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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Capitolo Tredicesimo — L’Eucaristia: memoriale, sacrificio e comunione

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Capitolo Tredicesimo

L’Eucaristia: memoriale, sacrificio e comunione

L’Eucaristia è il sacramento dei sacramenti, il «centro di tutta la vita cristiana» come la definisce il Concilio Vaticano II¹. Ogni altra realtà della vita ecclesiale – gli altri sacramenti, la predicazione, le opere di carità, la testimonianza nel mondo – tende verso di essa o da essa emana. Non si tratta di un primato di rango convenzionale, come il più importante di una lista ordinata per importanza: si tratta di un primato strutturale. L’Eucaristia non è uno dei sacramenti: è il sacramento in cui tutti gli altri trovano il loro senso ultimo, il punto in cui la presenza di Cristo raggiunge la sua forma più piena e più reale nella storia.

Eppure, proprio per questa centralità, l’Eucaristia è anche il sacramento più esposto a incomprensioni, riduzioni, ideologizzazioni. È stata ridotta a «cena commemorativa» da chi voleva smorzarne la dimensione sacrificale; è stata assolutizzata come «sacrificio» in modo da perderne la dimensione conviviale e di comunione; è stata privatizzata come «devozione personale» perdendo la dimensione ecclesiale; è stata socializzata come «artefatto comunitario» perdendo la dimensione trascendente e divina. La ricchezza teologica dell’Eucaristia è tale che ogni comprensione parziale ha qualcosa di vero ma diventa distorsiva quando pretende di essere esaustiva. Il compito della teologia e della pastorale liturgica è tenere insieme, senza appiattire né gerarchizzare artificialmente, le dimensioni che la tradizione ha custodito insieme: il memoriale, il sacrificio, la presenza reale, la comunione, la missione.

Il memoriale: non solo ricordo

Il cuore della comprensione eucaristica cristiana è la categoria di memoriale – in greco anamnesis, in ebraico zikkaron. Questa categoria è profondamente radicata nella tradizione biblica di Israele, dove il memoriale della Pasqua non era semplicemente la commemorazione di un evento passato, un’operazione puramente mentale di ricordo storico: era la ri-presentazione efficace dell’evento salvifico, il modo con cui le generazioni successive entravano realmente nell’esodo che aveva liberato i padri dall’Egitto. La notte di Passeach, il capo-famiglia dichiarava ai figli: «questo è ciò che il Signore fece per me quando uscii dall’Egitto» (Es 13,8) – non «per i nostri padri», ma «per me»: perché nel memoriale la distanza temporale è abolita, e l’evento salvifico raggiunge l’assemblea presente.

Gesù, nell’Ultima Cena, ha collocato esplicitamente il suo gesto sul pane e sul calice dentro questa tradizione del memoriale pasquale, e l’ha trasformato dall’interno: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1Cor 11,24.25). Il touto poieite eis tèn emèn anàmnèsin non è un invito a «ricordare Gesù» nel senso psicologico del ricordo sentimentale: è il comando di compiere lo stesso gesto, che diventerà il memoriale della sua Pasqua come la cena ebraica era il memoriale dell’Esodo. Ma con una differenza decisiva: il memoriale eucaristico non ri-presenta un evento passato di liberazione storica; ri-presenta l’evento escatologico della morte e risurrezione del Figlio di Dio, che ha un valore infinito e universale. Per questo il memoriale eucaristico non si esaurisce mai, non diventa mai obsoleto, non può essere sostituito da nulla di equivalente.

Il Concilio di Trento, contro le incomprensioni protestanti che avevano ridotto l’Eucaristia a semplice commemorazione, ha ribadito con forza la dimensione di presenza reale e di sacrificio. Il Concilio Vaticano II ha recuperato e approfondito la categoria di memoriale nella sua ricchezza biblica, mostrando che memoriale, presenza reale e sacrificio non si escludono ma si implicano: è perché l’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo che essa è presenza reale e sacrificio. La preghiera eucaristica in tutte le sue forme – dall’anafora romana alle grandi preghiere eucaristiche orientali – esprime questa unità: il racconto dell’istituzione è inserito in una grande preghiera di lode (berakhah) che rende grazie per tutta la storia della salvezza, e l’anamnesi esplicita l’intenzione della Chiesa: «facendo il memoriale della sua morte e risurrezione, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza».

