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LITURGIA · DON MARCELLO SERIO

Capitolo Decimo — La musica sacra: voce del popolo e preghiera della Chiesa

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Capitolo Decimo

La musica sacra: voce del popolo e preghiera della Chiesa

La musica occupa nella liturgia un posto del tutto singolare, che non ha equivalenti nelle altre arti. L’immagine dipinta si guarda, la statua si ammira, l’architettura si abita: ma la musica si fa, insieme, come corpo. Il canto liturgico non è musica eseguita per il popolo: è, nella sua forma propria, musica cantata dal popolo, anche quando il coro prende il ruolo guida e di proposta. Per questo Sacrosanctum Concilium afferma che «la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente si unirà all’azione liturgica», e che il canto sacro è «parte necessaria ed integrante della liturgia solenne»¹. Non è un optional, né una forma di arricchimento estetico: è parte costitutiva della celebrazione.

La tradizione cristiana ha elaborato, nel corso di venti secoli, un patrimonio musicale di valore inestimabile: dal canto dei Salmi nella prima comunità di Gerusalemme, agli inni di Ambrogio di Milano nel IV secolo, al canto gregoriano codificato tra il VI e il IX secolo, alla polifonia rinascimentale di Palestrina e Victoria, alle grandi Messe di Bach e Mozart, fino alla produzione liturgica del Novecento e del periodo post-conciliare. Questo patrimonio non è un peso da portare, né un museo da conservare a qualsiasi costo: è una risorsa viva, dalla quale attingere con discernimento, e un modello a partire dal quale comprendere che cosa la musica deve essere nella liturgia.

Il canto gregoriano: patrimonio e modello

Il canto gregoriano – il corpus di canti monodici latini sviluppatosi principalmente tra il VI e il IX secolo e fissato nella sua forma classica nei libri liturgici romani – occupa nella tradizione cattolica una posizione di riferimento che Sacrosanctum Concilium esplicita in modo diretto: «la Chiesa riconosce nel canto gregoriano il canto proprio della liturgia romana: pertanto nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale»¹. Questa affermazione non è semplice nostalgia antiquaria né privilegio arbitrario accordato a una forma musicale storica: risponde a ragioni teologiche ed estetiche precise.

Il gregoriano è un linguaggio musicale nato dalla liturgia e per la liturgia: ogni frase melodica è modellata sulla struttura e sul significato del testo latino, il ritmo nasce dall’accento della parola e non da uno schema metrico astratto, la modalità crea un’atmosfera sonora che non vuole mai distogliere l’attenzione dalla parola ma portarla verso il mistero che la parola enuncia. Il gregoriano non vuole essere «bello» in senso mondano: vuole essere trasparente, come il vetro di una finestra che non si nota perché lascia passare la luce. Per questo, dove è cantato con autenticità e competenza, crea un’atmosfera di raccoglimento e di preghiera difficilmente ottenibile con altri mezzi.

La competenza richiesta per cantare bene il gregoriano non è trascurabile: richiede una formazione seria, una familiarità con le scale modali, una comprensione del latino almeno di base, un approccio alla voce che privilegia la trasparenza timbrica rispetto alla potenza. Per questo non è accessibile a tutti senza preparazione, e imporre il gregoriano in comunità non preparate produce l’effetto opposto a quello voluto: non raccoglimento ma frustrazione, non partecipazione ma esclusione. La saggezza pastorale suggerisce di introdurlo gradualmente, privilegiando le parti più semplici (il Kyrie, il Sanctus, l’Agnus Dei in forme elementari), e di costruire nel tempo una competenza reale piuttosto che imporne l’uso formale senza preparazione adeguata.

La polifonia sacra

La polifonia sacra – la musica a più voci sviluppatasi soprattutto tra il XIV e il XVII secolo, con i grandi maestri Josquin Des Prés, Orlando di Lasso, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Tomás Luis de Victoria e molti altri – rappresenta un altro vertice assoluto dell’espressione musicale liturgica cristiana. Sacrosanctum Concilium ne riconosce il valore e la legittimità, pur precisando che deve essere «conforme allo spirito dell’azione liturgica» e non ridursi a pura esibizione concertistica davanti a un pubblico di spettatori passivi.

La grande polifonia sacra – e in misura diversa anche le Messe di Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Verdi e Fauré – è preghiera in forma musicale elaborata, che richiede esecutori competenti e preparati, e che non è accessibile alla partecipazione vocale dell’assemblea. Questo la rende utilizzabile in liturgia solo in specifici momenti e in modo non sostitutivo: può arricchire la celebrazione nei momenti in cui non è prevista la risposta vocale dell’assemblea (l’offertorio, la comunione, i momenti di silenzio musicato), ma non può sostituire le parti strutturalmente partecipative (le acclamazioni, il Sanctus, il Pater noster, le risposte alle orazioni). Quando questi confini sono rispettati, la polifonia e la grande musica corale sacra elevano la celebrazione verso il mistero in modo che altre forme non possono raggiungere.

