OMELIA
XXIII Domenica del Tempo Ordinario — Anno A
Ez 33,1.7-9 · Sal 94(95) · Rm 13,8-10 · Mt 18,15-20
«Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt 18,20): la parola con cui si chiude il vangelo odierno è, ad un tempo, promessa e chiave di lettura di tutta la liturgia della Parola di questa domenica. Le tre letture che la Chiesa ci consegna — Ezechiele sentinella posta a custodia della casa d'Israele, il salmo che invita ad ascoltare «oggi» la voce del Signore, Paolo che ricapitola l'intera Legge nella carità, e infine Matteo che ci istruisce sulla correzione fraterna — non sono giustapposte per caso. Esse compongono un'unica catechesi sulla responsabilità reciproca dei credenti: nessuno di noi è salvato da solo, e nessuno, per ciò stesso, può disinteressarsi della salvezza del fratello.
Il Signore dice al profeta: «Fili hominis, speculatorem dedi te domui Israel» (Ez 33,7) — «Figlio dell'uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d'Israele». Il termine ebraico ṣōpheh, reso dai Settanta con σκοπός e dalla Vulgata con speculator, designa propriamente colui che vigila dall'alto delle mura e il cui silenzio, in caso di pericolo, diviene esso stesso colpa. San Gregorio Magno, che di questo versetto fece il cardine della propria dottrina pastorale, non esitò a scrivere che il pastore posto a guardia del popolo, se tace di fronte al male, "reus est de illorum morte, quos corrigere neglexit" — si rende responsabile della morte di coloro che ha trascurato di correggere (Regulae pastoralis liber, pars I, cap. 4; cfr. anche le Homiliae in Hiezechihelem, dove l'intero libro XXXIII diviene, per Gregorio, lo specchio dell'ufficio episcopale). Il testo ezechielitico non parla dunque anzitutto di condanna, ma di responsabilità: Dio non chiede alla sentinella di salvare il malvagio contro la sua volontà — «Dio propone, non impone», come ha sempre insegnato la tradizione —, ma di non tacere. Il silenzio complice è la vera colpa qui denunciata.
Il salmo responsoriale raccoglie l'eco di questo monito nell'invito: «Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra» (Sal 94,8 Vg) — «Se ascoltaste oggi la sua voce, non indurite il cuore». Sant'Agostino, commentando questo stesso hodie nelle Enarrationes in Psalmos, vi legge non un giorno del calendario, ma la durata stessa del tempo della grazia: hodie è ogni istante in cui la Parola risuona e trova un cuore capace di accoglierla senza indurirsi. È lo stesso hodie che l'autore della Lettera agli Ebrei riprenderà per esortare i credenti a «esortarsi a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi» (Eb 3,13). La correzione fraterna di cui parlerà il vangelo, dunque, non è un atto isolato, ma partecipa di questo tempo liturgico permanente in cui la Chiesa, ascoltando, si lascia continuamente convertire.
San Paolo, nella seconda lettura, offre il fondamento teologico di ogni correzione autentica: «Plenitudo ergo legis est dilectio» (Rm 13,10 Vg), reso nell'originale greco con la formula lapidaria πλήρωμα οὖν νόμου ἡ ἀγάπη — «pienezza della legge è dunque l'amore». Non si tratta di un'abrogazione del precetto, ma del suo compimento: la carità non sostituisce i comandamenti, li porta a perfezione, perché — come insegna sant'Agostino nel celebre passo del In Epistolam Ioannis ad Parthos — «Dilige, et quod vis fac»: ama, e fa' ciò che vuoi, perché dalla radice interiore della carità non può germogliare se non il bene (cfr. Tractatus 7,8). È questa la chiave che impedisce di leggere la correzione fraterna del vangelo come un esercizio disciplinare o giuridico: se non nasce dalla carità, non è correzione evangelica, ma giudizio che condanna.
Giungiamo così al vangelo. Gesù dice: «ἐὰν δὲ ἁμαρτήσῃ εἰς σὲ ὁ ἀδελφός σου, ὕπαγε ἔλεγξον αὐτὸν μεταξὺ σοῦ καὶ αὐτοῦ μόνου» (Mt 18,15) — «se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo». Il verbo greco ἐλέγχω, che la Vulgata traduce con corripe, non indica un rimprovero pubblico né tantomeno un'accusa, ma — come ricorda Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul vangelo di Matteo — l'atto medico di chi porta alla luce un male nascosto per guarirlo, non per esporlo alla vergogna: la correzione fraterna, insegna il Crisostomo, dev'essere compiuta come da un fratello che ama, non come da un giudice che condanna. La gradualità che Gesù prescrive — prima da solo, poi con due o tre testimoni, infine dinanzi alla comunità — non è procedura giuridica, ma pedagogia della misericordia: ogni passo ulteriore è concesso solo quando il precedente, per amore tentato, non ha raggiunto il cuore del fratello. Sant'Agostino dedicò a questo capitolo l'intero trattato De correptione et gratia, nel quale ribadisce che la correzione autentica nasce sempre da chi ama e non da chi si crede migliore: correggere senza amare è un atto sterile, perché — egli scrive altrove — l'amore stesso è la misura con cui si corregge chi si ama.
Il vangelo si chiude con la promessa che dà senso a tutto il resto: «οὗ γάρ εἰσιν δύο ἢ τρεῖς συνηγμένοι εἰς τὸ ἐμὸν ὄνομα, ἐκεῖ εἰμι ἐν μέσῳ αὐτῶν» (Mt 18,20) — «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Origene, nel suo Commentarium in Matthaeum, osserva che questa presenza non è quantitativa — non basta il numero — ma qualitativa: è la comunione stessa dell'amore reciproco a rendere presente Cristo in mezzo ai suoi. La correzione fraterna, allora, non è un episodio marginale della vita ecclesiale, ma uno dei luoghi in cui la Chiesa, radunata «nel nome» di Cristo, sperimenta la sua presenza reale: non si corregge il fratello per escluderlo, ma per riguadagnarlo alla comunione — «avrai guadagnato il tuo fratello», dice il testo greco con il verbo κερδαίνω, lo stesso usato nel linguaggio del commercio per indicare un guadagno prezioso.
Le quattro letture, riprese insieme, disegnano dunque un'unica figura: quella della responsabilità che nasce dall'amore. La sentinella di Ezechiele, il cuore non indurito del salmo, la carità che è pienezza della legge in Paolo, e la correzione che riguadagna il fratello nel vangelo, sono quattro volti di un'unica verità: la salvezza, pur essendo dono personalissimo di Dio, si gioca sempre anche nella trama dei legami fraterni. Come sentinelle poste dal Signore — ciascuno secondo la propria vocazione, ma tutti in forza del battesimo —, siamo chiamati a non tacere di fronte al male, non per condannare, ma perché nessuno si perda per la nostra omissione. E questo, non con la durezza del giudice, ma con la mitezza di chi ama, sapendo che proprio là dove due o tre si riuniscono per cercare, insieme, la verità nella carità, il Signore stesso — come promise — è in mezzo a loro.
Amen.