Il sacrificio: la logica del dono totale

Dire che l’Eucaristia è sacrificio è forse l’affermazione teologica più fraintesa e più contrastata della dottrina cattolica. Nel dibattito della Riforma protestante del XVI secolo, il termine «sacrificio» applicato alla Messa è stato fortemente contestato, con l’argomento che il sacrificio di Cristo è stato compiuto «una volta per tutte» (Eb 9,12) e che qualsiasi aggiunta umana ne diminuirebbe la sufficienza. La risposta cattolica, formulata a Trento e approfondita nella teologia successiva, non contraddiceva questo principio: affermava che la Messa non è un nuovo sacrificio aggiuntivo a quello della Croce, ma la ri-presentazione sacramentale dell’unico sacrificio della Croce. La Messa rende presente il sacrificio di Cristo, non lo ripete.

La Lettera agli Ebrei offre la chiave interpretativa più profonda: Cristo è al tempo stesso il sommo sacerdote e la vittima, colui che offre e colui che viene offerto. Il suo sacrificio si compie nella storia (la Croce) ma ha valore eterno: il Cristo glorioso alla destra del Padre continua a intercedere per noi «vivendo sempre per intercedere in nostro favore» (Eb 7,25). L’Eucaristia è il modo con cui questo sacrificio eterno raggiunge la terra: nella celebrazione eucaristica, il Cristo glorioso rende presente il suo unico sacrificio sotto i segni del pane e del vino, e la Chiesa si unisce a questa offerta, portando se stessa sull’altare insieme ai doni che rappresentano la vita del mondo.

Questa comprensione ha conseguenze dirette per la celebrazione. Il sacerdote che presiede l’Eucaristia «non offre un sacrificio proprio»: agisce in persona Christi, come strumento e segno trasparente di Cristo che offre. Per questo la Messa non è la «Messa del parroco» o del vescovo: è la Messa di Cristo, nella quale il ministro ordinato è servitore e non protagonista. Per questo anche le formule e i gesti non sono disponibili all’arbitrio del celebrante: appartengono all’azione di Cristo che si compie attraverso di lui.

La presenza reale: densità di un mistero

La dottrina della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia – sintetizzata nel termine transustanziazione introdotto dalla teologia medievale e definito dogmaticamente dal Concilio di Trento – afferma che nelle specie eucaristiche consacrate è presente in modo reale, vero e sostanziale il corpo e il sangue di Cristo, insieme alla sua anima e alla sua divinità. Non si tratta di una presenza metaforica o simbolica nel senso riduttivo del termine: è una presenza reale che non dipende dalla fede soggettiva di chi la contempla, né dall’intensità emotiva del momento.

Tuttavia, la categoria di «transustanziazione» non esaurisce il mistero e non pretende di spiegarlo: indica che cosa avviene (una trasformazione reale della sostanza del pane e del vino), non come avvenga (il modo rimane mistero). I grandi teologi della tradizione – da Bonaventura a Tommaso d’Aquino, da Lutero (che, pur rifiutando il termine «transustanziazione», manteneva la dottrina della presenza reale nel concetto di «consubstanziazione») fino ai teologi contemporanei che hanno proposto integrazioni come «transfinalizzazione» o «transignificazione» – si sono misurati con un mistero che eccede qualsiasi categoria concettuale adeguata.

Per la vita liturgica, la dottrina della presenza reale ha conseguenze immediate e concrete: il tabernacolo che custodisce le specie eucaristiche è un luogo di presenza reale di Cristo, degno di rispetto e di adorazione; la genuflessione davanti al tabernacolo è un atto di fede nella presenza reale, non una convenzione cerimoniale; l’adorazione eucaristica fuori dalla Messa – il culto a Cristo presente nell’Eucaristia custodita nel tabernacolo o esposta nell’ostensorio – è un prolungamento e un approfondimento della celebrazione eucaristica, non una pratica parallela o alternativa. La cura della custodia e dell’esposizione dell’Eucaristia nella tradizione cattolica – i tabernacoli preziosi, le lampade votive, le esposizioni solenni, i congressi eucaristici – è l’espressione di una fede viva nella presenza di Colui che «ha voluto restare con noi».

