Carissimi fratelli e sorelle,
la solennità del Corpo e Sangue del Signore ci conduce oggi al cuore stesso della fede cristiana. Tutto nasce dall'Eucaristia, tutto conduce all'Eucaristia, tutto trova nell'Eucaristia il proprio compimento.
La liturgia della Parola ci offre una straordinaria catechesi sul pane che Dio dona al suo popolo. Nel libro del Deuteronomio, Mosè invita Israele a fare memoria del cammino nel deserto: «Ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna» (Dt 8,3). La fame diventa una pedagogia divina: Dio permette all'uomo di sperimentare il limite perché possa comprendere che la vita non dipende esclusivamente dai beni materiali. Per questo Mosè aggiunge: «Non di solo pane vive l'uomo, ma di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3).
Sant'Agostino riconosce che l'uomo porta nel cuore una fame che nessun bene terreno può colmare: «Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» («Ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te») (Confessiones I,1). La manna era già un segno profetico di questa sazietà: come insegna san Tommaso d'Aquino, «Sacramenta veteris legis fuerunt figurae Christi» («I sacramenti dell'antica legge erano figure di Cristo») (Summa Theologiae III, q. 61, a. 3).
Nel Vangelo di Giovanni ascoltiamo una delle affermazioni più sconvolgenti di tutta la Scrittura: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6,51). Gesù non dice semplicemente di portare un insegnamento; afferma di essere il pane. Non offre qualcosa di sé, ma offre sé stesso. Quando gli ascoltatori reagiscono scandalizzati, non attenua le proprie parole, ma le rafforza: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,55). L'avverbio greco ἀληθῶς (alēthōs) — "veramente" — esclude ogni interpretazione puramente simbolica.
Per questo sant'Ignazio di Antiochia, già all'inizio del II secolo, poteva definire l'Eucaristia «φάρμακον ἀθανασίας» (pharmakon athanasias), "farmaco di immortalità" (Epistola ad Ephesios 20,2). E san Cirillo di Gerusalemme si chiedeva: «Poiché Cristo stesso ha dichiarato del pane: Questo è il mio corpo, chi oserà dubitare? E poiché ha affermato: Questo è il mio sangue, chi potrà contestare che non è il suo sangue?» (Catecheses Mystagogicae IV,1). La Chiesa non ha inventato la presenza reale: l'ha ricevuta dal Signore e custodita lungo i secoli. Il Concilio di Trento dichiarerà che nel Santissimo Sacramento sono contenuti «vere, realiter et substantialiter» ("veramente, realmente e sostanzialmente") il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Cristo. San Tommaso d'Aquino, nell'inno Adoro te devote, esprime magnificamente questo mistero: «Visus, tactus, gustus in te fallitur, sed auditu solo tuto creditur» («La vista, il tatto, il gusto in te si ingannano, ma l'udito soltanto crede con sicurezza»).
L'Eucaristia è anzitutto sacrificio. La seconda lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi, ci ricorda che il calice è «comunione con il sangue di Cristo» e il pane è «comunione con il corpo di Cristo» (1Cor 10,16). Il termine greco κοινωνία (koinonía) non indica semplice vicinanza affettiva, ma partecipazione reale. Nella Messa non assistiamo al ricordo di un evento passato: entriamo sacramentalmente nell'unico sacrificio della Croce. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio» (CCC 1367). L'altare non è semplicemente una tavola, ma anche ara sacrificale; per questo i Padri lo chiamavano al tempo stesso mensa e altare. San Giovanni Crisostomo esclama: «Quando vedi il Signore immolato e deposto sull'altare, credi forse di essere ancora sulla terra? Non sei forse immediatamente trasportato in cielo?» (De sacerdotio III,4).
L'Eucaristia è inoltre principio di unità ecclesiale. San Paolo dice: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). Non è la Chiesa che produce l'Eucaristia: è l'Eucaristia che costruisce la Chiesa. Sant'Agostino, rivolgendosi ai neobattezzati, proclamava: «Si ergo vos estis corpus Christi et membra, mysterium vestrum in mensa Domini positum est» («Se voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, il vostro mistero è posto sulla mensa del Signore») (Sermo 272). Ricevere il Corpo di Cristo significa diventare Corpo di Cristo. Ogni comunione ricevuta senza conversione diventa perciò una contraddizione: non possiamo accostarci all'altare conservando odio, divisioni, disprezzo del fratello. Come ha scritto Benedetto XVI: «Non si può tenere per sé l'amore che si celebra nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti» (Sacramentum Caritatis, 84).
La processione del Corpus Domini che tradizionalmente accompagna questa festa porta Cristo per le strade non per esibire un simbolo religioso, ma per proclamare che Egli è il Signore della storia, delle città, delle famiglie, delle sofferenze umane. Come Israele seguiva l'arca nel deserto, così la Chiesa oggi segue il suo Signore eucaristico. In un'epoca che tende a relegare Dio nella sfera privata, il Corpus Domini ricorda che Cristo non accetta di essere confinato nelle sagrestie: vuole entrare nelle strade degli uomini, nelle loro case, nelle loro fatiche, nelle loro speranze.
Oggi la Chiesa ci invita non soltanto ad adorare l'Eucaristia, ma a lasciarci trasformare da essa. Davanti all'Ostia santa comprendiamo che Dio non ha scelto la forza ma il dono di sé; non il dominio ma l'amore; non l'imposizione ma la presenza silenziosa. San Tommaso, nel Lauda Sion composto proprio per questa solennità, canta: «Ecce panis Angelorum, factus cibus viatorum» («Ecco il pane degli angeli, divenuto nutrimento dei pellegrini»).
Che il Signore ci conceda di riconoscerlo nello spezzare il pane, di adorarlo con fede sincera, di riceverlo con cuore puro e di testimoniarlo con una vita degna del Vangelo, affinché, nutriti dal Pane della vita, possiamo giungere un giorno al banchetto eterno del Regno dei cieli.
Amen.