Omelia per la XXX Domenica
del Tempo Ordinario
25 ottobre 2026 | Anno A
Tema
«Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,40)
Carissimi fratelli e sorelle,
vi sono pagine della Sacra Scrittura nelle quali sembra concentrarsi, con straordinaria densità, l'intera rivelazione divina. Sono pagine che non si limitano a impartire un insegnamento morale, ma ci conducono al cuore stesso del mistero di Dio e, contemporaneamente, al significato più profondo della nostra esistenza. Il Vangelo che abbiamo ascoltato appartiene certamente a queste pagine.
Un dottore della Legge si avvicina a Gesù e gli rivolge una domanda apparentemente semplice: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (Mt 22,36). Ma dietro questa domanda si nasconde una questione decisiva, che attraversa tutta la storia religiosa d'Israele: quale principio conferisce unità alla molteplicità dei precetti? Qual è il centro dal quale tutto deriva e al quale tutto deve ritornare?
La tradizione rabbinica conosceva una ricca riflessione sui comandamenti, sulle loro distinzioni e sulla loro importanza. Non si trattava necessariamente di una sterile casistica: era, nella sua intenzione più alta, il tentativo di comprendere come ogni dimensione dell'esistenza potesse essere ordinata alla volontà di Dio. E tuttavia, come spesso accade nella vita religiosa, il rischio era quello di smarrire il principio fondamentale nella molteplicità delle prescrizioni.
Gesù risponde richiamando due passi della Torah. Il primo appartiene al Deuteronomio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (cfr. Dt 6,5). Il secondo proviene dal Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18).
Non siamo dunque dinanzi all'abolizione dell'antica Legge, ma alla manifestazione della sua più profonda verità. Cristo non contrappone il Vangelo alla rivelazione ricevuta da Israele; egli ne manifesta la pienezza, secondo quanto aveva già proclamato nel discorso della montagna: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
La novità evangelica consiste soprattutto nel modo in cui questi due comandamenti vengono congiunti. L'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo non sono due doveri indipendenti, quasi che il primo riguardasse esclusivamente la religione e il secondo soltanto la convivenza umana. Essi costituiscono due dimensioni inseparabili di un'unica risposta alla grazia divina.
Sant'Agostino, nel De doctrina christiana, insegna che tutta l'interpretazione della Scrittura deve essere ordinata alla carità: chi crede di aver compreso le Scritture, ma dalla loro comprensione non ricava l'amore di Dio e del prossimo, non ne ha ancora penetrato il significato autentico (I, 35-36).
È un principio ermeneutico di immensa importanza. La Sacra Scrittura non ci è stata consegnata per alimentare una conoscenza orgogliosa, ma per trasformare la nostra vita. Possiamo conoscere i testi sacri, approfondire le lingue bibliche, discutere sottilmente di teologia, e tuttavia rimanere lontani dal loro centro, se quella conoscenza non diventa carità.
Non a caso san Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, afferma che anche una conoscenza straordinaria dei misteri divini, se priva della carità, non giova alla salvezza (cfr. 1Cor 13,1-3).
Ma dobbiamo comprendere bene che cosa significhi amare.
Nel linguaggio contemporaneo l'amore viene frequentemente identificato con il sentimento, con l'emozione, con un'inclinazione spontanea dell'animo. La Scrittura, invece, ci presenta una realtà infinitamente più esigente. L'amore biblico coinvolge tutta la persona: la sua intelligenza, la sua volontà, la sua libertà, le sue decisioni e le sue opere.
Quando il Deuteronomio comanda di amare Dio con tutto il cuore, non si riferisce soltanto alla sfera affettiva. Nell'antropologia biblica il cuore è il centro interiore della persona, il luogo delle decisioni, della memoria, del discernimento e della volontà.
Amare Dio con tutto il cuore significa, pertanto, riconoscerlo come il principio ordinatore della propria esistenza. Significa non riservargli uno spazio marginale, ma permettere che la sua presenza illumini ogni scelta.
San Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae, insegna che la carità è una forma di amicizia dell'uomo con Dio, fondata sulla comunicazione della beatitudine divina (II-II, q. 23, a. 1). Questa definizione ci introduce in una prospettiva sorprendente: il cristiano non è semplicemente un suddito chiamato a obbedire a un legislatore, ma una creatura elevata dalla grazia a una relazione di amicizia con il suo Creatore.