La comunione: diventare ciò che si riceve

La comunione eucaristica non è semplicemente il «momento in cui si va a prendere l’ostia»: è la forma più alta e più concreta di partecipazione all’azione sacrificale di Cristo. Ricevere il Corpo di Cristo significa essere incorporati nell’offerta di Cristo al Padre, essere trasformati in ciò che si mangia. Agostino, nel celebre passo delle Confessioni, descrive questa logica rovesciata rispetto al cibo ordinario: «non tu mi trasformerai in te come il cibo della tua carne, ma tu ti trasformerai in me»². Il cibo ordinario viene assimilato da chi lo mangia e diventa parte di lui; il Corpo di Cristo assimila chi lo riceve e lo trasforma in lui.

La teologia patristica del IV e V secolo ha insistito sul legame inestricabile tra la comunione eucaristica e la comunione ecclesiale. Agostino, commentando il racconto dell’istituzione in Giovanni 6, sottolinea che quando il sacerdote dice «il Corpo di Cristo» e il fedele risponde «Amen», questo «Amen» è la confessione di fede dell’intera assemblea nella propria identità di corpo di Cristo: «Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra. Se dunque voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero. Ricevete il vostro mistero»³. Non si riceve l’Eucaristia in modo individualistico: si riceve come membro del corpo ecclesiale, in un atto che esprime e al tempo stesso costruisce la comunione fra tutti i membri.

Per questo la disposizione con cui ci si accosta alla comunione non è irrilevante: non come condizione perché la presenza di Cristo «funzioni» (la presenza reale non dipende dalle disposizioni del ricevente), ma come apertura al dono che si riceve. Il digiuno eucaristico, il raccoglimento nella processione di comunione, l’«Amen» pronunciato con consapevolezza, il momento di silenzio e di preghiera dopo aver ricevuto: sono forme con cui la Chiesa educa il fedele a ricevere consapevolmente ciò che gli viene donato. La comunione ricevuta distrattamente o frettolosamente è comunione reale ma non produce i frutti che produrrebbe se fosse accolta con fede e amore.

L’Eucaristia e la missione

L’Eucaristia non si esaurisce nello spazio liturgico: si prolunga e si compie nella missione. Le ultime parole della Messa – Ite, missa est (da cui il termine «Messa») – sono state interpretate dalla tradizione non solo come congedamento formale ma come invio missionario: «Andate, la Messa è compiuta» nel senso di «Andate a portare nel mondo ciò che avete celebrato». Il Sinodo dei vescovi del 2005, che ha prodotto l’esortazione apostolica Sacramentum caritatis, ha sottolineato con forza questo nesso tra Eucaristia e missione: chi ha incontrato il Cristo eucaristico è inviato a essere presenza di Christ nella storia, a portare nella vita quotidiana la logica del dono e del servizio che si è celebrata sull’altare.

Il termine liturgia – come si è visto nel primo capitolo – significa «opera pubblica», servizio per il bene comune. L’Eucaristia è la più alta forma di questa «opera pubblica»: non nel senso che sia un servizio sociale o una forma di impegno civico, ma nel senso che è l’atto in cui la Chiesa si costituisce come corpo per il mondo, come comunità che offre se stessa insieme a Cristo per la salvezza di tutti. Il fedele che esce dalla Messa domenicale porta con sé non solo un’esperienza religiosa soggettiva, ma la forza dello Spirito ricevuto, la memoria della Pasqua celebrata, l’impegno di essere «pane spezzato» per i fratelli così come ha ricevuto il Pane spezzato per sé.

Note al Capitolo Tredicesimo

1. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 11; Presbyterorum ordinis, n. 5.

2. Agostino di Ippona, Confessioni, VII,10,16 (CCL 27, p. 103).

3. Agostino di Ippona, Sermo 272 (PL 38, 1247).

4. Concilio di Trento, Sessio XIII, Decretum de SS. Eucharistia (DS 1635–1661).

5. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 2007, nn. 11–22 (sul mistero eucaristico).

6. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, qq. 73–83 (sulla teologia dell’Eucaristia).