XIV domenica del Tempo ordinario

Omelia

XIV Domenica del Tempo Ordinario — Anno A

Zc 9,9-10 · Sal 144(145) · Rm 8,9.11-13 · Mt 11,25-30

Fratelli e sorelle,

la liturgia di questa domenica ci consegna una parola profondamente consolante, ma non superficiale. È una consolazione che non nasce dall’illusione che la vita sia facile, né dalla promessa che il cristiano sarà risparmiato dalla fatica. Nasce piuttosto dalla rivelazione del vero volto di Dio: un Dio mite, umile, vicino; un Dio che non schiaccia l’uomo sotto il peso della sua grandezza, ma lo rialza con la forza discreta del suo amore.

Il profeta Zaccaria annuncia l’arrivo di un re inatteso: «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino». È un’immagine sorprendente. Il re, secondo la mentalità comune, viene con i cavalli, i carri, gli eserciti, i segni esteriori della potenza. Qui invece viene cavalcando un asino, animale della vita quotidiana, del lavoro, della pace. Non è un re debole: è un re diverso. La sua vittoria non consiste nel dominare, ma nel disarmare; non nel conquistare con la violenza, ma nel portare la pace. È già il ritratto di Colui che sostiene chi vacilla e rialza chi è caduto: la regalità che tra poco canteremo nel Salmo.

Questa profezia illumina il Vangelo. Gesù si presenta come il compimento di questa regalità umile: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». È l’unico luogo del Vangelo in cui Gesù ci parla esplicitamente del proprio cuore. Non dice: imparate da me che sono potente; non dice: imparate da me che sono sapiente; non dice nemmeno: imparate da me che compio miracoli. Dice: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore».

Qui tocchiamo il centro della rivelazione cristiana. La mitezza di Cristo non è debolezza di carattere, non è timidezza, non è incapacità di reagire. È la forza di chi possiede sé stesso davanti a Dio, la libertà di chi non ha bisogno di imporsi, perché vive totalmente radicato nel Padre. E la sua umiltà non è disprezzo di sé: è verità. Gesù sa chi è, sa da dove viene e dove va, e proprio per questo non ha bisogno di dominare nessuno. In Dio la vera grandezza si manifesta abbassandosi.

Il Vangelo era cominciato con una preghiera: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». È una frase che potrebbe essere fraintesa. Gesù non disprezza l’intelligenza, non condanna lo studio, non esalta l’ignoranza. La tradizione cristiana ha sempre amato la sapienza: i Padri, i grandi teologi, i santi dottori sono stati uomini di pensiero e insieme uomini in ginocchio. Il problema, dunque, non è essere sapienti: è credersi autosufficienti. Non è la cultura: è l’orgoglio che chiude il cuore.

I «piccoli» di cui parla Gesù non sono persone senza valore o senza intelligenza. Sono coloro che sanno ricevere; quelli che non pretendono di possedere Dio come un concetto, ma si lasciano incontrare da Lui come da un Padre. La fede non nasce anzitutto da una conquista dell’uomo, ma da una rivelazione accolta. L’uomo può cercare Dio, e deve cercarlo con tutta la mente e con tutto il cuore; ma alla fine Dio non si lascia catturare: si lascia accogliere.

Per questo Gesù aggiunge parole altissime: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Fermiamoci un momento, perché qui si apre il cuore di tutto. Tra il Padre e il Figlio c’è una conoscenza che è amore, uno sguardo eterno, una comunione senza ombre. E Gesù non ce la racconta soltanto: ci fa entrare. «...e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». Cristo non è venuto a darci qualche buon consiglio sul divino: è venuto a introdurci dentro il suo rapporto con il Padre, a farci conoscere Dio dal di dentro della sua comunione d’amore. Questa è la grandezza del cristianesimo: Dio non resta lontano, ma si comunica; non resta chiuso nella sua trascendenza, ma si fa vicino nel Figlio, e nel Figlio ci chiama figli. Quando diciamo «Padre nostro» non stiamo usando una metafora gentile: stiamo entrando nel segreto stesso di Gesù.