L'amore comandato da Cristo, dunque, non nasce anzitutto dallo sforzo umano. Nasce dall'iniziativa divina. È Dio che per primo ci ha amati, come ricorda san Giovanni: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).
La carità cristiana non è il tentativo dell'uomo di conquistare Dio attraverso le proprie opere; è la risposta dell'uomo a un amore che lo precede, lo cerca e lo salva.
Ed è precisamente qui che la prima lettura, tratta dal libro dell'Esodo, rivela tutta la sua straordinaria profondità.
Abbiamo ascoltato parole severe: il forestiero non deve essere oppresso, la vedova e l'orfano non devono essere maltrattati, il povero non deve essere sfruttato attraverso il prestito, e perfino il mantello ricevuto in pegno deve essere restituito prima della notte.
Potremmo domandarci perché il Signore, nel contesto solenne dell'alleanza, si preoccupi di questioni apparentemente così quotidiane.
La risposta è fondamentale: perché il Dio della Bibbia non è indifferente alla condizione concreta dell'uomo.
Il Signore che ha liberato Israele dalla schiavitù d'Egitto esige che il suo popolo non riproduca, nei confronti dei più deboli, le medesime forme di oppressione dalle quali è stato liberato.
«Voi siete stati forestieri in terra d'Egitto» (Es 22,20): questa memoria diventa il fondamento di un obbligo morale. Chi ha conosciuto la misericordia deve diventare misericordioso; chi è stato liberato non può trasformarsi in oppressore.
La rivelazione biblica stabilisce così un legame indissolubile tra memoria della salvezza e responsabilità verso il prossimo.
Particolarmente commovente è il riferimento al mantello del povero. Per un uomo privo di mezzi, quel mantello non era soltanto un indumento: era la protezione necessaria contro il freddo della notte. La Legge prescrive di restituirlo prima del tramonto, perché nessun diritto economico può cancellare le esigenze fondamentali della dignità umana.
Dio stesso spiega la ragione di questa prescrizione: «Io sono pietoso» (Es 22,26).
Ecco il fondamento ultimo dell'etica biblica: l'uomo deve agire con misericordia perché Dio è misericordioso.
La giustizia richiesta dalla Scrittura non è un principio astratto, ma la traduzione storica della santità divina.
Questa verità raggiunge la sua pienezza nell'insegnamento di Cristo. Egli non si limita a proclamare l'amore del prossimo, ma identifica misteriosamente se stesso con coloro che soffrono: «L'avete fatto a me» (Mt 25,40).
In questa prospettiva, il povero non è soltanto il destinatario della nostra generosità. Egli diventa il luogo nel quale siamo chiamati a riconoscere la presenza del Signore.
San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie sul Vangelo di Matteo, ammonisce con particolare vigore i cristiani che desiderano onorare Cristo negli edifici sacri, ma trascurano Cristo presente nei poveri. Nell'Omelia 50, dedicata al capitolo venticinquesimo di Matteo, il grande Padre antiocheno insiste sulla necessità di non separare l'onore reso al corpo eucaristico del Signore dalla cura verso le sue membra sofferenti.
È un insegnamento che conserva intatta la sua forza.
Non possiamo professare un amore sincero verso Dio e rimanere volontariamente insensibili davanti alla sofferenza del fratello. Non possiamo inginocchiarci davanti al tabernacolo e poi disprezzare la dignità di coloro che incontriamo nella vita quotidiana.
Questo non significa ridurre il cristianesimo a una semplice filantropia. Sarebbe un errore altrettanto grave.
La carità cristiana non è una generica benevolenza umanitaria. Essa nasce dalla comunione con Cristo e tende a ricondurre ogni uomo alla verità del suo destino eterno. Per questo comprende l'aiuto materiale, ma anche il perdono, la correzione fraterna, la testimonianza della verità, la preghiera e l'annuncio della salvezza.
Benedetto XVI, nell'enciclica Deus caritas est, ricorda che l'amore di Dio e l'amore del prossimo sono inseparabili e che la carità appartiene alla natura stessa della Chiesa, insieme all'annuncio della Parola e alla celebrazione dei sacramenti (nn. 16-18; 25).
La Chiesa, dunque, tradirebbe la propria missione se rinunciasse alla verità della fede; ma la tradirebbe ugualmente se annunciasse quella verità senza renderla visibile attraverso la misericordia.
La seconda lettura, tratta dalla Prima lettera ai Tessalonicesi, ci offre una testimonianza concreta di questa unità tra fede e vita.
