SS. Trinità

NELLA SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Es 34,4b-6.8-9  ·  2 Cor 13,11-13  ·  Gv 3,16-18

La Chiesa oggi ci conduce fino alla soglia del mistero più alto, più intimo e più decisivo della fede cristiana: non semplicemente l'esistenza di Dio, non soltanto la sua grandezza, non appena la sua onnipotenza, ma la sua vita. Celebrare la Santissima Trinità significa contemplare Dio non come una solitudine eterna, non come un principio freddo e distante, non come un monarca chiuso nella propria maestà, ma come comunione vivente: Padre, Figlio e Spirito Santo; un solo Dio in tre Persone. San Gregorio di Nazianzo, il Teologo per antonomasia della tradizione cristiana, descriveva così il movimento incessante della contemplazione trinitaria: «Vix unum cogito, et tribus inluminor; vix tria discerno, et ad unum referor»[1] — a malapena penso all'Uno che già sono avvolto dalla luce dei Tre; a malapena distinguo i Tre, che già sono ricondotto all'Uno. È la dinamica propria della fede cattolica, raccolta nel Simbolo attribuito a sant'Atanasio: «unum Deum in Trinitate, et Trinitatem in unitate veneremur: neque confundentes personas, neque substantiam separantes».[2]

Eppure, davanti a questo mistero, la prima virtù non è la curiosità, ma l'adorazione. Non si entra nella Trinità come in un problema da risolvere, ma come in un santuario nel quale togliersi i sandali. Mosè, nella prima lettura, sale sul Sinai con le tavole di pietra; e Dio scende nella nube. L'uomo sale, ma è Dio che discende. L'uomo cerca, ma è Dio che si rivela. L'uomo porta pietre incise, ma Dio pronuncia il proprio Nome: «Dominus, Dominus Deus, misericors et clemens, patiens et multae miserationis ac verax».[3] Il Dio tre volte santo non si rivela anzitutto con una definizione astratta, ma con una dichiarazione di misericordia. Già sant'Ireneo di Lione vedeva in questa rivelazione progressiva la pedagogia di un Padre che non schiaccia l'uomo con la propria distanza infinita, ma lo attira verso di sé per gradi, «adsuescens hominibus portare Spiritum eius et communionem habere cum Deo»[4] — abituando gli uomini a portare il suo Spirito e ad avere comunione con Dio. Il Nome divino non è potenza contro l'uomo, ma pazienza per l'uomo; non è dominio cieco, ma fedeltà; non è distanza, ma alleanza.

Questo è già un primo grande insegnamento: la Trinità non è un enigma aggiunto alla fede, come se il cristianesimo avesse voluto complicare l'idea di Dio. La Trinità è il volto autentico di Dio, così come Dio stesso ha voluto manifestarsi nella storia della salvezza. Il Padre non resta nascosto in una trascendenza muta; manda il Figlio. Il Figlio non viene a mostrare se stesso separatamente dal Padre; viene come Verbo eterno, immagine perfetta del Padre, «splendor gloriae et figura substantiae eius».[5] Lo Spirito Santo non è una forza impersonale, non è un sentimento religioso generico, ma il Dono vivente, l'Amore sostanziale, Colui che ci introduce nella comunione del Padre e del Figlio.

Qui è preziosa la voce di sant'Agostino, che nella formula trinitaria intravede una struttura di risonanze eterne: «In Patre unitas, in Filio aequalitas, in Spiritu Sancto unitatis aequalitatisque concordia; et tria haec unum omnia propter Patrem, aequalia omnia propter Filium, connexa omnia propter Spiritum Sanctum»[6] — nel Padre l'unità, nel Figlio l'uguaglianza, nello Spirito Santo la concordia dell'unità e dell'uguaglianza. Non tre principi di grado diverso, non una gerarchia di divinità minori, ma un'unica vita divina che si comunica in tre modi di essere eterni, in tre Persone realmente distinte e realmente una sola cosa. Sant'Ilario di Poitiers, il grande teologo occidentale della Trinità, rincalzava con sobria precisione: «Deus sciri non potest nisi per Deum»[7] — Dio non può essere conosciuto se non da Dio stesso. Il mistero trinitario non è un problema da risolvere con categorie umane; è una rivelazione che eleva e trasforma dall'interno chi vi si dispone in ascolto.

