Fratelli e sorelle carissimi,
in questa sera, al confine tra un anno che si
chiude e un altro che si apre, la Chiesa compie un gesto antico, sobrio, robusto: rende grazie. Non è un sentimentalismo di fine anno, non è un rito “di calendario”. È un atto di fede. È il
cuore cristiano che, prima di dire “che cosa mi è accaduto”, dice: “Dio è rimasto fedele”. E il Te
Deum che tra poco canteremo non è un ornamento solenne: è una vera educazione dello sguardo, una scuola di verità. Ci insegna a riconoscere che la storia — anche la nostra
storia personale, con i suoi intrecci — non è mai un vuoto senza senso, ma una trama attraversata dalla Provvidenza.
Ringraziare, infatti, non significa negare la
fatica. Significa non lasciarsi rubare la memoria della fedeltà di Dio. E questo è decisivo: perché l’ingratitudine non nasce solo dall’orgoglio, ma spesso dalla stanchezza; e la stanchezza,
se non è illuminata, diventa amarezza. Invece la gratitudine — quella vera — è una forma di sapienza: sa vedere oltre l’immediato, sa accorgersi del bene che c’è stato, anche quando è stato
piccolo, nascosto, perfino mescolato al dolore.
Le letture che la liturgia ci consegna sono
come tre finestre aperte sul senso di questa sera.
La prima ci parla della
benedizione: “Il
Signore faccia risplendere per te il suo volto”. Non è poesia. È una promessa. È la certezza che Dio non si ritira, non si oscura, non gira le spalle. Noi attraversiamo giorni
luminosi e giorni bui; ma il volto di Dio non smette di essere luce. Quando chiediamo che il suo volto risplenda, chiediamo soprattutto questo: di poter leggere la vita con i suoi occhi, con
lo sguardo della misericordia. È qui che nasce la gratitudine cristiana: non dal fatto che “tutto è andato bene”, ma dal fatto che Dio
non ci ha lasciati soli.
Poi San Paolo, con una frase che vale più di
mille bilanci, ci ricorda che siamo figli
nel Figlio. Essere figli non è un titolo devoto: è una relazione reale, concreta, che cambia il modo di stare nel tempo. Il tempo non è più un padrone che ci divora, né un
tribunale che ci condanna. Il tempo diventa un luogo di salvezza, perché dentro il tempo c’è un Padre. E allora la gratitudine non è la reazione di chi possiede qualcosa, ma la risposta di
chi riconosce ciò che è: amato,
cercato, custodito. Da figli, possiamo guardare al futuro senza essere schiavi della paura. Non perché tutto sarà facile — non lo è mai stato, e non lo sarà — ma perché non
siamo mai soli.
E poi il Vangelo: Maria. Maria
che custodisce e medita nel cuore. Ecco il punto più concreto, più pratico, più necessario per noi stasera. Perché la memoria può essere di due tipi: può diventare un
magazzino di rimpianti, oppure un santuario di grazia. Maria non accumula ricordi come un inventario. Custodisce, cioè tiene con amore; medita, cioè porta davanti a Dio, lascia che il Signore
dia un senso anche a ciò che non capisce subito. Questo è lo stile cristiano: non cancellare, non anestetizzare, non drammatizzare; custodire.
E noi, alla fine dell’anno, abbiamo nel cuore
volti, incontri, gesti ricevuti e gesti mancati, gioie vere e ferite ancora aperte. Custodire significa permettere a Dio di abitare questi ricordi, perché non diventino veleno, ma nutrimento
per la speranza. C’è un modo sterile di ricordare: ruminare. E c’è un modo santo di ricordare: consegnare al Signore, perché Lui trasfiguri.
Per questo, fratelli e sorelle, il
ringraziamento cristiano è tutt’altro che ingenuo. Non canta l’assenza delle prove: canta la fedeltà dentro le prove. È un ringraziamento che accoglie
la fragilità. E permettetemi di dirlo con semplicità: anch’io, in questo tempo, porto — con discrezione — alcune nuove fragilità di salute. Non lo dico per suscitare pietà, e
nemmeno per fare di me il centro: lo dico perché è vero, e perché è istruttivo. Il ministero e la vita personale si intrecciano; e proprio quando si scopre la propria debolezza, si capisce
meglio che cosa significhi essere figli: dipendere da Dio, e anche dagli altri. La comunità non è un pubblico: è una famiglia. E la fede non è una corazza: è una fiducia.
Ecco allora che cosa facciamo nel Te Deum:
non nascondiamo le fragilità, non le esibiamo; le
affidiamo. Questo è un atto di umiltà: trasforma la sofferenza in preghiera, e la solitudine in comunione. E spesso è proprio così che Dio lavora: non togliendo subito il peso,
ma dando la forza di portarlo insieme, dando fratelli accanto, dando luce sufficiente per il passo di oggi.
Questa sera, dunque, non celebriamo un
bilancio di successi. Non siamo qui per dire: “Abbiamo fatto bene”. Siamo qui per dire: “Dio è
stato fedele”. Possiamo ringraziare per i doni evidenti: le persone amate, la famiglia, il lavoro, la possibilità di servire, i gesti di bontà ricevuti e donati. Ma possiamo
ringraziare anche per qualcosa di più profondo: perché nelle prove — magari in silenzio, magari attraverso la solidarietà di qualcuno — abbiamo sperimentato che Dio non ci ha abbandonati. Il
Te Deum ci aiuta a trasformare il giudizio sul passato in riconoscenza: non per giustificare tutto, ma per riconoscere che il
Signore ha camminato con noi.
E ora, lo sguardo al nuovo anno. Entrare nel
tempo nuovo con lo stile di Maria significa imparare a custodire e meditare, ma anche a lasciarsi cambiare. Non è tempo di ripetere meccanicamente progetti già falliti. È tempo di chiedere la
grazia più concreta: conversione
del cuore. Conversione nelle parole, nei rapporti, nella pazienza quotidiana; cura reciproca; responsabilità verso i più fragili; fedeltà alle piccole cose. Perché la santità —
lo sappiamo bene — non si costruisce con i fuochi d’artificio, ma con l’obbedienza umile al bene possibile oggi. La preghiera di ringraziamento, infatti, non ci chiude nel passato: ci mette
in cammino, ci rende responsabili del presente, ci apre al futuro con fiducia.
Tra poco canteremo: “Te
Deum laudamus: Ti lodiamo, o Dio”. Lo diremo per ciò che Dio è: Padre, Figlio e Spirito Santo. Lo diremo per ciò che ha fatto e per ciò che farà. Lo diremo anche portando
davanti a Lui le nostre fragilità, perché la lode cristiana ha questa forza: non nega la debolezza, la trasforma in fiducia.
Allora andiamo avanti, fratelli e sorelle:
con gratitudine per il passato, con responsabilità per il presente, con speranza per il futuro. E chiediamo che il volto di Dio continui a risplendere su di noi; e che la Madre di Dio
custodisca i nostri cuori, perché possiamo essere — senza clamori, ma con coerenza — testimoni credibili della sua misericordia.
Te
Deum laudamus.