San Paolo si rivolge a una comunità giovane, nata dall'annuncio apostolico in un ambiente segnato dal paganesimo e dalle difficoltà. Egli loda i cristiani di Tessalonica perché hanno accolto la Parola «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1Ts 1,6).
È una formulazione particolarmente significativa. La gioia cristiana non viene presentata come assenza di tribolazioni, ma come frutto dello Spirito che sostiene il credente anche nella prova.
L'Apostolo ricorda inoltre che quei cristiani si sono convertiti dagli idoli «per servire il Dio vivo e vero» (1Ts 1,9).
La conversione, pertanto, non consiste semplicemente nell'abbandono di alcune pratiche religiose, ma in un mutamento radicale dell'orientamento dell'esistenza.
Gli idoli non appartengono soltanto al mondo antico.
Ogni volta che una realtà creata viene elevata al rango di valore assoluto, essa rischia di diventare un idolo. Possono diventarlo il denaro, il prestigio, il potere, il successo, il piacere, perfino la propria immagine o la pretesa di bastare a se stessi.
Sant'Agostino ha espresso con singolare profondità questa condizione del cuore umano nelle Confessiones: «Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (I, 1, 1).
Il cuore umano è inquieto perché è stato creato per l'infinito. Nessuna realtà finita può colmare definitivamente il desiderio di verità, di bene e di felicità che lo abita.
Quando Gesù ci comanda di amare Dio con tutto il cuore, non ci impone dunque un peso estraneo alla nostra natura, ma ci indica il compimento della nostra vocazione più profonda.
Siamo stati creati per amare Dio, e soltanto nell'amore di Dio impariamo ad amare rettamente noi stessi e gli altri.
Occorre tuttavia evitare un ulteriore equivoco. Il comandamento dell'amore non elimina gli altri comandamenti, come se bastasse dichiarare di amare per rendere irrilevante ogni esigenza morale.
Cristo afferma che dalla carità dipendono la Legge e i Profeti. Non dice che la Legge e i Profeti diventino inutili.
San Tommaso insegna che la carità è la forma delle virtù (Summa Theologiae, II-II, q. 23, a. 8), perché orienta gli atti virtuosi al loro fine ultimo, che è Dio.
La carità non sostituisce la giustizia, ma la perfeziona. Non annulla la verità, ma ci insegna a servirla senza arroganza. Non dispensa dalla fedeltà, ma la rende interiormente feconda. Non abolisce i doveri, ma li trasfigura, liberandoli dalla sterile logica del puro adempimento.
Per questo san Paolo può affermare: «Pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,10).
Una vita cristiana autentica non può essere costruita né su un legalismo senza amore né su un sentimentalismo senza verità.
Il legalismo riduce la religione all'osservanza esteriore; il sentimentalismo riduce l'amore a un'emozione mutevole. Il Vangelo supera entrambi, perché ci chiede un amore radicato nella verità e una fedeltà animata dalla grazia.
Fratelli e sorelle, questa parola ci interpella oggi con particolare urgenza.
Viviamo in un tempo nel quale le possibilità di comunicazione si sono moltiplicate, ma non sempre è cresciuta la capacità di incontrarsi realmente. Possiamo conoscere in pochi istanti le sofferenze di popoli lontani e, nello stesso tempo, ignorare la solitudine di chi abita accanto a noi.
Possiamo pronunciare grandi discorsi sulla dignità dell'uomo e poi dimenticare il malato, l'anziano, il povero, il bambino fragile, la persona che non ha voce.
Possiamo perfino difendere con passione le verità della fede e dimenticare che la loro testimonianza più convincente è una vita trasformata dalla carità.
Il Vangelo ci invita oggi a esaminare non soltanto ciò che diciamo di credere, ma ciò che realmente amiamo.
Perché, in definitiva, la nostra vita prende la forma di ciò che amiamo.
Se amiamo soprattutto noi stessi, tutto finisce per diventare strumento del nostro interesse. Se amiamo il potere, gli altri diventano concorrenti o subordinati. Se amiamo il denaro come fine ultimo, la dignità umana rischia di essere misurata secondo criteri economici.
Ma se amiamo Dio sopra ogni cosa, allora anche il nostro rapporto con le realtà terrene viene purificato e ordinato.
Sant'Agostino, nel De civitate Dei, distingue le due città attraverso due amori fondamentali: l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio e l'amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé inteso come rifiuto dell'orgogliosa autosufficienza (XIV, 28).
