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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Capitolo Quinto — Ars celebrandi, norma e libertà

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Capitolo Quinto

Ars celebrandi, norma e libertà

Dopo aver messo a fuoco il soggetto celebrante e l’unità interna della Messa, resta un nodo che nella pratica pastorale genera spesso resistenze, incomprensioni e conflitti: il rapporto tra libertà e regola, tra creatività e forma, tra spontaneità e norma. In ambito liturgico questo nodo è inevitabile, perché la liturgia non è un atto privato in cui ciascuno si regola come meglio crede, ma un bene comune della Chiesa, e proprio per questo non può essere trattata come un campo neutro dove ciascuno «ci mette del suo» secondo l’estro, la sensibilità o l’occasione. Il punto di partenza è semplice: se la liturgia è actio Christi nella Chiesa, allora non è disponibile al nostro arbitrio; e se è anche actio Ecclesiae, allora possiede una forma ecclesiale che non nasce dal gusto del momento, ma dalla fede della Chiesa nel tempo.

L’ars celebrandi come sapienza del rito

Per questo la tradizione parla di ars celebrandi. Non è un’espressione estetica, né un invito a fare «belle celebrazioni» in senso mondano o teatrale. È un modo per dire che la celebrazione richiede un’arte, cioè una sapienza concreta del rito: la capacità di servire l’azione liturgica perché sia realmente ciò che deve essere – un atto comune, intelligibile, sobrio, non autoreferenziale.

L’ars celebrandi è anzitutto l’arte del limite: non aggiungere ciò che copre, non accelerare ciò che chiede respiro, non moltiplicare ciò che frammenta. È l’arte di lasciare parlare i testi e i segni della Chiesa, senza sostituirli con la nostra parola. Benedetto XVI ha insistito che l’ars celebrandi è la condizione perché la partecipazione dei fedeli sia realmente actuosa: solo una celebrazione ben condotta permette al popolo di entrare nel mistero senza essere distratto o disorientato¹. Questa sapienza non consiste nel «fare cose difficili», ma nel fare bene l’essenziale con quella fedeltà intelligente che è tutt’altra cosa dalla ripetizione meccanica.

L’ars celebrandi è anche l’arte del tempo: sapere che la liturgia non si risolve nella velocità, perché l’anima non è veloce; sapere che il popolo ha bisogno di pause reali, soprattutto nei punti in cui la Parola deve depositarsi e il dono deve diventare preghiera. È l’arte del corpo: voce, postura, gesti, movimento nello spazio celebrativo; perché il rito è linguaggio corporeo e simbolico, e la fede matura anche attraverso il corpo. È l’arte della discrezione: far emergere il centro senza ostentarlo, essere trasparenti come vetro, non piantare se stessi come schermo tra il mistero e l’assemblea.

Bisogna però evitare un equivoco speculare e altrettanto dannoso: ridurre l’ars celebrandi a rubricismo meccanico, come se celebrare bene fosse soltanto «non sbagliare» le prescrizioni formali. Un rubricismo rigido può produrre celebrazioni formalmente corrette ma interiormente fredde, eseguite con la stessa cura con cui un impiegato compila una pratica burocratica, incapaci di educare perché prive di vita interiore. L’arte non è un controllo ossessivo; è la capacità di servire il mistero con tutto se stessi. Perciò l’ars celebrandi sta tra due precipizi: da un lato l’arbitrio creativo che frammenta il rito e sposta il centro su chi lo «fa»; dall’altro la fissità meccanica che esegue senza comprensione e senza respiro interiore. In entrambi i casi il popolo non viene educato alla preghiera.

La norma come grammatica del bene comune

Le norme liturgiche non esistono per complicare la vita o per irrigidire la comunità in schemi del passato; esistono per evitare arbitri e custodire il bene comune. In liturgia, l’arbitrio è una forma di ingiustizia ecclesiale: mette l’assemblea nella condizione di dipendere dal carattere, dal gusto o dall’umore di chi presiede, invece che dalla forma ricevuta dalla Chiesa. Il popolo di Dio non ha diritto a «una liturgia secondo il celebrante»; ha diritto alla liturgia della Chiesa, quella che i fedeli di tutto il mondo riconoscono come propria.

Qui si vede una distinzione fondamentale: la norma liturgica non è anzitutto un elenco di divieti, una lista di cose proibite da cui guardarsi con timore reverenziale. È prima di tutto una grammatica: rende possibile un atto comune. Come una grammatica non impedisce di parlare ma rende possibile una lingua comune comprensibile a tutti, così la norma rende possibile che l’atto liturgico sia riconoscibile come atto della Chiesa intera, non solo del gruppo locale o del singolo celebrante. Senza grammatica condivisa, ognuno parla un dialetto incomprensibile agli altri; e la comunità non celebra più come Chiesa universale, ma come gruppo autoreferenziale che ha elaborato le proprie usanze.

In più, nella liturgia la forma non è neutra rispetto al contenuto: la forma stessa è parte del contenuto. Cambiare arbitrariamente parole, gesti o strutture del rito non è come risistemare la disposizione di una sala: spesso significa cambiare ciò che si comunica e, di conseguenza, ciò che gradualmente si crede. Qui ritorna la lex orandi – lex credendi: se cambi sistematicamente il modo di pregare, cambi lentamente la fede del popolo. Un’assemblea che non sente mai la parola «sacrificio» nella preghiera eucaristica, perché il celebrante la evita per ragioni ideologiche, crescerà in una comprensione dell’Eucaristia priva di questa dimensione essenziale. Un’assemblea che non prega mai per i defunti nelle intenzioni della Messa, perché «sembra triste», perderà il senso della comunione dei santi.

