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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Capitolo Secondo — Mistero pasquale e sacramentalità

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Capitolo Secondo

Mistero pasquale e sacramentalità

Se la liturgia è azione di Cristo nella Chiesa, bisogna chiedersi con precisione quale azione, e quale evento la fonda. La tradizione risponde con una formula che riassume il cuore della fede cristiana: il mistero pasquale. Non si tratta semplicemente della «settimana santa» o di una parte dell’anno liturgico, per quanto importante. Mistero pasquale è il nome della salvezza accaduta in Cristo: la sua passione liberamente accettata, la sua morte in croce, la sua risurrezione dal sepolcro, la sua glorificazione alla destra del Padre, il dono dello Spirito Santo alla Chiesa nel giorno di Pentecoste. Il Catechismo lo afferma con chiarezza: «nella liturgia della Chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo mistero pasquale»¹. La Pasqua non è dunque una festa tra le feste, un appuntamento stagionale nel calendario ecclesiale, ma l’evento sorgivo da cui tutte le altre celebrazioni traggono senso e forza. Senza questa chiave, la liturgia rischia di ridursi a un calendario di ricorrenze o a una somma di cerimonie occasionali; con questa chiave, ogni gesto entra in un ordine interno, perché si rapporta all’unico evento che non passa.

Il mistero pasquale come evento permanente

Dire che il mistero pasquale è la chiave unificante della liturgia significa riconoscere qualcosa di paradossale e meraviglioso: un evento accaduto in un preciso momento storico – la morte e la risurrezione di Gesù in Gerusalemme, intorno all’anno 30 d.C. – è capace di raggiungere ogni momento della storia. Come è possibile? La risposta della tradizione è che il mistero pasquale, compiuto «una volta per tutte» (ephápax, He 9,12), partecipa dell’eternità divina e abbraccia quindi tutti i tempi. L’evento della croce e della risurrezione non è «passato» nel senso di concluso e irraggiungibile; è «passato» nel senso del Passaggio, del pascha ebraico: un attraversamento che apre una via, un esodo che non si chiude. Il «passaggio» di Cristo attraverso la morte alla vita è dinamismo permanente che raggiunge la storia concreta delle persone, delle comunità, dei popoli, in ogni luogo e in ogni epoca.

I misteri della vita di Gesù – dalla sua incarnazione alla croce e alla risurrezione, passando per il Battesimo nel Giordano, le tentazioni nel deserto, la Trasfigurazione, l’Ultima Cena – non sono semplici scene del passato da commemorare con rispetto. Sono la «materia» viva che lo Spirito applica a noi nel tempo della Chiesa². Ogni celebrazione liturgica mette in contatto con questi misteri non come con ricordi storici, ma come con eventi vivi: Cristo che battezza oggi, Cristo che perdona oggi, Cristo che si offre oggi, Cristo che guarisce e consacra oggi. La liturgia è, sotto questo aspetto, la modalità con cui la Risurrezione continua a toccare il tempo.

I sacramenti come forma pasquale dell’esistenza

In questa prospettiva, i sette sacramenti appaiono come le modalità concrete con cui l’unico evento pasquale tocca le diverse situazioni dell’esistenza umana. Dire che ogni sacramento è «pasquale» non è un modo generico di parlare, ma una chiave ermeneutica precisa per leggerne la struttura più profonda.

Nel Battesimo, la Pasqua prende la forma di un passaggio radicale: morire e risorgere con Cristo (Rm 6,3–4). Il gesto dell’immersione e dell’emersione non è una lavanda igienica né un semplice rito di ingresso: è l’immagine corporea di un’ontologia nuova. Chi è battezzato non è semplicemente «iscritto alla Chiesa»; è configurato a Cristo nella sua morte e risurrezione, diventa tempio dello Spirito, figlio nel Figlio, membro del suo corpo. Nell’iniziazione cristiana, il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia formano un’unità organica che introduce nella vita divina in modo progressivo e integrale.

