Carissimi,
la Chiesa, nel giorno di Pasqua, non ci conduce subito davanti al Cristo apparso, ma davanti al sepolcro vuoto. È una scelta di squisita profondità. La liturgia non ci educa anzitutto all’emozione, ma all’intelligenza del mistero. Per questo Giovanni apre con una frase densissima: «Τῇ δὲ μιᾷ τῶν σαββάτων», il primo giorno della settimana; e subito aggiunge: «σκοτίας ἔτι οὔσης», quando era ancora buio. Il mondo nuovo nasce così: non fuori dalla notte, ma dentro la notte; non dopo aver abolito il dramma, ma vincendolo dall’interno. Pasqua non è una parentesi luminosa posta ai margini della tragedia umana; è l’irruzione della vita divina nel cuore stesso di ciò che pareva definitivamente chiuso.
Maria Maddalena vede, ma ancora non comprende. Vede la pietra tolta, ma interpreta secondo la logica più umana: hanno portato via il Signore. È la condizione abituale dell’uomo religioso quando resta fermo al livello dei fatti e non giunge ancora al senso. Si può stare davanti ai segni di Dio e leggerli con categorie insufficienti. Si può perfino essere devoti, e nondimeno restare sulla soglia del mistero. Per questo il Vangelo mette in moto Pietro e il discepolo amato: la corsa dei due non è un dettaglio narrativo, ma l’immagine della Chiesa chiamata a passare dal turbamento alla comprensione, dalla notizia alla fede.
Giovanni, poi, costruisce il racconto con una finezza lessicale che non andrebbe perduta. Il discepolo amato, giunto per primo, «βλέπει» i teli; Pietro, entrato nel sepolcro, «θεωρεῖ»; infine l’altro discepolo entra, «εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν». C’è qui una vera ascesa dello sguardo: dal semplice vedere, al guardare con attenzione, fino al vedere che diventa atto interiore, riconoscimento, principio di fede. Non ogni vedere è uguale. C’è un occhio che registra, un occhio che esamina, e un occhio che si apre alla verità. La Pasqua domanda precisamente quest’ultimo sguardo: non la curiosità, non la cronaca, ma l’intelligenza spirituale del segno.
E tuttavia il Vangelo custodisce una sobrietà teologica ammirevole. Subito dopo aver detto «vide e credette», aggiunge: «οὐδέπω γὰρ ᾔδεισαν τὴν γραφήν», non avevano ancora compreso la Scrittura, cioè che egli doveva risorgere dai morti. Qui il quarto vangelo corregge ogni facilità omiletica. La fede pasquale non è ancora piena nel primo istante; essa cresce, viene purificata, si lascia istruire dalla Scrittura. Sant’Agostino osserva con grande finezza che quel “credette” può indicare anzitutto che il discepolo riconobbe vero ciò che Maria aveva riferito, mentre la piena intelligenza della risurrezione maturerà soltanto alla luce della Scrittura compiuta. È una nota preziosa: la fede non è un lampo irrazionale, ma un consenso dell’anima che Dio conduce a maturazione.
Per questo la prima lettura, tratta dagli Atti, insiste sulla testimonianza apostolica: «noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti». Il cristianesimo non nasce da un simbolo, ma da un evento; non da una sopravvivenza ideale del maestro nei suoi discepoli, ma dal fatto che il Crocifisso vive. E Paolo, nella lettera ai Colossesi, trae la conseguenza decisiva: «cercate le cose di lassù». Non è un invito all’evasione, ma all’ordine. La risurrezione non aliena l’uomo dal mondo; lo libera dalla tirannia del mondo. Gli restituisce la gerarchia vera delle cose. Solo chi sa che la sua vita è «nascosta con Cristo in Dio» può finalmente usare i beni senza servire i beni, abitare il tempo senza inginocchiarsi davanti al tempo, attraversare la morte senza riconoscerla come sovrana.
A questo punto la sequenza pasquale offre quasi la chiave poetica e dogmatica di tutto: «Mors et vita duello conflixere mirando». Non un equilibrio, non una metafora, ma un duello. La Pasqua è lo scontro decisivo tra due regni. E il vincitore non è una teoria, ma una persona: «dux vitae mortuus, regnat vivus». Il Signore della vita fu morto, ma ora regna vivo. Qui crolla ogni riduzione sentimentale della Pasqua. Cristo non è risorto per offrirci un semplice conforto psicologico; è risorto per infrangere il dominio del peccato e della morte. La Chiesa, quando canta oggi, non abbellisce il mondo: proclama che il suo centro è stato giudicato e redento dal Risorto.
Per un’assemblea raffinata, direi allora così: il sepolcro vuoto è la grande confutazione cristiana del nichilismo. Il mondo antico seppe guardare con nobiltà il tragico; il Vangelo compie un passo ulteriore e inaudito: non nega il tragico, ma lo supera. Non attenua la Croce, ma la glorifica. Non cancella la morte, ma la spoglia del suo assoluto. Ecco perché la fede pasquale non è una variante della speranza umana; è il suo giudizio e il suo rinnovamento. Dopo Pasqua, non tutto è facile, ma tutto è diverso. Non tutto è risolto, ma tutto è riordinato intorno a un centro ormai indistruttibile: Cristo vivo.
E dunque la conclusione è tanto semplice quanto severa. Se Cristo è risorto, non ci è più lecito vivere da sepolti. Se il discepolo amato giunge a «εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν», anche noi dobbiamo passare dalla semplice visione esterna dei riti alla fede vera; dalla consuetudine religiosa all’adorazione; dal cristianesimo ereditato al cristianesimo creduto. La Pasqua chiede uomini interiormente risorti: non rumorosi, ma saldi; non mondani, ma liberi; non sentimentali, ma pasquali. Questa è la vera eleganza del credente: avere l’anima sottratta al potere della morte, perché nascosta con Cristo in Dio.
Amen.