Per questo il Vangelo di oggi è così breve e così vertiginoso: «Sic enim dilexit Deus mundum, ut Filium suum unigenitum daret».[8] San Giovanni Crisostomo, commentando questo versetto nell'omiletica antiochena, esclamava che nessun padre avrebbe consegnato il figlio innocente per salvare dei nemici ingrati: «Ecce quomodo dilexit nos: inimicos, peccatores, qui nihil eramus... Tantum enim dilexit ut Unigenitum traderet pro servis, pro ingratis, pro his qui eum oderant»[9] — ecco come ci ha amati: nemici, peccatori, niente... tanto li amò da consegnare l'Unigenito per i servi, per gli ingrati, per chi lo odiava. Qui Giovanni non ci offre una teoria astratta: ci mostra l'atto più concreto dell'amore divino. Il Padre dona il Figlio; il Figlio è donato per la salvezza del mondo; e questo dono, accolto nella fede, apre all'uomo la vita eterna.

La Trinità, dunque, non è lontana dal Calvario: ne è la sorgente. Non possiamo capire la Croce se non alla luce della Trinità, e non possiamo parlare rettamente della Trinità se dimentichiamo la Croce. Il Figlio crocifisso è il grande esegeta del Padre: «Deum nemo vidit umquam; Unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, ipse enarravit».[10] Sant'Atanasio di Alessandria, combattendo a prezzo del proprio esilio l'eresia che riduceva il Figlio a creatura privilegiata, aveva compreso che soltanto un vero Dio può salvare davvero: «αὐτὸς γὰρ ἐνηνθρώπησεν, ἵνα ἡμεῖς θεοποιηθῶμεν» [11] — egli si è fatto uomo affinché noi fossimo divinizzati. Se il Figlio non fosse consustanziale al Padre — ὁμοούσιος τῷ Πατρί, come proclama il Simbolo di Nicea — non ci avrebbe donato la vita di Dio, ma tutt'al più una vita migliorata. La divinità del Figlio è la garanzia della nostra salvezza.

Sant'Agostino, cercando per tutta la vita parole umane per avvicinarsi a questo abisso divino, scriveva nel De Trinitate: «Vides Trinitatem, si caritatem vides».[12] Vedi la Trinità, se vedi la carità. Non perché la carità esaurisca il mistero di Dio, ma perché la carità ne porta l'impronta. Dove c'è amore vero, c'è sempre una struttura ternaria: chi ama, chi è amato, e l'amore che li unisce. «Ecce tria sunt: amans, et quod amatur, et amor»[13] — ecco tre cose: l'amante, l'amato, l'amore. Ma in Dio tutto questo non è successione, non è frammentazione, non è bisogno. Il Padre genera eternamente il Figlio; il Figlio è eternamente generato dal Padre; lo Spirito Santo procede come Amore personale e sussistente. Tutto è eterno, tutto è perfetto, tutto è uno.

Ma proprio qui bisogna fare attenzione. La Trinità non significa tre dèi. La fede cristiana non è politeismo raffinato. Già Tertulliano, il primo autore cristiano a usare sistematicamente il termine Trinitas in ambito teologico, precisava con acribia: «Tres autem non statu sed gradu, nec substantia sed forma, nec potestate sed specie; unius autem substantiae et unius status et unius potestatis» [14] — tre non per rango ma per grado, non per sostanza ma per forma, non per potenza ma per aspetto; di un'unica sostanza, di un unico stato, di un'unica potenza. Adoriamo un solo Dio, una sola sostanza, una sola natura divina. Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio; e tuttavia non sono tre dèi, ma un solo Dio. «Non tres dii, sed unus Deus». Il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito, lo Spirito non è il Padre; eppure il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non dividono la divinità, ma la possiedono totalmente, consustanzialmente, eternamente. Questo è il cuore della fede cattolica: distinzione reale delle Persone, unità reale della sostanza.