Nel sacramento della Riconciliazione, il mistero pasquale si manifesta come ritorno: il passaggio attraverso la «morte» del peccato verso la risurrezione nella grazia del perdono. Il gesto dell’assoluzione non è una procedura burocratica che cancella un debito contabile: è la forma sacramentale con cui il Cristo risorto, attraverso il ministro, riapre una storia che sembrava chiusa, restituisce un futuro a chi ne era privato, ricrea nell’intimo ciò che il peccato aveva spezzato. Per questo la celebrazione del sacramento della Penitenza, quando è compiuta con la cura e la sobrietà che merita, è un atto di guarigione pasquale, non una formalità da sbrigare.

Nell’Unzione degli infermi, la Pasqua si fa presenza di speranza nella fragilità: nella malattia, nella vecchiaia, nella prossimità della morte, il Cristo risorto si fa vicino come colui che ha attraversato la sofferenza e l’ha vinta non eliminandola, ma trasfigurandola. L’olio che unge non è magia terapeutica; è il segno della vicinanza dello Spirito Santo, il Paraclito, colui che si mette accanto nei momenti in cui la vita sembra cedere. Il sacramento orienta il malato non verso la guarigione fisica come fine ultimo, ma verso la Pasqua come orizzonte di senso definitivo: anche la morte, per chi è in Cristo, è un passaggio.

Nel Matrimonio, l’alleanza tra un uomo e una donna viene inserita nella Nuova Alleanza tra Cristo e la Chiesa: il sì degli sposi davanti a Dio e alla comunità diventa segno e partecipazione dell’amore pasquale di Cristo per la sua sposa, amore che passa attraverso la croce e la consegna totale e fedele fino alla fine. La fedeltà coniugale, la fecondità generativa, il perdono vicendevole, la cura nell’anzianità e nella malattia: tutto ciò non è semplicemente «vita normale di coppia», ma forma concreta con cui la Pasqua abita la storia quotidiana di due persone.

Nell’Ordine sacro, il mistero pasquale configura il ministro a Cristo servo e pastore: la sua vita viene consegnata non a una carriera, ma a un servizio; la sua autorità non è potere sopra il popolo, ma «servizio all’altare della verità» (Romano Pontificale). Il presbitero è ordinato perché la Pasqua possa essere annunciata e celebrata nel popolo: è, in senso pieno, un uomo del mistero pasquale.

Nell’Eucaristia, infine, tutto viene continuamente alimentato: in essa la Chiesa celebra il memoriale vivo della Pasqua, riceve il Corpo e il Sangue del Signore, è fatta ciò che riceve. L’Eucaristia non è uno dei sette sacramenti tra gli altri: è il sacramento dei sacramenti, la «fonte e il culmine» a cui tutti gli altri tendono e da cui tutti ricevono vita³. Il Triduo pasquale è vertice e fonte dell’anno liturgico, ma ogni domenica – come «piccola Pasqua settimanale» – rende presente l’unico mistero.

I sacramenti come segni efficaci

I sacramenti sono definiti dal Catechismo come «segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina»⁴. Ogni parola di questa definizione classica merita attenzione. Segni: non realtà magiche o oggetti carichi di potere in senso superstizioso, ma azioni simboliche che parlano al corpo e alla storia in modo comprensibile, coinvolgendo il soggetto in un atto di significato. Efficaci: non meri simboli psicologici che rimandano a un significato puramente interno, ma segni nei quali Cristo stesso opera realmente, cambia realmente qualcosa nell’ordine dell’esistenza del credente. Istituiti da Cristo: radicati nella sua volontà e nella sua azione storica, non invenzione ecclesiale. Affidati alla Chiesa: non gesti privati o spontanei, ma atti ecclesiali che la Chiesa custodisce, celebra, e attraverso cui la Chiesa stessa è continuamente edificata. Il Catechismo può dire che i sacramenti sono «della Chiesa» in un duplice senso: vengono dalla Chiesa e sono per la Chiesa, al punto che «fanno la Chiesa».