La musica liturgica contemporanea e i criteri di discernimento

La musica liturgica contemporanea si presenta in forme assai eterogenee, che non possono essere valutate con un giudizio unico né positivo né negativo. Dai canti del movimento liturgico post-conciliare – Jacques Gelineau per i salmi responsoriali, Lucien Deiss, il repertorio di Taizé – alla produzione italiana del Rinnovamento nello Spirito e della comunità di Sant’Egidio; dai canti tradizionali riscoperti e proposti con nuovi arrangiamenti alle produzioni più commerciali del «mercato» devozionale religioso: lo spettro è vastissimo, e il discernimento richiede criteri precisi invece di reazioni emotive.

Sacrosanctum Concilium propone due criteri fondamentali che rimangono validi: la santità (il testo e la musica devono esprimere la fede della Chiesa in modo autentico, senza banalizzare né distorcere né ridurre la preghiera a sentimento) e la forma artistica (la musica deve essere esteticamente dignitosa, capace di reggere il peso del mistero che intende esprimere, non tecnicamente sciatta né esteticamente banale)¹. Un terzo criterio, ugualmente fondamentale nella pratica pastorale, è la cantabilità comunitaria: il canto liturgico non è un brano da eseguire in bella mostra, ma un testo da pregare insieme. Un canto che solo il coro può eseguire, per difficoltà tecnica o per struttura musicale involuta, non è canto liturgico nel senso pieno: è musica sacra da concerto, che ha il suo luogo proprio fuori dal rito o in momenti del rito specificamente dedicati all’esecuzione.

Un quarto criterio, spesso trascurato nella pratica, è la pertinenza liturgica: il canto deve essere adatto al momento liturgico specifico in cui viene inserito, non semplicemente bello in assoluto. L’acclamazione all’Alleluia ha una funzione precisa di risposta gioiosa alla Parola e non è intercambiabile con un canto meditativo; il canto di comunione deve favorire la processione e la preghiera interiore, non trasformarsi in un’esibizione corale che distrae dall’atto di ricevere il Corpo di Cristo; il canto di ingresso deve aprire la celebrazione e raccogliere l’assemblea attorno al mistero che sta per essere celebrato, non essere un’esibizione autoreferenziale del gruppo musicale che mostra le sue ultime acquisizioni.

Un criterio ulteriore, che emerge con forza dalla prassi e che i documenti più recenti sottolineano, è la stabilità del repertorio. Un’assemblea che ogni domenica trova canti nuovi che non conosce, che deve essere ogni volta guidata verso testi e melodie ignoti, che non ha un repertorio comune memorizzato e interiorizzato, non canta: segue. La differenza tra cantare e seguire non è di intensità, ma di partecipazione: chi canta prende parte all’azione liturgica con la propria voce; chi segue rimane spettatore di un’esecuzione altrui. La costruzione paziente di un repertorio di base limitato ma solido – canti che l’assemblea impara gradualmente, che tornano nelle stagioni liturgiche, che diventano parte della sua memoria collettiva – è uno degli investimenti più fecondi che una comunità possa fare per la qualità della propria vita liturgica.

Strumenti musicali e spazio sonoro

L’organo ha una posizione privilegiata nella tradizione liturgica latina: Sacrosanctum Concilium lo designa come «lo strumento musicale tradizionale della Chiesa latina», la cui «armonia ammirabile contribuisce in modo straordinario ad accrescere la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche e a elevare potentemente gli animi verso Dio e il cielo»¹. L’organo non è semplicemente lo strumento «storicamente presente» nelle chiese: è uno strumento con caratteristiche musicali peculiari – la pienezza sonora, la capacità di sostenere il canto senza coprirlo, la dinamica che può accompagnare dal sussurro alla grandiosità – che lo rendono funzionalmente adatto alla liturgia in modo che gli strumenti a percussione o elettronici difficilmente replicano.

Sacrosanctum Concilium apre comunque all’uso di altri strumenti musicali nella liturgia, a condizione che «siano adatti o possano essere adatti all’uso sacro, si accordino con la dignità del luogo e contribuiscano davvero all’edificazione dei fedeli»¹. Questo lascia spazio all’uso della chitarra, del pianoforte, dei flauti, degli strumenti orchestrali nelle celebrazioni ordinarie, purché il criterio non sia la moda del momento o la preferenza del gruppo musicale, ma la funzione liturgica del suono: accompagnare il canto, sostenere la preghiera, creare un’atmosfera di raccoglimento o di gioia secondo il momento liturgico.

Un avvertimento pratico che emerge dall’esperienza pastorale: la qualità dell’impianto di amplificazione ha un impatto enorme sulla qualità della celebrazione, spesso sottovalutato. Un microfono che produce feedback, un altoparlante che distorce le voci, un impianto che copre la voce dell’assemblea invece di sostenerla, possono rendere inutile qualsiasi cura dei segni liturgici. Investire nella qualità tecnica dello spazio sonoro è un atto di carità verso l’assemblea, che ha diritto a sentire e a farsi sentire.

Note al Capitolo Decimo

1. Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, nn. 112–121; 116.

2. Congregazione per il Culto Divino, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967.

3. Conferenza Episcopale Italiana, Nota pastorale La musica nella liturgia, 1993.