XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO · ANNO A
Domenica 20 settembre 2026
Is 55,6-9 · Sal 144 (145) · Fil 1,20c-24.27a · Mt 20,1-16
OMELIA
Il denaro della vigna
Carissimi fratelli e sorelle, la liturgia di questa domenica si apre con una parola che il Signore pronuncia in prima persona: «Salus populi ego sum, dicit Dominus», ci fa cantare l'antifona d'ingresso. Non è una promessa, non è un tariffario di premi e di meriti: è un'autopresentazione. Il Signore non dice che darà la salvezza al suo popolo; dice di esserne la salvezza. Tutto ciò che ascolteremo è come una lunga esegesi di questo «io sono», e la tesi che vorrei affidarvi, lasciandola maturare passo passo attraverso Isaia, il Salmo, Paolo e Matteo, si lascia dire in una riga: la ricompensa di Dio non è qualcosa che Dio dà, ma Qualcuno che Dio è.
Il profeta ci conduce alle ultime battute del Deuteroisaia, là dove l'invito al banchetto, rivolto a chi non ha denaro (cf. Is 55,1), si fa esortazione: «Quaerite Dominum dum inveniri potest; invocate eum dum prope est». Non è la minaccia di una scadenza, come se il portone stesse per chiudersi, ma l'annuncio di un kairós: il Signore si lascia trovare, ed è vicino, ora. All'empio che abbandona la sua via non viene promessa una pena mitigata, ma la compassione; e l'ebraico, con un'espressione difficilmente traducibile, dice che il nostro Dio «moltiplica il perdono» (yarbeh lisloaḥ), adoperando il verbo dell'abbondanza, quello delle spighe e dei pani. Segue subito il versetto più frainteso dell'intero capitolo: «Non enim cogitationes meae cogitationes vestrae, neque viae vestrae viae meae». Lo si invoca di solito per proclamare l'insondabilità del mistero, quasi a giustificare una resa dell'intelligenza. Ma il testo si apre con un «perché» (kî): l'alterità dei pensieri di Dio non è il muro contro cui l'uomo si arresta, bensì il motivo per cui il peccatore può sperare. Se Dio ragionasse come noi, con la nostra contabilità di proporzioni e di rivalse, non vi sarebbe perdono abbondante. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto la misericordia di Dio sovrasta la nostra; e quell'altezza non è una distanza che esclude, ma un'altezza da cui si discende: il versetto successivo, che il lezionario tace, parla della pioggia e della neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra.
Il Salmo responsoriale, il 144 (145) nella numerazione greco-latina, è l'acrostico alfabetico che la tradizione giudaica chiama per antonomasia Tehillah, «Lode», e che, secondo il Talmud (b. Berakhot 4b), assicura la parte nel mondo a venire a chi lo recita tre volte al giorno. Al v. 17 accosta due aggettivi che la nostra abitudine mentale tiene volentieri in tensione: il Signore è ṣaddîq, giusto, in tutte le sue vie, e ḥāsîd, fedele nell'amore, in tutte le sue opere. Non sono due stanze della casa di Dio, ma una sola. Lo dirà con precisione Tommaso d'Aquino: «opus divinae iustitiae semper praesupponit opus misericordiae, et in eo fundatur» (STh I, q. 21, a. 4). Nulla è dovuto da Dio alla creatura, se prima Dio non le ha donato ciò per cui qualcosa le è dovuto. Il ritornello, «Prope est Dominus omnibus invocantibus eum», risponde al «mentre è vicino» di Isaia; e il versetto che la liturgia non canta, il 16, prepara già la scena del Vangelo: «Aperis tu manum tuam, et imples omne animal benedictione».
Veniamo al Vangelo. La parabola è propria di Matteo e non va letta isolatamente: risponde alla domanda di Pietro, che chiede quale sarà la sorte di coloro che hanno lasciato tutto (cf. 19,27), ed è chiusa da un'inclusione, i primi che saranno ultimi e gli ultimi primi (19,30; 20,16). Al giovane ricco Gesù aveva detto: «Quid me interrogas de bono? Unus est bonus» (19,17). Ora, nella vigna, il padrone stesso rivendica per sé quell'aggettivo: «ego bonus sum» (20,15). Senza dirlo, Gesù si identifica con il padrone.
Osserviamo il racconto. Il padrone esce cinque volte, all'alba, alla terza, alla sesta, alla nona e all'undicesima ora, compiendo di persona un gesto che ci si aspetterebbe da un fattore. Con i primi stipula un contratto: un denaro, la normale paga di una giornata. Con i secondi non fissa cifre, promette soltanto ciò che è «giusto» (20,4): è l'inizio della fiducia. Con gli ultimi non dice nulla: essi vanno perché sono chiamati. E la ragione del loro ozio non è la pigrizia: nessuno li ha presi a giornata (20,7). Per un bracciante, restare senza ingaggio significava tornare a casa senza pane; la Legge prescriveva di versare al povero la sua mercede il giorno stesso, «quia pauper est, et ex hoc sustentat animam suam» (Dt 24,15). Il denaro dell'ultima ora è dunque il pane di quel giorno, e la logica della casa del padrone non è quella della misura, ma quella del bisogno.