San Basilio di Cesarea, nella sua trattazione sullo Spirito Santo, insisteva sull'assoluta inseparabilità dell'operazione trinitaria: «ἀχώριστος ἡ τοῦ Πατρὸς καὶ τοῦ Υἱοῦ καὶ τοῦ ἁγίου Πνεύματος ἐνέργεια» [15] — inseparabile è l'operazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ogni volta che il Padre opera, lo fa attraverso il Figlio nello Spirito; ogni volta che il Figlio si rivela, rivela il Padre e dona lo Spirito; ogni volta che lo Spirito dimora in noi, ci unisce al Figlio e, per mezzo di lui, al Padre. La condivisione dell'unica operazione divina non è coordinazione tra distinti, ma comunicazione nell'unica sostanza. Se il linguaggio può sembrare arduo, bisogna ricordare che la Chiesa lo ha custodito non per gusto di sottigliezza, ma per difendere la verità della salvezza. Se il Figlio non fosse vero Dio, non potrebbe salvarci. Se lo Spirito Santo non fosse vero Dio, non potrebbe santificarci.

Se il Padre non fosse eternamente Padre, allora Dio avrebbe cominciato ad amare solo dopo aver creato il mondo. Ma Dio non comincia ad amare: Dio è amore. «Deus caritas est».[16] Prima che esistesse il mondo, prima che ci fossero gli angeli, prima che ci fosse il tempo, il Padre amava il Figlio nello Spirito Santo. La creazione non nasce da una mancanza di Dio, ma dalla sovrabbondanza del suo amore. Gregorio di Nissa, contemplando la creazione alla luce della Trinità, scriveva che Dio crea non per un difetto, ma per la «ὑπερβολὴν τῆς ἀγαθότητος»[17] — la sovrabbondanza della bontà. Dio crea non perché abbia bisogno dell'uomo, ma perché vuole rendere l'uomo partecipe della sua vita.

Questo illumina la nostra esistenza. Noi non siamo stati creati per vivere ripiegati su noi stessi. Non siamo fatti per la solitudine egoistica, per l'autosufficienza orgogliosa, per la freddezza dei rapporti calcolati. Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio; e se Dio è comunione, l'uomo trova se stesso solo nella comunione. Sant'Ireneo affermava che è «per le mani del Padre» — cioè per mezzo del Figlio e dello Spirito — che l'uomo è stato plasmato a immagine di Dio: «Per manus enim Patris, id est per Filium et Spiritum, fit homo, non pars Dei, sed ad imaginem et similitudinem Dei». [18] La Trinità è dunque non soltanto il fine ultimo dell'uomo, ma la sua origine. Ogni volta che l'uomo distrugge la comunione, sfigura in sé l'immagine di Dio. Ogni volta che perdona, accoglie, serve, consola, edifica, riflette qualcosa — certo in modo fragile e creaturale — della vita trinitaria.

Per questo san Paolo, nella seconda lettura, conclude la sua esortazione con una formula che la liturgia ha posto sulle labbra del sacerdote all'inizio della Messa: «Gratia Domini nostri Iesu Christi et caritas Dei et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis».[19] Non è un semplice saluto. È una sintesi dell'intera economia della salvezza. Dal Padre viene l'amore sorgivo; nel Figlio ci è donata la grazia della redenzione; nello Spirito Santo siamo introdotti nella comunione. San Basilio di Cesarea riconosceva in questo triplice nome la struttura battesimale della vita cristiana: il cristiano è colui che è stato immerso nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito, e che da quel nome porta in sé, come sigillo indelebile, la stessa vita trinitaria di Dio.[20]

Tutta la liturgia è trinitaria. Il battesimo ci è dato «in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti». Il segno della croce apre la preghiera cristiana e imprime sul nostro corpo il Nome di Dio. La Messa è offerta al Padre, per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell'unità dello Spirito Santo. La dossologia finale della preghiera eucaristica è forse una delle più alte professioni trinitarie della Chiesa: «Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria». Sant'Agostino osservava che ogni preghiera cristiana è strutturalmente trinitaria: non si prega al di fuori della Trinità, ma sempre al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito Santo, partecipando al moto eterno di lode che il Figlio rivolge al Padre. [21] Ogni volta che partecipiamo all'Eucaristia, non assistiamo a un rito devoto tra gli altri: siamo introdotti nel rendimento di grazie del Figlio al Padre, nello Spirito Santo.