Non è una contrapposizione tra il valore della persona e la gloria divina. Al contrario, è la rivelazione che l'uomo ritrova la propria autentica grandezza quando cessa di considerarsi il centro assoluto dell'universo.
La santità non consiste nell'annullamento della persona, ma nel suo compimento attraverso la comunione con Dio.
E qui il nostro sguardo deve finalmente rivolgersi alla croce.
Il comandamento dell'amore, proclamato oggi da Gesù, non rimane una dottrina astratta. Sul Calvario esso diventa visibile.
Cristo ama il Padre con perfetta obbedienza e ama gli uomini fino al dono totale di se stesso. Nella croce, l'amore verticale verso Dio e quello orizzontale verso l'umanità si incontrano nell'unico sacrificio redentore del Figlio.
Come insegna san Paolo, Cristo «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
La croce ci rivela che la misura dell'amore cristiano non è semplicemente l'intensità del sentimento, ma la disponibilità al dono di sé.
E tuttavia questo dono non è possibile con le sole forze umane. Abbiamo bisogno della grazia, perché il nostro cuore, ferito dal peccato, tende continuamente a ripiegarsi su se stesso.
Per questo l'Eucaristia che celebriamo è inseparabile dal Vangelo che abbiamo ascoltato.
Noi ci accostiamo all'altare non soltanto per ricordare l'amore di Cristo, ma per ricevere sacramentalmente colui che è la sorgente della carità.
Nell'Eucaristia il Signore ci dona se stesso affinché impariamo a donarci. Ci nutre del suo Corpo affinché diventiamo sempre più consapevoli di essere membra del suo Corpo, che è la Chiesa. Ci unisce a sé affinché nessuno dei fratelli rimanga estraneo al nostro amore.
La comunione sacramentale domanda di diventare comunione vissuta.
Quando usciremo da questa chiesa, il Signore non ci chiederà anzitutto se abbiamo saputo formulare una definizione raffinata dell'amore. Ci chiederà se abbiamo cominciato ad amare veramente.
Se abbiamo perdonato chi ci aveva offeso. Se abbiamo soccorso chi era nel bisogno. Se abbiamo custodito la fedeltà nelle nostre responsabilità. Se abbiamo avuto il coraggio di difendere la verità senza umiliare le persone. Se abbiamo saputo riconoscere, dietro il volto talvolta scomodo del prossimo, la dignità di un figlio di Dio.
Il comandamento che oggi abbiamo ascoltato è grande non perché sia facile, ma perché contiene l'intera grandezza della vocazione cristiana.
Chiediamo allora al Signore di liberarci da una fede ridotta all'abitudine, da una religiosità priva di misericordia e da una carità che dimentichi la verità.
Chiediamogli un cuore capace di adorarlo senza riserve e di riconoscerlo nei fratelli.
E facciamo nostra la preghiera che la Chiesa pone oggi sulle nostre labbra nella colletta: che Dio accresca in noi la fede, la speranza e la carità e ci conceda di amare ciò che egli comanda.
Perché soltanto quando il comandamento diventa amore, l'obbedienza diventa libertà; soltanto quando la verità si traduce in carità, la fede diventa testimonianza; e soltanto quando Dio occupa il primo posto nel nostro cuore, ogni altra cosa ritrova il suo giusto posto.
Amen.
Riferimenti biblici, patristici e magisteriali
Per conservare il rigore delle citazioni, i riferimenti patristici sono stati utilizzati prevalentemente in forma di parafrasi dottrinale, con indicazione delle opere e dei luoghi testuali, distinguendoli dalle citazioni bibliche dirette.
Agostino d'Ippona, De doctrina christiana, I, 35-36: la carità quale fine dell'interpretazione delle Scritture.
Agostino d'Ippona, Confessiones, I, 1, 1: l'inquietudine del cuore umano e il suo riposo in Dio.
Agostino d'Ippona, De civitate Dei, XIV, 28: i due amori che fondano le due città.
Giovanni Crisostomo, Homiliae in Matthaeum, 50, 3-4 (PG 58): l'onore dovuto a Cristo e l'assistenza ai poveri.
Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 23, aa. 1 e 8: la carità come amicizia con Dio e forma delle virtù.
Benedetto XVI, lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, nn. 16-18 e 25: unità dell'amore di Dio e del prossimo e natura ecclesiale della carità.
Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1822-1829: la virtù teologale della carità.