DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 11 GENNAIO 2026

Battesimo del Signore

Oggi la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore (Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Mt 3,13-17).

C’è un dettaglio, nel racconto di Matteo, che non smette mai di sorprendere: Gesù “dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare”. Non “per assistere”, non “per approvare”, ma per entrare lui stesso nell’acqua. E Giovanni — che pure non è un sentimentale, ma un profeta di fuoco — si scandalizza: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te…”. È lo scandalo della fede: Dio non si limita a parlare dall’alto, ma sceglie la via della vicinanza, fino a mettersi in fila con i peccatori. Qui c’è già tutto il Vangelo: il Signore non salva a distanza, salva per contatto.

Gesù risponde con una frase che sembra semplice e invece è una chiave: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. La “giustizia” di Dio non è la contabilità dei meriti, né il moralismo delle bilance; è la fedeltà del Padre che porta a compimento il suo disegno di misericordia. Gesù entra nelle acque non perché abbia bisogno di purificazione, ma perché vuole assumere la nostra condizione, portarla su di sé, inaugurarla di nuovo. È come se dicesse: “Vengo dove siete voi, per farvi venire dove sono io”. La tradizione cristiana ha sempre contemplato questo gesto come una discesa: Cristo scende nel Giordano come scenderà nella morte, non per essere inghiottito, ma per aprire un passaggio. E infatti, “appena battezzato, uscì dall’acqua”: è un’uscita che già profuma di Pasqua.

Il secondo dettaglio è ancora più decisivo: “si aprirono i cieli”. I cieli chiusi sono l’immagine antica della distanza, dell’opacità del cuore, del sospetto che Dio sia lontano e la vita un labirinto senza luce. E invece, in quel momento, i cieli si aprono: non per un’idea, ma per una Persona. Si aprono perché il Figlio è lì, nella nostra acqua, nel nostro fango, nella nostra storia. Il cristianesimo non nasce da una teoria religiosa ben costruita: nasce da un varco aperto tra cielo e terra. È l’opposto del fatalismo: la storia non è un destino muto; è un luogo visitato.

Poi “vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba”. La colomba, nella Scrittura, riporta alla creazione — lo Spirito che aleggia — e al diluvio — la colomba che annuncia una terra nuova. Qui, sul capo del Cristo, è come se Dio dicesse: “Ricominciamo da qui”. E la voce del Padre, solenne e tenera: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. È una rivelazione trinitaria, sì: Padre, Figlio, Spirito. Ma non è un enigma per specialisti; è una buona notizia per la vita concreta. Se Dio è comunione, allora la solitudine non è la nostra ultima parola. Se Dio è Padre, allora la vita non è orfana. Se il Figlio è l’Amato, allora l’amore non è un sentimento fragile: è un fondamento.

La prima lettura ci fa capire che cosa inaugura questo Battesimo: “Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui”. È il canto del Servo del Signore, la figura di una forza che non schiaccia: “non griderà… non spezzerà una canna incrinata”. È lo stile di Dio: non la prepotenza, ma la pazienza; non l’umiliazione dell’uomo, ma la sua guarigione. E qui bisogna dirlo con chiarezza: noi siamo tentati di immaginare la salvezza come un colpo di teatro, una vittoria “alla maniera del mondo”, rumorosa e immediata. Il Signore, invece, comincia dalla mansuetudine. Non perché sia debole, ma perché è forte davvero: la vera forza non ha bisogno di violenza.

E la seconda lettura, dagli Atti, completa il quadro: Pietro annuncia che “Dio non fa preferenza di persone” e che Gesù “fu consacrato in Spirito Santo e potenza” ed “è passato beneficando e risanando”. Questa è la descrizione più sobria e più splendida della missione cristiana: fare il bene, risanare, liberare. Non è ideologia, non è propaganda religiosa; è la concretezza della carità, la dignità restituita, il peccato perdonato, le ferite curate. Se il nostro cristianesimo non produce anche questo — in casa, in parrocchia, sul lavoro, nei rapporti — allora rischia di essere una devozione senza carne.

Ma la festa di oggi non è solo “un ricordo di Gesù”. È anche — e soprattutto — uno specchio per noi: perché il Battesimo del Signore illumina il nostro battesimo. E qui, perdonatemi la franchezza: abbiamo ridotto troppe volte il battesimo a una cerimonia sociale, una festa di famiglia con foto e confetti, come se fosse un “benvenuto” religioso. È molto di più. Il battesimo è una nascita reale: è l’ingresso nella vita di Dio, nella Chiesa, nella lotta della fede. È un sacramento serio, esigente, bellissimo. Chi battezza un figlio non “prenota un rito”: promette un cammino.