Ed è a questo punto — non prima — che risuona una delle parole più amate del Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Il ristoro che Cristo promette non è una tregua qualunque: è Lui stesso, è l’ingresso nella comunione che ha appena aperto. Gesù non chiama soltanto i forti, i perfetti, i coerenti, quelli che hanno tutto in ordine. Chiama gli stanchi, chiama gli oppressi, chiama coloro che portano pesi visibili e invisibili: il peso delle responsabilità e delle preoccupazioni, dei fallimenti e dei peccati, delle ferite, delle attese deluse, delle relazioni difficili, della semplice fatica di vivere.

Ma ascoltiamo bene: Gesù non dice «vi toglierò ogni peso». Dice: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Il giogo, nella cultura contadina che i suoi ascoltatori conoscevano bene, era il legno che univa due animali e permetteva di portare insieme il carico. Gesù non promette una vita senza impegno, senza disciplina, senza croce. Promette un giogo diverso: «Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

E che cosa rende leggero il peso di Cristo? Non il fatto che chieda poco: il Vangelo è esigente. Perdona, ama, convertiti, porta la croce, sii fedele, rinuncia al male: sono parole serie. Il peso di Cristo è leggero perché non lo portiamo da soli, e perché è il peso dell’amore, non della paura. Sant’Agostino lo spiegava con un’immagine che vale più di tanti discorsi: il peso di Cristo è come le ali per l’uccello. Le ali sono un peso, eppure non lo schiacciano a terra: lo sollevano in alto. Così è la legge di Cristo: sembra un carico, ed è invece ciò che ci fa volare. Provate a togliere le ali per alleggerire l’uccello: lo vedrete restare a terra.

Ecco allora l’unità di questa liturgia: il re umile annunciato da Zaccaria è Gesù, mite e umile di cuore; il ristoro promesso nel Vangelo è la vita nello Spirito di cui parla Paolo; la vera sapienza non è l’autosufficienza dei superbi, ma la fiducia dei piccoli. E il Salmo ci mette sulle labbra la risposta giusta: «Benedirò il tuo nome per sempre, Signore». Benediciamo Dio quando finalmente scopriamo che non è un padrone severo e lontano, ma un Padre che sostiene chi vacilla e rialza chiunque è caduto.

Fratelli e sorelle, questa parola ci chiede oggi una conversione molto concreta. Pensiamo spesso che la forza consista nell’imporsi e nel difendersi sempre; che l’intelligenza consista nel controllare tutto e nel non dipendere da nessuno; e intanto portiamo pesi che ci sembrano insopportabili, e li portiamo da soli, senza consegnarli davvero al Signore.

Penso a chi, in questi giorni, torna a casa la sera svuotato dal lavoro e dalle preoccupazioni; a chi veglia accanto a una persona malata; a chi porta dentro una ferita che nessuno vede. A ciascuno di loro — a ciascuno di noi — Cristo oggi non dice «arrangiati», e nemmeno «ti tolgo tutto». Dice: «Venite a me». Andare a Cristo non significa fuggire dalla vita: significa finalmente portarla nel posto giusto. Mettere davanti a Lui la nostra stanchezza, le nostre inquietudini, le nostre resistenze, e imparare da Lui un modo nuovo di stare al mondo: non duri, ma saldi; non arroganti, ma veri; non schiacciati, ma affidati.

Chiediamo allora la grazia di diventare piccoli secondo il Vangelo: non infantili, ma fiduciosi; non superficiali, ma liberi dall’orgoglio; non ignoranti, ma sapienti di quella sapienza che viene da Dio. Chiediamo di imparare il cuore di Cristo, perché solo chi impara da Lui trova ristoro. E quando la vita si farà pesante, quando il cammino sembrerà duro, ricordiamo la sua promessa e prendiamola in parola: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».

 

Amen.