XI domenica del Tempo ordinario

XI Domenica del Tempo Ordinario

Anno A

Es 19,2-6a  •  Rm 5,6-11  •  Mt 9,36–10,8

Fratelli e sorelle,

le letture di questa undicesima domenica del Tempo Ordinario ci pongono davanti a una verità semplice e decisiva: Dio non salva l’uomo da lontano. Dio vede, chiama e manda. Vede la miseria del suo popolo, chiama alcuni perché stiano con Lui, e li manda perché la sua misericordia raggiunga tutti.

Nella prima lettura Israele giunge al Sinai. È un momento solenne: il popolo è stato liberato dall’Egitto, ha attraversato il mare, ha toccato con mano la potenza di Dio. Ma è ora che il Signore rivela il senso profondo di quella liberazione: «Voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli… un regno di sacerdoti e una nazione santa». Dio non libera Israele semplicemente perché viva meglio, ma perché diventi segno della sua presenza nel mondo. Nella Scrittura la libertà non è mai autonomia capricciosa: è appartenenza. Israele è libero perché appartiene a Dio.

È una parola che ci riguarda da vicino. Anche noi, spesso, pensiamo la fede come qualcosa che deve farci stare bene, consolarci, sostenerci nei momenti difficili. Ed è vero: la fede consola, sostiene, rialza. Ma non si esaurisce in questo. Il Signore non ci salva soltanto per tranquillizzarci; ci salva per consacrarci, per fare di noi un popolo che porti nel mondo qualcosa della sua santità. Il cristiano non è semplicemente uno che «ha una religione»: è uno che appartiene a Cristo.

San Paolo, nella seconda lettura, va più a fondo: «Cristo morì per gli empi». Qui è il cuore del Vangelo. Dio non ha atteso che fossimo giusti per amarci; ci ha amati mentre eravamo ancora deboli, peccatori, lontani. È la differenza radicale tra il cristianesimo e ogni moralismo: la salvezza non comincia con l’uomo che sale verso Dio, ma con Dio che scende verso l’uomo. Non comincia dal nostro merito, ma dalla sua grazia.

Così comprendiamo meglio il Vangelo. Gesù vede le folle e ne sente compassione, perché erano «stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore». L’evangelista usa qui un verbo fortissimo: Gesù è scosso fin nelle viscere. Non è sentimentalismo: è lo sguardo stesso di Dio sull’umanità ferita. Gesù vede uomini e donne confusi, dispersi, affaticati dal peso della vita, dalla malattia, dal peccato, dalla paura, dalle false promesse. E davanti a loro non si limita a giudicare: si commuove e agisce.

C’è qui una lezione anche per la Chiesa. Il primo sguardo cristiano sul mondo non può essere lo scandalo, né il disprezzo, né una nostalgia sterile: dev’essere la compassione di Cristo. Certo, il male va chiamato male, la verità non va taciuta, la dottrina non va annacquata. Ma senza compassione anche la verità rischia di diventare una pietra. Gesù non manda i Dodici come funzionari del sacro, ma come uomini raggiunti dalla misericordia e resi strumenti di misericordia.

Poi dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai». Non dice che la messe è scarsa; non dice che il mondo è ormai perduto. Dice il contrario: c’è molto da raccogliere. Ci sono cuori che attendono, ferite che chiedono cura, persone che cercano un senso e un perdono che spesso non sanno nemmeno nominare. Il problema non è l’assenza della grazia; è la scarsità degli operai.

Ma attenzione: Gesù non dice anzitutto «organizzatevi meglio». Dice: «Pregate dunque il signore della messe». Prima dell’azione viene la preghiera; prima dei progetti pastorali, la dipendenza da Dio. È una parola salutare per il nostro tempo, che misura quasi tutto con criteri di risultato, visibilità e consenso. La Chiesa non nasce da una strategia, ma dalla preghiera. Gli Apostoli non sono scelti perché hanno un piano geniale: sono chiamati perché Cristo li vuole accanto a sé, associati alla sua missione.

E infatti il Vangelo fa i nomi dei Dodici. Non è un dettaglio secondario: Dio chiama per nome. Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Matteo… uomini diversi, con storie e fragilità diverse. Tra loro c’è anche Giuda, segno tremendo della libertà umana. La Chiesa non nasce da uomini perfetti, ma da uomini chiamati: verità che ci consola e ci responsabilizza insieme. Nessuno può dire: «Non sono degno, dunque non posso servire». Non siamo degni, è vero: ma il Signore non chiama i degni, rende capaci coloro che chiama.

Infine consegna il programma della missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». La missione cristiana ha sempre due dimensioni inseparabili: annunciare e guarire, dire la verità di Dio e toccare le ferite dell’uomo. Una Chiesa che annuncia senza curare diventa dura; una Chiesa che cura senza annunciare si riduce ad assistenza. Cristo le vuole insieme: la parola che salva e la carità che rende credibile quella parola.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». È forse la frase da portare a casa oggi. Tutto ciò che abbiamo di più prezioso lo abbiamo ricevuto: la fede, il perdono, l’Eucaristia, la Parola, la speranza della vita eterna. Nulla di questo è proprietà privata: è dono ricevuto perché diventi dono offerto.

 

Chiediamo allora al Signore tre grazie: occhi capaci di vedere le folle stanche e sfinite; un cuore che non giudichi da lontano, ma si lasci ferire dalla compassione di Cristo; mani pronte a servire, senza calcolo e senza vanità. Perché anche oggi la messe è abbondante. E anche oggi il Signore chiama operai: non eroi impeccabili, ma discepoli umili e fedeli, radicati nella preghiera, capaci di dire con la vita che il Regno dei cieli è davvero vicino.