Quando si giunge alla paga, l'ordine è rovesciato, prima gli ultimi, perché i primi vedano. E i primi mormorano: il verbo greco (ἐγόγγυζον) è lo stesso con cui la versione dei Settanta designa il mormorare d'Israele nel deserto, contro Mosè e contro Dio. I braccianti della prima ora sono i figli dell'Esodo, i riscattati che protestano contro la manna. Vantano «il peso della giornata e il caldo», e vantano un diritto. Il padrone risponde con un appellativo, ἑταῖρε, «amico», che come vocativo ricorre in Matteo solo altre due volte: all'invitato senza abito nuziale (22,12) e a Giuda nell'orto (26,50). L'ultima parola di Dio a chi sta per escludersi è ancora un'amicizia. Poi l'interrogativo decisivo, che nella Volgata suona: «an oculus tuus nequam est, quia ego bonus sum». L'«occhio cattivo» è l'idioma semitico dell'invidia e della grettezza (cf. Dt 15,9; Pr 23,6; 28,22), e nello stesso Matteo, nel discorso della montagna, era già stato contrapposto all'occhio «semplice» (ἁπλοῦς), che riempie di luce tutto il corpo (6,22-23). La parabola è una pedagogia dello sguardo: insegna a vedere il bene dell'altro senza sentirlo come un furto ai miei danni.
I Padri hanno letto questa pagina come la storia della salvezza e insieme come la storia di ogni anima. Gregorio Magno, nell'omelia XIX sui Vangeli, vede nella vigna la Chiesa universale, dal giusto Abele fino all'ultimo eletto; e nelle cinque ore le età del mondo, da Adamo a Noè, da Noè ad Abramo, da Abramo a Mosè, da Mosè a Cristo, da Cristo alla fine, così come le età dell'esistenza, dalla fanciullezza alla vecchiaia. Nessuna età è esclusa dalla chiamata, e nessuna è chiamata troppo tardi. Se poi l'undicesima ora è quella che si apre con l'Incarnazione (cf. 1 Gv 2,18), ne segue una conseguenza per noi: gli operai dell'ultima ora siamo noi, cristiani venuti dopo Pietro e Paolo, dopo i martiri e i Padri, dopo secoli di fatica altrui. Non abbiamo alcun titolo per mormorare davanti a Israele e davanti agli Apostoli, ai quali dobbiamo la fede. Agostino, dal canto suo, identifica il denaro con la vita eterna, che è una sola per tutti, benché molte siano le dimore nella casa del Padre (cf. Sermo 87; In Io. Ev. tr. 67,2). E dall'antica Omelia catechetica pasquale, attribuita a Giovanni Crisostomo, risuona ancora nella notte di Pasqua dell'Oriente cristiano l'invito a entrare tutti nella gioia del Signore, quelli della prima ora e quelli dell'undicesima, perché il Padrone, generoso, accoglie l'ultimo come il primo.
Ed ecco la seconda lettura, che non ci offre una parabola, ma una persona: Paolo in catene, sospeso tra la vita e la morte, che confessa: «Mihi enim vivere Christus est, et mori lucrum». Osserviamo due cose. Anzitutto il «guadagno» (κέρδος), parola salariale per eccellenza, viene definito da Paolo non come una somma, ma come una preposizione: ἀναλῦσαι καὶ σὺν Χριστῷ εἶναι, «sciogliere gli ormeggi ed essere con Cristo» (v. 23), dove il verbo, di conio nautico e militare, dice il levare le ancore e il togliere le tende. Il denaro dell'Apostolo non è una cosa: è un «con». In secondo luogo, Paolo sa di essere l'operaio dell'ultima ora: l'ultimo di tutti, «tamquam abortivo», persecutore della Chiesa; eppure «abundantius illis omnibus laboravi: non ego autem, sed gratia Dei mecum» (1 Cor 15,8-10). Tutta la parabola è racchiusa in questa formula: l'ultimo che ha faticato più di tutti, e non lui, ma la grazia. Non a caso, proprio in questo brano (v. 22), egli parla del «frutto del lavoro» (καρπὸς ἔργου), lessico da vigna. Il lezionario legge Filippesi in lettura semicontinua, indipendentemente dal Vangelo: la consonanza con Matteo non è dunque un artificio di scelta, ma la coerenza interna della Scrittura.
