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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Capitolo Ottavo — La Liturgia delle Ore: la preghiera della Chiesa nel tempo

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Capitolo Ottavo

La Liturgia delle Ore: la preghiera della Chiesa nel tempo

La Liturgia delle Ore – detta anche Ufficio divino, Breviario nella tradizione clericale, o semplicemente «prima preghiera della mattina» e «preghiera della sera» nell’uso popolare – è la forma con cui la Chiesa santifica le diverse ore del giorno e della notte, distribuendo nel tempo la lode e la supplica che si concentrano nell’Eucaristia. Non è soltanto la preghiera dei sacerdoti e dei religiosi, imposta loro dall’ordinamento canonico come obbligo personale, anche se questo è il modo in cui è stata prevalentemente vissuta nella storia recente. È, in senso pieno e originario, la preghiera della Chiesa intera: il modo in cui il corpo ecclesiale nella sua totalità adempie al mandato apostolico di pregare senza interruzione (1Ts 5,17) e di offrire a Dio il sacrificio spirituale della lode in ogni ora del giorno. Sacrosanctum Concilium afferma che «la Liturgia delle Ore è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi, è la preghiera di Cristo con il suo stesso corpo al Padre»¹.

Radici bibliche e tradizione

La preghiera oraria ha radici profonde nella tradizione biblica di Israele. Tre volte al giorno il pio israelita si fermava per la preghiera: la mattina, a mezzogiorno e alla sera (cfr. Dn 6,11; Sal 55,18). Il Tempio di Gerusalemme scandiva con sacrifici mattutini e serali il ritmo del tempo sacro, e i Salmi erano il testo privilegiato di questa preghiera collettiva. Gesù stesso ha pregato secondo questi ritmi ebraici, e la prima comunità cristiana di Gerusalemme ha continuato a frequentare le «ore di preghiera» al Tempio (At 3,1), sviluppandole progressivamente in un sistema articolato che le lettere di Paolo, gli Atti e le fonti patristiche testimoniano in modo convergente.

La tradizione monastica – a partire dai Padri del deserto e poi attraverso le grandi regole monastiche, culminando nella Regola di san Benedetto – ha organizzato e approfondito la struttura delle Ore canoniche in modo che è rimasto determinante per tutta la Chiesa latina fino alla riforma post-conciliare. Benedetto articola la preghiera monastica nelle «sette ore» del giorno e nella «vigilanza notturna» (Mattutino), citando il Salmo 118,164 («sette volte al giorno ti lodo») e il Salmo 119,62 («a mezzanotte mi alzo per lodarti»). Questa struttura non è arbitraria: rispecchia la comprensione monastica della vita come liturgia permanente, come servizio di lode ininterrotto offerto a Dio attraverso il ritmo delle ore.

La riforma liturgica post-conciliare ha semplificato e reso più accessibile la struttura delle Ore, riducendone il numero e adattando i testi in modo che potessero essere pregati anche da chi non è religioso o presbitero. La struttura attuale comprende: le Lodi mattutine (Laudes), preghiera dell’alba che consacra a Dio l’inizio della giornata; l’Ora media (Terza, Sesta o Nona a scelta), preghiera di mezzogiorno; i Vespri, la grande preghiera della sera considerata dalla tradizione come la più nobile delle Ore non eucaristiche; la Compieta, la preghiera notturna che affida al Signore il riposo; e l’Ufficio delle letture (ex Mattutino), che può essere pregato a qualsiasi ora del giorno o della notte, con ampi brani della Scrittura e dei Padri della Chiesa.

I Salmi: preghiera di Cristo e della Chiesa

Il cuore della Liturgia delle Ore è il Salterio. I 150 salmi vengono distribuiti nell’arco di quattro settimane e pregati ciclicamente nel corso dell’anno. I Salmi non sono semplici poesie religiose dell’antichità ebraica che si recitano per devozione storica o per rispetto della tradizione: sono – nella lettura cristiana inaugurata dai Padri e portata a compimento da Agostino – la preghiera di Cristo al Padre, e nel Cristo la preghiera della Chiesa.

Agostino, nei suoi Enarrationes in Psalmos, sviluppa con insistenza la triplice chiave interpretativa: il Salmo come parola di Cristo che prega (vox Christi ad Patrem), come parola del Padre che parla al Figlio (vox Patris ad Christum), e come parola di Cristo che parla alla Chiesa o della Chiesa che parla in Cristo (vox Christi ad Ecclesiam vel Ecclesiae in Christo). In questa prospettiva, quando la Chiesa recita il Salmo 22 – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» – non ripete una lamentela storica di Davide: si unisce al grido del Cristo crocifisso, porta dentro di sé il dolore del mondo intero, e lo affida al Padre nella certezza della risurrezione. Quando prega il Salmo 118 («La vostra parola, Signore, è eterna, è stabile nei cieli»), non celebra astrattamente la Scrittura: esprime la propria fedeltà al Dio che rimane fedele anche quando tutto cambia.

Questa lettura cristologica dei Salmi è la chiave per comprendere perché la preghiera dei Salmi non sia mai obsoleta, mai superata, mai da sostituire con testi «più moderni e più accessibili». I Salmi coprono l’intera gamma dell’esperienza umana davanti a Dio: la lode gioiosa e lo smarrimento nel silenzio di Dio, il ringraziamento e la supplica disperata, la fiducia serena e la rabbia contro l’ingiustizia, la contemplazione della creazione e il dolore della persecuzione. Chi prega i Salmi porta dentro di sé, nella propria voce orante, l’intera umanità: chi è malato e chi è in salute, chi è perseguitato e chi è al sicuro, chi è felice e chi è nel lutto. La Liturgia delle Ore è preghiera universale proprio perché il Salterio è voce universale.