Sacrosanctum Concilium richiama con chiarezza: «regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa: essa risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo»; e ancora: «nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi aggiungere, togliere o mutare alcunché di propria iniziativa nella liturgia»². Redemptionis sacramentum riprenderà questo principio con forza, parlando di «diritto dei fedeli» a una liturgia che sia quella della Chiesa, non quella costruita dal gusto o dalla creatività di qualcuno³.

La norma come liberazione

C’è anche un aspetto pastorale della norma che spesso viene sottovalutato o addirittura ignorato: la norma, quando è compresa nella sua vera natura, è liberante. Libera il ministro dall’ansia di dover essere sempre originale, inventare ogni domenica qualcosa di nuovo per dimostrare che la celebrazione è viva. Libera l’assemblea dal dover «adattarsi» ogni volta a un nuovo stile, a nuovi testi, a nuovi canti che non conosce. Libera la comunità da conflitti inutili: molte tensioni parrocchiali non nascono da differenze teologiche profonde, ma dal fatto che la liturgia diventa terreno di bandiere identitarie – chi vuole «più tradizione», chi vuole «più creatività», chi vuole «più emozione» – e il celebrante diventa il baricentro intorno a cui tutto ruota. Quando il criterio torna a essere il bene comune e la forma ecclesiale, lo spazio della polemica si restringe: la celebrazione torna al suo centro, che è il mistero di Cristo, e non la personalità di chi presiede.

Non tutte le norme hanno lo stesso peso, e la maturità liturgica consiste anche nel saperlo riconoscere. In liturgia esiste un essenziale inviolabile che non si può manipolare senza ferire la validità o la liceità del sacramento: le parole della forma sacramentale, la struttura fondamentale dei riti, i segni costitutivi stabiliti da Cristo. Esiste poi un ambito di adattamenti legittime, previsti dalla stessa legislazione liturgica, che la Chiesa offre ai vescovi e alle conferenze episcopali per rispondere a necessità culturali e pastorali reali. Esiste infine un ambito ampio di scelte prudenti – canti, silenzi, stile della proclamazione, ordine concreto dei ministeri – che sono vere responsabilità pastorali da esercitare con criterio e discernimento, non con arbitrio.

Creatività buona e creatività narcisistica

La distinzione pastoralmente più utile e più urgente è quella tra creatività buona e creatività narcisistica. La creatività buona è quella che serve i segni e la partecipazione senza spostare il centro, che non chiede di essere notata, che lavora nell’ombra e produce frutti stabili. È sobria, replicabile, anonima nel senso più bello: non porta la firma del singolo ma la forma della Chiesa. È buona creatività: preparare lettori e salmisti con cura e tempo, lavorare sull’acustica e sull’amplificazione perché la Parola arrivi davvero, scegliere canti che l’assemblea possa davvero cantare senza dover essere «istruita» ogni domenica, predisporre silenzi reali nei momenti opportuni, scrivere una preghiera dei fedeli essenziale e pertinente al tempo liturgico, curare la processione dei doni con calma e misura, formare con pazienza i ministranti al servizio e non alla scena, predisporre lo spazio liturgico perché aiuti la preghiera invece di distrarre.

La creatività narcisistica, invece, è quella che chiede di essere notata, che ha bisogno di visibilità per sentirsi realizzata, che nasce non dal servizio ma dal bisogno di lasciare un’impronta personale sulla celebrazione. Si riconosce perché introduce elementi non necessari e non previsti dalle norme; personalizza ciò che la Chiesa ha stabilito come forma comune; moltiplica commenti e «spiegazioni» che interrompono il ritmo, quasi che il popolo fosse incapace di comprendere senza un’assistenza continua; sostituisce testi liturgici con testi propri ritenuti «più belli» o «più adatti»; costruisce celebrazioni-evento irripetibili che funzionano solo grazie al talento o all’energia di qualcuno. Spesso lo fa con buone intenzioni – «coinvolgere», «far capire», «rendere più vicino», «attualizzare» –, ma l’effetto educativo di lungo periodo è problematico: il popolo impara che la liturgia dipende da noi e dal nostro gusto, non dal dono ricevuto dalla Chiesa.

Un criterio pratico che aiuta molto, in parrocchia e nel discernimento personale: ciò che è veramente liturgico può essere vissuto con sobrietà domenica dopo domenica, anno dopo anno, senza dipendere dal «carisma» del singolo e senza alzare continuamente l’asticella dell’effetto per mantenere vivo l’interesse. Una comunità non cresce se deve essere sempre intrattenuta o stupita; cresce se viene educata pazientemente alla stabilità del rito e alla profondità dei segni. Per questo sono spesso più feconde le scelte piccole ma coerenti – una proclamazione curata ogni settimana, un silenzio reale dopo ogni lettura, un canto comune sostenibile da tutti – che non le trovate occasionali, per quanto brillanti.

Note al Capitolo Quinto

1. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 2007, nn. 38–42.

2. Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, nn. 22; 11; 48–50.

3. Congregazione per il Culto Divino, Redemptionis Sacramentum, 2004, nn. 6–12; 18–31; 169–171.