DIOCESI DI PITIGLIANO · SOVANA · ORBETELLO Nel cuore della Maremma
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PUBBLICATA IL 4 GENNAIO 2026

II domenica dopo Natale

Fratelli e sorelle,

la seconda Domenica dopo Natale è come una soglia: la Chiesa non “chiude” il mistero del Natale, lo custodisce e lo fa maturare. Ci fa restare davanti alla culla non per sentimentalismo, ma per imparare a vivere. Perché il Bambino di Betlemme non è un ricordo: è una presenza che giudica e salva, che rimette ordine nel cuore e nella casa.

Il Vangelo di oggi ci porta subito al punto con parole altissime: “In principio era il Verbo” (Gv 1,1). Giovanni usa volutamente le stesse parole con cui inizia la Genesi: “In principio…”. Come a dire: qui inizia una nuova creazione. E che cos’è questo “Verbo”? Il termine indica la Parola, ma non una parola qualsiasi: è la Parola viva, personale, eterna. Giovanni aggiunge: “il Verbo era presso Dio” e “il Verbo era Dio”. “Presso” dice relazione: il Figlio è distinto dal Padre, in comunione con Lui; “era Dio” dice identità: non è una creatura eccelsa, è Dio stesso. Dunque, quando guardiamo Gesù, non guardiamo un maestro qualunque: guardiamo Dio che si è avvicinato.

Subito dopo, il Vangelo precisa: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui” (Gv 1,3). Qui si capisce una cosa decisiva: Cristo non entra nel mondo da estraneo, come uno che arriva da fuori e non conosce la nostra storia. Lui è il Creatore, il senso di tutte le cose. Se la vita sembra confusa, se non capiamo più il “perché”, la Chiesa oggi ci dice: torna a Lui, perché il principio e il senso stanno in Cristo. È una verità semplice e robusta: quando si toglie Dio, tutto si sbriciola; quando si rimette Dio al centro, anche le fatiche trovano un ordine.

Giovanni continua: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4). Qui ci sono due parole che nella Scrittura si inseguono: vita e luce. La luce non è un’idea, è una presenza che fa vedere la realtà per quella che è. Per questo dice: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5). Non significa che le tenebre non esistono: esistono eccome. Significa che non sono l’ultima parola. Le tenebre sono il peccato, l’inganno, l’egoismo, la menzogna; ma anche la tristezza che si chiude, la rassegnazione, la sfiducia. Eppure la luce di Cristo non è fragile: non si spegne. Qui la fede diventa concreta: non è negare la notte, è credere che Cristo è più forte della notte.

Poi arriva un passaggio che molti saltano, ma è importantissimo: Giovanni Battista (Gv 1,6-8). Perché lo mette lì, in mezzo a parole così alte? Per ricordarci che Dio non agisce solo “in cielo”: entra nella storia con testimoni, con persone concrete. Giovanni Battista non è la luce, dice il testo, ma è venuto “per rendere testimonianza alla luce”. Anche qui c’è una lezione pratica: il cristiano non è quello che si mette al centro; è quello che indica Cristo. E non con discorsi lunghi, ma con una vita coerente.

E poi il colpo di grazia: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Fermiamoci un momento. “Carne” nella Bibbia non significa solo “corpo”, ma la condizione umana fragile, esposta, vulnerabile. Dio non ha scelto una via “pulita”, spiritualista, distante. Ha scelto la via della realtà: pianto, fame, fatica, ferite. E l’espressione “venne ad abitare” letteralmente richiama l’idea di “piantare la tenda”: come nel deserto, quando il Signore accompagnava Israele nel cammino. È come dire: Dio non ci visita e poi se ne va; Dio si stabilisce, resta, cammina con noi.

Qui si collega benissimo la prima lettura del Siracide, che parla della Sapienza: “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine… e disse: ‘Fissa la tenda in Giacobbe’”. È un modo sapienziale, antico, per dire che la Sapienza di Dio non rimane lontana, ma cerca un popolo, una casa, una storia. Per noi cristiani questa Sapienza ha un volto: Cristo. Ecco perché la liturgia insiste: Natale non è una favola; è il modo concreto con cui Dio entra nelle pieghe della storia.