Le Lodi e i Vespri come preghiera comunitaria

Tra tutte le Ore, Lodi e Vespri hanno una dignità speciale come «cerniere» della giornata e come preghiera dell’intera comunità, non solo del clero o dei religiosi. Il Concilio ha esplicitamente espresso il desiderio che queste due Ore fossero valorizzate come preghiera comunitaria della parrocchia e del popolo di Dio: «si abbia grande premura che le Ore principali, soprattutto i Vespri, nella domenica e nelle feste solenni, siano celebrate comunitariamente in chiesa con coloro che vi partecipano»¹.

I Vespri domenicali hanno una tradizione secolare come preghiera dell’assemblea la sera del giorno del Signore. Nella tradizione benedettina e nella pratica delle cattedrali medievali, i Vespri cantati erano una delle celebrazioni liturgiche più solenni e più partecipate della settimana, con la presenza di tutto il popolo. La perdita di questa tradizione nella vita parrocchiale moderna è una delle impoverissioni più gravi della vita liturgica delle comunità di lingua latina: comunità che non conoscono i Vespri sono comunità che hanno perso metà della loro vita di preghiera liturgica.

La riproposta dei Vespri domenicali – anche in forma semplificata e adatta alla sensibilità contemporanea, con l’uso della lingua vernacolare e un repertorio di canti accessibili – è uno dei compiti pastorali più urgenti per le parrocchie che vogliono approfondire la propria vita liturgica. Una comunità che celebra insieme l’Eucaristia la mattina e prega insieme i Vespri la sera vive la domenica nella sua pienezza: come il giorno del Signore che abbraccia l’intera giornata, non solo l’ora della Messa. Questa esperienza, dove è stata riproposta con pazienza e continuità, ha prodotto frutti spirituali significativi, specialmente nelle comunità giovanili e nei movimenti ecclesiali.

Le Lodi mattutine, celebrazione dell’alba che consacra a Dio l’inizio della giornata, hanno una teologia propria legata alla luce: è la preghiera di chi, alzandosi, riconosce nel sole nascente il simbolo di Cristo risorto, «l’Oriente dall’alto» (Lc 1,78), e offre a Dio il primo pensiero del giorno prima che le occupazioni quotidiane lo assorbano interamente. La Compieta, preghiera della notte prima del sonno, ha una delicatezza spirituale particolare: nell’affidare a Dio il riposo notturno, la comunità anticipa simbolicamente il sonno della morte e la risurrezione del mattino. Il salmo tradizionalmente associato alla Compieta – il Salmo 91 («Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente») – è una delle preghiere più belle e più commoventi dell’intera tradizione biblica.

Liturgia delle Ore e vita quotidiana

La Liturgia delle Ore ha una funzione specifica e insostituibile nella spiritualità cristiana: quella di santificare il tempo, di ricordare che ogni ora del giorno e della notte appartiene a Dio e può diventare preghiera, di impedire che la vita cristiana si riduca a un appuntamento domenicale settimanale circondato da un deserto di tempo profano. Chi prega le Ore porta con sé nella giornata una struttura orante che impedisce alla vita di scivolare nell’automatismo e nel dimenticare Dio: il mattino è consacrato prima che inizino le preoccupazioni, la sera è offerta dopo che il lavoro è finito, la notte è affidata prima che il sonno vinca.

Per i sacerdoti e i religiosi, la Liturgia delle Ore è il respiro spirituale che alimenta il ministero e previene il rischio di ridurre la vita ecclesiale a pura gestione organizzativa. Un presbitero che non prega le Lodi e i Vespri, che non ha con i Salmi la familiarità che viene solo dalla preghiera quotidiana ripetuta per anni, presiede la liturgia domenicale come un tecnico del rito, non come uno che ha vissuto nella preghiera ciò che è chiamato a presiedere. La Liturgia delle Ore non è un obbligo da adempiere a malincuore: è la scuola di preghiera senza la quale il ministero non ha alimento.

Per i laici, la Liturgia delle Ore è un invito a portare nella quotidianità la logica stessa del Battesimo: essere sacerdoti nel senso del sacerdozio battesimale, offrendo a Dio nella preghiera il tempo e il lavoro di ogni giorno. La forma più accessibile per un laico non è necessariamente la recita integrale del Breviario, ma può essere la preghiera di Lodi e Vespri (anche in forma breve), l’uso del Salterio come base della preghiera personale, o la partecipazione alla celebrazione comunitaria delle Ore dove essa è proposta dalla parrocchia. Anche chi non può pregare tutte le Ore ogni giorno può trovare in alcuni momenti della giornata – al mattino, alla sera, prima del pasto – un’ancora orante che orienta tutto il resto verso Dio.

Note al Capitolo Ottavo

1. Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, nn. 83–84; n. 100.

2. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1174–1178.

3. Agostino, Enarrationes in Psalmos, praef. in Ps. 85 (CCL 39, p. 1176): «ipse enim, qui orat, non semper ipse orat».

4. Regola di san Benedetto, cap. XVI: «ut in omni loco stemus et psallamus Deo nostro».