XIII domenica del Tempo ordinario

XIII Domenica del Tempo Ordinario — Anno A

28 giugno 202

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

Omelia

Fratelli e sorelle,

la Parola di Dio di questa domenica ci pone davanti a una domanda tanto semplice quanto decisiva: quale posto occupa il Signore nella nostra vita? Non in teoria, non soltanto sulle labbra, ma nelle scelte concrete, negli affetti, nella casa, nel lavoro, nelle fatiche di ogni giorno.

Nel Vangelo Gesù pronuncia parole esigenti: chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia più di lui, non è degno di lui. A un primo ascolto possono ferire. Eppure Gesù non sta sminuendo la famiglia — sarebbe assurdo pensarlo. È lo stesso Dio che ha comandato di onorare il padre e la madre; è la stessa fede cristiana che, lungo i secoli, ha custodito la santità del matrimonio e della casa. Gesù non spezza gli affetti: li mette in ordine.

Il punto è proprio questo. Quando Dio non occupa il primo posto, prima o poi anche gli altri amori si ammalano. La famiglia, fatta assoluto, rischia di diventare possesso; il lavoro, fatto assoluto, si muta in schiavitù; l’io, fatto assoluto, piega ogni cosa al proprio interesse. Quando invece Cristo sta al centro, l’amore per i genitori, per i figli, per il coniuge, per gli amici si fa più puro, più libero, più vero.

La fede, dunque, non è un ornamento da aggiungere alla vita quando avanza tempo: è il criterio con cui si vive. Qui Gesù è esigente, e fa bene a esserlo. Un cristianesimo senza decisione, senza rinuncia, senza croce scivola facilmente nell’abitudine, nella facciata, nella tradizione svuotata. Il Signore non ci chiede una religione di superficie, ma una sequela vera.

Per questo aggiunge: chi non prende la propria croce e non lo segue, non è degno di lui. La croce non si cerca con amaro compiacimento; è quella parte della vita che domanda fedeltà quando costa. È il dovere compiuto anche quando pesa; il perdono offerto quando l’orgoglio vorrebbe avere l’ultima parola; la pazienza tra le pareti domestiche; la cura di un anziano; la coerenza là dove sarebbe più comodo adattarsi; la verità detta quando la menzogna porterebbe vantaggio.

San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che nel Battesimo siamo stati immersi nella morte e nella risurrezione di Cristo. Il cristiano, allora, non appartiene più semplicemente a se stesso: è morto al peccato e vive per Dio. Il Battesimo non è il ricordo sbiadito di quando eravamo bambini, ma una consegna, un’appartenenza, una vita nuova da custodire ogni giorno.

C’è poi un tema di rara bellezza: l’accoglienza. Nella prima lettura la donna di Sunem riconosce in Eliseo un uomo di Dio e gli prepara una piccola stanza: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada. Poche cose, semplici, essenziali. Eppure in quella stanza abita una grande fede, perché quella donna ha compreso che accogliere l’uomo di Dio significa fare spazio a Dio stesso.

Anche Gesù, nel Vangelo, dice: chi accoglie voi accoglie me. E assicura che neppure un bicchiere d’acqua dato a un piccolo andrà perduto. È una parola che consola: davanti a Dio non conta soltanto ciò che è grande e visibile, ma anche il bene nascosto — una visita, una parola buona, un gesto di attenzione, una porta che si apre, una casa in cui il Signore non sia trattato da estraneo.

Questa domenica, allora, ci lascia tre domande molto concrete.

La prima: Cristo è davvero il mio primo amore, o viene dopo tutto il resto?

La seconda: qual è la croce che oggi sono chiamato a portare con più fede e meno lamento?

La terza: nella mia casa, nella mia comunità, nella mia giornata, c’è spazio per accogliere Dio attraverso gli altri?

 

Chiediamo al Signore una fede seria, ma non triste; esigente, eppure colma di speranza. Una fede capace di mettere ordine negli affetti, fermezza nelle prove, carità nei gesti di ogni giorno. Perché chi perde la propria vita per Cristo non la perde davvero: la ritrova più vera, più libera, più piena.