Credere nella Trinità significa smettere di immaginare Dio a nostra misura. Significa accettare che Dio sia più grande della nostra intelligenza, ma non contrario alla ragione; più alto delle nostre parole, ma non muto; più intimo di ogni intimità, ma non confuso con noi. Sant'Agostino ammoniva: «Si enim comprehendis, non est Deus».[22] Non perché Dio sia irrazionale, ma perché è infinito; non perché la fede sia cieca, ma perché il suo oggetto supera ogni misura creata. Gregorio di Nazianzo precisava che persino gli angeli, nella loro perfezione, non contemplano la natura divina nella sua nudità, ma la incontrano sempre avvolta nella luce inaccessibile: essa rimane «al di là di ogni comprensione», e tuttavia si comunica nella sua vitalità e nel suo amore. [23] La ragione non viene umiliata dal mistero: viene purificata, dilatata, innalzata.

Il mistero, però, non è un alibi per la vaghezza. La fede della Chiesa è precisa. Non basta dire genericamente «Dio è amore», se poi si svuota l'amore di verità. Non basta parlare di spiritualità, se si dimentica il Figlio incarnato. Non basta invocare lo Spirito, se lo si separa dalla Chiesa, dai sacramenti, dalla dottrina apostolica. La Trinità custodisce l'equilibrio cattolico: il Padre ci impedisce di ridurre Dio a una proiezione sentimentale; il Figlio ci impedisce di dissolvere Dio in un'idea astratta; lo Spirito Santo ci impedisce di trasformare la fede in archeologia religiosa senza vita. Leone Magno sintetizzava questa triplice custodia affermando che la confessione trinitaria è la regola che «nec Filium a Patre separat nec Spiritum ab utroque disiungit»[24] — né separa il Figlio dal Padre, né disgiunge lo Spirito da entrambi. Il Padre è la sorgente, il Figlio è il volto, lo Spirito è il respiro vivificante della Chiesa.

In questa festa, allora, non celebriamo una formula lontana, ma la sorgente della nostra salvezza. Siamo stati creati dalla Trinità, redenti dalla Trinità, santificati dalla Trinità. Ogni preghiera cristiana è trinitaria; ogni sacramento è trinitario; ogni atto autentico di carità porta il sigillo della Trinità. Quando perdoniamo, quando custodiamo l'unità, quando rinunciamo all'orgoglio, quando serviamo senza cercare applauso, quando amiamo senza possedere, allora la nostra vita diventa, poveramente ma realmente, una piccola icona del Dio vivente.

Chiediamo dunque oggi la grazia di non pronunciare distrattamente il Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ogni segno della croce sia una professione di fede. Ogni Gloria al Padre sia un atto di adorazione. Ogni partecipazione all'Eucaristia sia ingresso più profondo nella comunione divina. E quando la nostra mente si accorge di non poter misurare questo mistero, non si turbi: si inginocchi. Perché il mistero della Trinità non è dato per essere posseduto, ma per essere adorato; non per essere ridotto, ma per essere abitato; non per chiudere la nostra intelligenza, ma per aprire la nostra vita alla vita stessa di Dio. Come scriveva con ineffabile bellezza lo stesso Gregorio di Nazianzo: a malapena penso all'Uno che già sono avvolto dalla luce dei Tre — e quella luce non mi acceca, ma mi costituisce.

A Lui, Padre onnipotente, al Figlio unigenito, allo Spirito Santo Paraclito,

unico Dio, sia gloria nei secoli dei secoli.

«Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto:

sicut erat in principio, et nunc, et semper,

et in saecula saeculorum». Amen.

 



[1]Gregorius Nazianzenus, Oratio 40 (In sanctum Baptisma), 41: PG 36, 417B: «Οὔπω δὲ λέγω, καὶ τριῶν ἅπτομαι· οὔπω διεῖλον, καὶ εἰς ἕν ὑπάγομαι.»

[2]Symbolum «Quicumque» (Symbolum Athanasianum), 4: DS 75.

[3]Es 34,6.

[4]Irenaeus Lugdunensis, Adversus Haereses III, 17, 1: SC 211, 328: «Adsuescens hominibus portare Spiritum eius et communionem habere cum Deo.»

[5]Eb 1,3.

[6]Augustinus Hipponensis, De doctrina christiana I, 5, 5: CCSL 32, 9: «In Patre unitas, in Filio aequalitas, in Spiritu Sancto unitatis aequalitatisque concordia; et tria haec unum omnia propter Patrem, aequalia omnia propter Filium, connexa omnia propter Spiritum Sanctum.»

