella continuità viva che i Padri chiamavano traditio.

V. Conclusione

Fratelli e sorelle, le quattro letture di oggi disegnano un solo itinerario: un cuore che sa domandare la sapienza come Salomone; una legge amata come dolcezza e non come peso; una fiducia che tutto, nella storia di chi ama Dio, concorre al bene; e infine un tesoro trovato — o cercato — che vale la vendita di ogni altro possesso. La domanda che ci lasciamo, uscendo da questa Eucaristia, è la stessa che il Signore rivolse a Salomone nella notte di Gàbaon: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Sappiamo rispondere, come lui, chiedendo non le cose che passano, ma quel cor sapiens et intelligens capace di riconoscere, in mezzo al campo della nostra vita quotidiana, il tesoro che è già nascosto lì, e che vale tutto.

 

Amen.