Da qui la risposta ai mormoratori. Il loro errore non è d'aver lavorato dall'alba: è d'aver creduto che la fatica fosse un possesso. La dottrina della Chiesa non conosce contrapposizione tra grazia e opera: tra Dio e noi, dice il Catechismo, non c'è alcun diritto in senso stretto, per l'incommensurabile disuguaglianza (cf. CCC 2007); e tuttavia Dio ha voluto liberamente associare l'uomo all'opera della sua grazia, così che il merito è anzitutto dono di Dio, e solo poi dell'uomo (cf. CCC 2008-2009). È il pensiero di Agostino, che il Concilio di Trento ha ripreso: «cum Deus coronat merita nostra, nihil aliud coronat quam munera sua» (Ep. 194,5,19; cf. DS 1548). Quando Dio incorona i nostri meriti, non incorona che i suoi doni.
Ma dove nasce l'invidia? Nasce dal credere che il denaro sia un bene divisibile: ciò che è dato all'altro mi è sottratto. Se però il denaro è Cristo, non v'è nulla da spartire: come Paolo ricorda ai Corinzi, Cristo non può essere diviso (cf. 1 Cor 1,13). Non si affetta in porzioni, e quanto più è condiviso, tanto più è posseduto: è il principio che Agostino pone a fondamento della città di Dio, i cui beni non diminuiscono per il numero di coloro che li possiedono, ma crescono con la concordia (cf. De civ. Dei XV,5). Il primo e l'ultimo, in Cristo, non sono più concorrenti: sono fratelli.
E c'è un denaro che ci viene offerto stamane, su questo altare. Il Signore che ci ha insegnato a domandare il pane quotidiano fa del salario di una giornata il pane di una giornata: lo stesso Corpo è dato a chi viene da una vita intera di domeniche e a chi ritorna dopo trent'anni, al fanciullo della prima Comunione e al vecchio che riceve il Viatico. Come prega una delle collette che il Messale italiano offre per questa domenica, Dio è giusto e grande nel dare all'ultimo operaio come al primo. Non è un caso, del resto, che l'antica tradizione romana proclamasse questa pagina nella domenica di Settuagesima, sulla soglia della Quaresima, quasi a dire che la vigna è la scuola della conversione; e che il versetto dell'Alleluia di oggi, «Apri, Signore, il nostro cuore e comprenderemo le parole del Figlio tuo», abbia la sua radice nell'episodio di Lidia a Filippi (cf. At 16,14): la Chiesa alla quale Paolo scrive è una comunità nata non dalla fatica dell'Apostolo, ma da un cuore che il Signore aprì.
Un'ultima parola, fratelli, per noi comunità. In ogni parrocchia vi sono operai della prima ora: catechisti, ministranti, cantori, sacrestani, quanti portano da decenni il peso della giornata e il caldo. Sono la nostra ricchezza e la nostra gloria. Ma per ciascuno di loro, e per ciascuno di noi, la parabola custodisce un avvertimento: che la comunità cristiana si trasformi in un'azienda con le sue anzianità, e che il catecumeno, l'adulto che ritorna, chi viene solo nelle feste, sia guardato come un intruso che ha ottenuto troppo con troppo poco. Il Signore sceglie un'altra misura: la sua bontà. La mormorazione dei primi ci ricorda che si può essere da sempre nella vigna e non aver ancora imparato il volto del Padrone.
«Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi»: non un ribaltamento delle graduatorie, ma la loro abolizione. Il Padrone, oggi, esce ancora; e noi siamo all'undicesima ora, l'ora nella quale, con Isaia, si può ancora dire: «Prope est». Sia questo il nostro desiderio, e non a fior di labbra: cercare il Signore mentre si fa trovare, invocarlo mentre è vicino, e poter dire con l'Apostolo, alla fine di una giornata lunga o breve, di fatica o di attesa: «Mihi vivere Christus est». Amen.
RIFERIMENTI
– Testi: Is 55,6-9; Sal 144 (145),2-3.8-9.17-18; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16; Alleluia: cf. At 16,14b (Lezionario, Anno A).
– Le citazioni latine seguono la Vulgata; la numerazione dei Salmi è greco-latina.
– Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia XIX (PL 76).
– Agostino, Sermo 87; In Iohannis Evangelium tractatus 67,2; Epistula 194,5,19; De civitate Dei XV,5.
– Pseudo-Crisostomo (attribuita a Giovanni Crisostomo), Omelia catechetica pasquale (PG 59, 721-724).
– Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae I, q. 21, aa. 3-4.
– Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2006-2011; Concilio di Trento, Sess. VI, Decreto sulla giustificazione, cap. 16 (DS 1548).
– Talmud babilonese, Berakhot 4b.
– Ordo Lectionum Missae, Praenotanda: criteri di armonia con il Vangelo (prima lettura) e di lettura semicontinua (seconda lettura).
– Messale Romano, XXV domenica del Tempo Ordinario: antifona d'ingresso e colletta.