Ma il Vangelo non nasconde la ferita: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Questa frase è tremenda perché è sempre attuale. Non serve odiare Cristo per respingerlo: basta ignorarlo. Basta vivere come se non ci fosse. E spesso il rifiuto prende la forma più comune: “non ho tempo”, “poi”, “adesso ci sono altre priorità”. È la stessa dinamica del presepe: Betlemme piena, “non c’era posto”. La Chiesa oggi ci domanda con sobrietà, ma con fermezza: c’è posto per Cristo nella mia vita? Nei tempi, nelle scelte, nella coscienza?

Eppure la pagina non finisce nel rifiuto. Anzi, esplode la promessa: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Notate bene: non dice “ha dato il potere di diventare persone migliori” — che pure è vero — ma “figli di Dio”. Qui è il centro della vita cristiana. “Potere” significa: una capacità nuova, una grazia che cambia la condizione dell’uomo. E Giovanni precisa: “non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio” (Gv 1,13). Cioè: essere figli non è merito, non è ereditarietà, non è sforzo umano; è dono. Questo libera da due errori opposti: dal sentirsi “a posto” perché “sono bravo”, e dal disperare perché “non ce la faccio”. La figliolanza è grazia: si riceve, si custodisce, si fa crescere.

La seconda lettura, dalla Lettera agli Efesini (Ef 1,3-6.15-18), spiega proprio questo dono con un linguaggio solenne: “Benedetto Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale… ci ha scelti… ci ha predestinati a essere per lui figli adottivi”. “Adottivi” non significa “di serie B”: è un modo per dire che non eravamo “naturalmente” dentro questa comunione, e Dio ci ha fatto entrare per amore. È un atto libero di misericordia. E infatti aggiunge: tutto avviene “secondo il beneplacito della sua volontà”. Dio non ci salva per necessità, ma per gioia, perché gli sta a cuore la nostra vita.

E Paolo fa un’altra cosa molto concreta: prega perché si aprano “gli occhi del cuore” (Ef 1,18). Non basta avere gli occhi in faccia; ci vuole uno sguardo interiore capace di riconoscere la speranza, la chiamata, l’eredità. Quanti cristiani vivono “senza occhi del cuore”: vedono solo problemi, ferite, mancanze; e perdono di vista la cosa più vera: Dio è all’opera, e la grazia non è un’illusione.

Allora, che cosa facciamo “oggi”, qui, in questa seconda domenica dopo Natale?

Primo: rimettiamo Cristo al centro con un gesto concreto. La tradizione della Chiesa è saggia perché è pratica: preghiera quotidiana, anche breve ma fedele; la Parola di Dio letta in casa; la Messa domenicale non “quando capita”. Non è fissazione religiosa: è nutrimento. Se uno non mangia, sviene. Se un cristiano non prega e non ascolta la Parola, prima o poi si spegne.

Secondo: facciamo spazio alla luce. “La luce splende nelle tenebre”: la luce di Cristo non umilia, guarisce. Ma bisogna aprire. Un passo semplice: in questi giorni, guardare con onestà ciò che in noi è buio — rancori, parole cattive, relazioni fredde, vizi che si trascinano — e fare un atto di fiducia: una Confessione ben fatta, un perdono dato o chiesto, una scelta netta su ciò che ci trascina giù. La grazia non è poesia: è forza per cambiare.

Terzo: impariamo lo stile dell’Incarnazione. Dio entra con umiltà, pazienza, fedeltà. Non fa rumore. Così cresce la santità: non con gesti teatrali, ma con costanza. Fare bene il proprio dovere. Dire la verità senza ferire. Custodire la lingua. Essere presenti in famiglia. Non c’è Natale vero senza queste cose, perché il Verbo si è fatto carne, e la fede vuole carne: opere, decisioni, stile.

Fratelli e sorelle, questa domenica ci consegna una certezza e una scelta.

La certezza: Dio è venuto davvero. Non siamo soli, non siamo in balìa del caso, non siamo condannati a restare come siamo. “Il Verbo si fece carne”.

La scelta: accoglierlo o tenerlo fuori. Accoglierlo vuol dire lasciare che entri nella nostra giornata, nel nostro modo di ragionare, nelle nostre parole, nelle nostre decisioni.

Chiediamo allora una grazia concreta: che questo Natale non finisca con le luci spente e i presepi riposti, ma continui in una casa più cristiana, in un cuore più docile, in una fede più vera.

Maria, che ha accolto il Verbo e lo ha donato al mondo, ci ottenga di accogliere anche noi Gesù, non a metà, non per abitudine, ma con cuore intero.
Amen.