Il seme che non torna a vuoto
Omelia per la XV Domenica del Tempo Ordinario — Anno A
Is 55,10-11; Mt 13,1-23
Fratelli e sorelle,
la liturgia di questa domenica ci pone davanti una sola immagine, offerta sotto due volti: il seme e la pioggia, la semina e il dono che scende dall’alto. Isaia contempla la parola di Dio come l’acqua che feconda la terra; il Vangelo la mostra come il seme che un seminatore esce a gettare sui solchi del mondo. In entrambe risuona la stessa verità: la potenza silenziosa e paziente con cui Dio lavora la nostra vita.
Ascoltiamo anzitutto il profeta. «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra […], così sarà della mia parola: non ritornerà a me senza effetto» (Is 55,10-11). Per la Scrittura la parola di Dio — il dabar — non è mai un semplice suono che si dissolve nell’aria: è un atto, un’energia che compie ciò che dice. Con una parola Dio ha creato il mondo; con la sua parola continua incessantemente a crearlo. E i Padri hanno riconosciuto in questa pioggia che discende dal cielo un’immagine del Verbo stesso, del Figlio inviato dal Padre: egli non torna a lui a mani vuote, ma soltanto dopo aver compiuto l’opera per cui è stato mandato. È questa la certezza dalla quale dobbiamo partire: la parola di Dio è efficace, sempre. Non conosce sterilità.
Eppure, proprio qui, il Vangelo sembra contraddire il profeta. Se la parola non torna mai a vuoto, perché nella parabola tre semi su quattro vanno perduti — divorati sulla strada, inariditi tra i sassi, soffocati fra le spine? La risposta è tutta racchiusa in una distinzione delicata: il seme è sempre buono, sempre pieno di vita; ciò che varia è il terreno. La parola non fallisce mai in sé stessa; siamo noi, con la nostra libertà, a decidere se accoglierla o lasciarla morire.
San Giovanni Crisostomo, commentando questa pagina, si sofferma stupito sulla prodigalità del seminatore. Egli non fa distinzione di terreno: getta il suo seme sulla strada, sulla roccia, tra i rovi, come sulla terra buona, perché offre la sua parola a tutti senza calcolo — al ricco e al povero, al sapiente e al semplice, al fervoroso e al negligente (In Matthaeum, hom. 44). Se tanta parte del seme va perduta, insegna il Crisostomo, non è per colpa di chi semina, ma della terra che lo riceve. E tuttavia — ed è qui la tenerezza del suo commento — il Signore continua a seminare anche là dove sembra spreco, perché con gli uomini nulla è mai deciso per sempre: la roccia può sgretolarsi e farsi terra fertile, la strada può cessare di essere calpestata, le spine possono essere estirpate. Dio semina sulla speranza della nostra conversione.
Fermiamoci allora sulle spine, che il Signore stesso identifica con «le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza». San Gregorio Magno si domandava perché mai il Vangelo chiami spine le ricchezze, dal momento che le spine pungono e le ricchezze, invece, sembrano dilettare. E rispondeva con una di quelle immagini che non si dimenticano: sono davvero spine, «perché lacerano la mente con le punture dei loro pensieri» — spinae sunt, quia cogitationum suarum punctionibus mentem lacerant (Hom. in Evang. 15). Non è la ricchezza in sé a soffocare la Parola, ma l’affanno che essa genera: l’ansia di accumulare, il timore di perdere, la distrazione perpetua del cuore. Ciascuno di noi conosce le proprie spine — le corse, le agende sovraccariche, le mille sollecitudini che ci tengono il capo chino verso terra e non lasciano più spazio al germoglio silenzioso della Parola.
Ma la parabola non si chiude sul fallimento: culmina nel raccolto. Il seme caduto sulla terra buona porta frutto «il cento, il sessanta, il trenta per uno». È la sproporzione della grazia: da un solo chicco, cento. Dio non misura, non lesina, non calcola le rese come un mercante; egli è il seminatore che dona a piene mani e attende con pazienza. E il terreno buono — ci ricorda il Vangelo — è il cuore che ascolta la Parola, la comprende, la custodisce e la porta a maturazione nella perseveranza. Non basta un entusiasmo improvviso: occorre profondità, radici, fedeltà nel tempo.
Torniamo allora, per concludere, alla promessa di Isaia: la parola di Dio «non ritornerà a lui senza effetto». Questa è la nostra speranza e insieme la nostra responsabilità. La speranza: qualunque sia oggi lo stato del nostro cuore — indurito come la strada, superficiale come la roccia, ingombro come il roveto — nessuna terra è irrimediabilmente perduta finché il Seminatore continua a passare e a seminare. La responsabilità: lasciarci arare, dissodare, liberare dalle spine, perché la Parola trovi in noi il terreno profondo in cui fruttificare.
E questo, fratelli, avviene ora. In questa Eucaristia il Seminatore esce ancora una volta a seminare: nell’ascolto della sua Parola e nel dono del suo Corpo, egli getta nel solco della nostra vita il seme che non torna mai a vuoto. A noi chiedere, con umiltà, di diventare finalmente terra buona. Amen.