Perciò oggi la Chiesa, con sapienza antica, ci mette davanti alcune domande pratiche, senza giri di parole.

La prima: io vivo da battezzato? Il battezzato porta un nome, e quel nome è Cristo. Non per etichetta, ma per appartenenza. Essere battezzati vuol dire che la mia vita non è più “solo mia”: è consegnata, orientata, chiamata. Vuol dire che certe cose non le posso più trattare come normali: l’ingiustizia, la menzogna, l’impurità, la vendetta, l’indifferenza verso i poveri. Non perché “la Chiesa proibisce”, ma perché il battesimo mi ha dato una dignità più grande dei miei capricci. Noi, oggi, siamo indulgenti con tutto e severi con il Vangelo: è un cattivo affare. La fede, quando è vera, libera; quando è annacquata, lascia schiavi.

La seconda: io ricordo la mia identità di figlio? Il Padre dice a Gesù: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Nel battesimo, quella parola arriva anche su di noi, per grazia: non nello stesso modo (Cristo è Figlio per natura), ma davvero. E questo cambia il modo di stare al mondo. Un figlio non vive nel panico, non vive nell’ansia di meritarsi tutto, non vive nell’invidia che consuma: sa di avere un Padre. Questo non risolve automaticamente i problemi, ma dà un terreno sotto i piedi. Quanti adulti battezzati vivono come se fossero abbandonati! Quante famiglie si sfaldano perché nessuno si sente più “amato”, ma solo giudicato o usato! Tornare al battesimo è tornare alla sorgente dell’amore che fonda.

La terza: io custodisco la fede in casa? Se ci sono genitori qui presenti, oggi è il giorno giusto per una decisione semplice e concreta: in casa si prega? Anche poco, ma davvero. Il segno della croce al mattino e alla sera; una preghiera prima dei pasti; una parola di Vangelo la domenica; una benedizione ai figli. È tradizione? Sì, ed è una tradizione intelligente, perché educa il cuore. Senza questi gesti, la fede diventa un’ora in parrocchia (quando va bene) e poi scompare. I bambini imparano più da ciò che vedono che da ciò che sentono. E i padrini, permettetemi: il padrino e la madrina non sono “figure decorative”. Dovrebbero essere testimoni credibili, non solo parenti disponibili. Se non vivono la fede, che testimonianza danno? È meglio essere onesti: scegliete persone che possano davvero accompagnare, non solo comparire.

Infine, una quarta domanda, che riguarda tutti: io frequento le fonti? Il battesimo non è una medaglia: è una sorgente. Ma la sorgente va frequentata. La Messa domenicale non è un optional; è il respiro. La Confessione non è un’umiliazione; è un bagno di verità. La carità non è filantropia; è Cristo che passa beneficando. Se uno dice “sono battezzato” e poi non prega mai, non si confessa mai, non si nutre mai dell’Eucaristia, non serve mai nessuno, allora è come avere una lampada e lasciarla spenta. Non ci si stupisca, poi, se la vita sembra buia.

Ecco perché la festa del Battesimo del Signore è collocata con una sapienza antica proprio alla fine del tempo di Natale: come a dire che la culla conduce al fiume, e il fiume conduce alla croce, e la croce conduce alla risurrezione. Il cristianesimo non è nostalgia del presepe: è sequela. È bello il presepe, guai a chi lo disprezza; ma guai anche a chi si ferma lì. Il Figlio entra nell’acqua per iniziare la missione: e ci insegna che la fede vera comincia quando si smette di essere spettatori e si diventa discepoli.

Allora, oggi, facciamo una cosa semplice e seria: rinnoviamo interiormente il nostro “sì” battesimale. Rinunciare al male non è linguaggio d’altri tempi: è realismo. Credere in Dio non è evasione: è fondamento. E chiediamo una grazia precisa: che i cieli si aprano anche sopra la nostra vita, cioè che torni la luce, la fiducia, la verità. Che lo Spirito scenda anche su di noi, cioè che torni il coraggio di vivere da cristiani senza vergogna e senza aggressività, con quella mansuetudine forte del Servo di cui parla Isaia. E che la voce del Padre — magari non udita con le orecchie, ma percepita nel cuore — ci ricordi ciò che siamo: figli amati, chiamati a diventare, nella concretezza dei giorni, un riflesso del Figlio.

Signore Gesù, che hai voluto condividere la nostra acqua per farci partecipare alla tua vita, custodisci la tua Chiesa nella fedeltà; rendi salde le famiglie; ridona dignità a chi è ferito; risveglia nei battezzati la gioia della loro chiamata. E fa’ che, passando accanto a noi, si possa dire ancora di te — con semplicità e verità — che continui a “passare beneficando”, perché noi ti lasciamo spazio. Amen.