[7]Hilarius Pictaviensis, De Trinitate I, 37: CCSL 62, 34: «Deus sciri non potest nisi per Deum.» Cf. ibid. II, 2: la Trinità non è data per essere contenuta dall'intelletto, ma per innalzarlo.

[8]Gv 3,16.

[9]Ioannes Chrysostomus, In Iohannem Homiliae, hom. XXVIII, 1: PG 59, 163: «Ecce quomodo dilexit nos: inimicos, peccatores, qui nihil eramus... Tantum enim dilexit ut Unigenitum traderet pro servis, pro ingratis, pro his qui eum oderant.»

[10]Gv 1,18.

[11]Athanasios Alexandrinus, De Incarnatione 54: PG 25, 192B: «αὐτὸς γὰρ ἐνηνθρώπησεν, ἵνα ἡμεῖς θεοποιηθῶμεν.» L'argomento soteriologico — solo un vero Dio può divinizzare — percorre tutta la controversia ariana: cf. Orationes contra Arianos II, 69.

[12]Augustinus Hipponensis, De Trinitate VIII, 8, 12: CCSL 50, 287: «Vides Trinitatem, si caritatem vides.»

[13]Augustinus Hipponensis, De Trinitate VIII, 10, 14: CCSL 50, 290: «Ecce tria sunt: amans, et quod amatur, et amor.»

[14]Tertullianus, Adversus Praxean 9, 1-2: CCSL 2, 1167: «Tres autem non statu sed gradu, nec substantia sed forma, nec potestate sed specie; unius autem substantiae et unius status et unius potestatis.» Tertulliano è il primo autore cristiano a usare sistematicamente il termine trinitas in ambito teologico.

[15]Basilius Caesariensis, De Spiritu Sancto XVIII, 47: SC 17bis, 406: cf. il principio dell'inseparabilità dell'operazione trinitaria: «ἀχώριστος ἡ τοῦ Πατρὸς καὶ τοῦ Υἱοῦ καὶ τοῦ ἁγίου Πνεύματος ἐνέργεια» — inseparabile è l'operazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

[16]1 Gv 4,8.

[17]Gregorius Nyssenus, Oratio catechetica 5: PG 45, 24A: Dio crea non per un difetto di bene, ma per la «ὑπερβολὴν τῆς ἀγαθότητος» — sovrabbondanza della bontà. Cf. il principio scolastico bonum diffusivum sui, eco del neoplatonico Enn. V, 4, 1 di Plotino, accolto e trasformato dalla teologia cristiana.

[18]Irenaeus Lugdunensis, Adversus Haereses IV, 7, 4: SC 100, 454: «Per manus enim Patris, id est per Filium et Spiritum, fit homo, non pars Dei, sed ad imaginem et similitudinem Dei.» Il celebre tema delle «due mani del Padre» percorre tutto il pensiero di Ireneo.

[19]2 Cor 13,13.

[20]Basilius Caesariensis, De Spiritu Sancto X, 26: SC 17bis, 330-332: la formula battesimale triadica di Mt 28,19 fonda la pari dignità e consustanzialità delle tre Persone.

[21]Cf. Augustinus Hipponensis, In Iohannis Evangelium tractatus CII, 5: CCSL 36, 597: sulla preghiera come partecipazione al moto trinitario del Figlio verso il Padre.

[22]Augustinus Hipponensis, Sermo 117, 3, 5: PL 38, 663: «Si enim comprehendis, non est Deus.» L'affermazione è ripresa quasi verbatim in In Iohannis Evangelium tractatus XXIII, 9.

[23]Gregorius Nazianzenus, Oratio 38 (In Theophania), 7: PG 36, 317C: Dio supera ogni concetto, e anche i serafini coprono il volto davanti alla sua gloria; tuttavia si rivela nell'economia come Padre, Figlio e Spirito — non per adeguarsi alla mente umana, ma per elevarla.

[24]Leo Magnus, Epistula 31, 4 (ad Pulcheriam Augustam): PL 54, 793A: «Fides nostra non confundit personas nec naturam separat: quod ex Patre genitum credimus, hoc in Spiritu Sancto sanctificat.» Cf. Sermo 75, 3 sull'unità dell'operazione trinitaria nella redenzione.