«Efficaci» non significa magici né automatici. La loro efficacia non è meccanica né indipendente dal soggetto che li riceve. La tradizione ha distinto tra opus operatum e opus operantis: il sacramento, celebrato secondo l’intenzione della Chiesa, agisce per la forza di Cristo che è in esso (opus operatum), indipendentemente dalla santità personale del ministro; ma i frutti che produce nella persona dipendono anche dalle disposizioni di chi lo riceve (opus operantis). La grazia sacramentale non violenta la libertà: chiama, guarisce, apre. Non è un meccanismo automatico, ma un incontro personale reso possibile da un segno reale e operativo. Per questo la preparazione ai sacramenti non è questione di «corso propedeutico», ma di apertura del cuore al dono che chiede di essere accolto.

Qui il rapporto tra segno e realtà va custodito in equilibrio su due fronti. Da una parte, è necessario evitare ogni riduzione «psicologistica»: il sacramento non è semplicemente un gesto simbolico che aiuta a prendere coscienza di ciò che già si è o si sente; non è un rito di passaggio sociologico o un gesto di auto-affermazione comunitaria. Il segno liturgico non è un segnale che rimanda a un’idea, ma un segno che introduce realmente in una realtà che non si possedeva prima. Dall’altra parte, occorre evitare una concezione meccanicistica, quasi che il sacramento fosse un dispositivo automatico: «basta fare il rito e tutto è garantito». La Chiesa ha sempre mantenuto insieme questi due poli: l’oggettività dell’azione di Cristo nei segni e la libertà del soggetto, chiamato a rispondere nella fede e nell’obbedienza.

Il rito come grammatica comune

In questa prospettiva si comprende anche il ruolo fondamentale del rito. Il rito non è formalità esteriore imposta dall’esterno, né insieme di gesti antiquati da cui liberarsi in nome dell’autenticità. È la grammatica comune che rende possibile l’atto ecclesiale. Come una lingua permette a molti di comprendersi, così il rito permette a persone di generazioni diverse, formazione diversa, sensibilità diverse, in luoghi diversi del mondo, di celebrare lo stesso mistero con segni condivisi. Un gesto che si ripete non è «ripetitivo» in senso banale: è il modo con cui la Chiesa custodisce nel tempo un atto che non è suo, ma di Cristo, e lo trasmette senza alterarlo.

Per questo l’alterazione arbitraria delle formule sacramentali o la manipolazione dei riti non è una semplice questione disciplinare o di gusto: tocca il legame umile e fragile tra il segno e ciò che esso significa. Intervenire sulla formula battesimale, cambiare a piacimento le parole della consacrazione, modificare la struttura dei riti significa esporre il popolo al rischio di non ricevere più ciò che la Chiesa intende donare. La recente Nota Gestis verbisque della Congregazione per la Dottrina della Fede (2021) richiama esplicitamente la cura necessaria di «gesti e parole» nei sacramenti come responsabilità verso la fede dei semplici⁵.

La sacramentalità è, in definitiva, il modo proprio con cui il mistero pasquale abita il tempo della Chiesa. Essa permette di dire che Cristo è veramente presente e operante oggi, e non solo ricordato come un grande maestro del passato. Nei sacramenti, il Risorto ci raggiunge nella concretezza corporea della nostra esistenza: nel corpo che viene immerso nell’acqua, nella mano che si stende per assolvere, nell’olio che unge la fronte e le mani, nelle parole pronunciate sul pane e sul vino. Per questo la vita sacramentale non è un settore tra gli altri della vita cristiana, ma la sua struttura portante: «per i credenti i sacramenti della Nuova Alleanza sono necessari alla salvezza»⁴. Educare alla sacramentalità significa aiutare le persone a riconoscere il legame tra segno e mistero, tra rito e vita, tra celebrazione e trasformazione dell’esistenza. È uno dei compiti più urgenti e più belli della pastorale liturgica.

Note al Capitolo Secondo

1. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1085.

2. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1085; cfr. H. de Lubac, Cattolicismo, Jaca Book, Milano.

3. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 11; Sacrosanctum Concilium, n. 10.

4. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1131; cfr. nn. 1127–1129.

5. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota Gestis verbisque, 23 febbraio 2021.